Valutare ai tempi della DAD. Parla una maestra.

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io_noidi Alessandra Fantauzzi

Nella nostra scuola, quello della disuguaglianza delle opportunità e delle condizioni di partenza degli alunni è un problema antico.
Quando io ero una bambina e accompagnavo mia madre, insegnante, alle riunioni dei neonati organi collegiali non si discuteva di altro. Ed io nella mia carriera di insegnante, prima di sostegno ed ora di cosiddetto ‘ruolo comune’ credo onestamente di essermi sempre battuta per questo: perché la scuola fosse di tutti e di ciascuno.
Spesso e sempre più spesso negli ultimi anni però, i miei avversari sono stati la burocrazia alimentata dalle riforme e i colleghi osservanti delle gerarchie delle funzioni e dei ruoli burocratici. Non è un mistero che sono anche una sindacalista e le mie perplessità in ordine alla Dad sono di due ordini: quello strettamente connesso alle condizioni di lavoro anche degli insegnanti e quelle sul diritto allo studio. 

Sarò concreta: ho una classe di 19 alunni, 10 sono stranieri , 5 di loro hanno genitori non parlanti la nostra lingua, 1 vive al campo rom.
A loro vanno aggiunti altri bambini i cui genitori hanno perso il lavoro e sono a reddito zero. Dei 10 bambini stranieri 3 sono irraggiungibili perché l’unico strumento informatico che possiedono è il telefono cellulare del papà il quale va a lavorare.
Abbiamo richiesto tablet, device e connessioni alla scuola ma il finanziamento di 9000 euro per un istituto comprensivo di 1300 alunni ha consentito che le concessioni ministeriali fossero, per la mia classe di 1 tablet.

Ora, a prescindere dalla valutazione pedagogica di una didattica che esclude il corpo e riduce la relazione umana ad una serie di “azioni indirette” con quale criterio io dovrei assegnare 10 a Paolino e 5 a Gianni solo perché ho raggiunto Paolino sì e Gianni no?
Nell’aula reale io mi assicuro di averli raggiunti tutti dando a ciascuno a seconda dei bisogni. Non mi sogno minimamente di assegnare gli stessi compiti a Sulemann e a Giulia, semplicemente perché il primo si sta confrontando con degli apprendimenti in una lingua che non è la sua lingua madre. Sai come si traduce alla fine il riconoscimento simbolico dei miei sforzi? La collega che adotta il metodo Clil riceve il bonus premiale perché la sua è innovazione didattica io no perché sono brutta, cattiva, rivoluzionaria, anarchica. Come Rsu non ho MAI firmato gli accordi extracontrattuali né contrattuali relativi al bonus premiale perché sono una che si concede ancora il privilegio della coerenza.