La scuola pubblica che verrà non deve essere prigioniera dei cattivi padroni della rete

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di Rodolfo Marchisio

Dopo un intervento iniziale in cui auspicavo linee guida dal MI, ma soprattutto soluzioni contestualizzate in autonomia elaborate dalle scuole, vista l’emergenza e dopo avere portato a termine una ricerca sui documenti, sugli studi e le ricerche in atto, pubblicate su Tecnica della Scuola, rubrica Ed. Civica e didattica digitale cfr i temi trattati, ritengo opportuno sottolineare un aspetto di quanto emerso che è stato poco seguito dai molti interventi.

Riassumo:

  • La DaD NON è la didattica digitale che come riconosce anche la commissione Bianchi ed il MI deve tornare dentro una scuola capace di osmosi, perché il digitale è a tutti gli effetti un ambiente di apprendimento, ricerca, collaborazione, cooperazione, oltre che comunicazione. Un mondo da esplorare non solo da usare. Spesso male.
  • La DaD ha bisogno di piattaforme
  • Il MI ha fatto da vetrina alle piattaforme GAFAM quelli che Rampini ha chiamato “I cattivi padroni della rete”. Google, Amazon, Face book, Apple, Microsoft, con particolare riferimento alla prima ed all’ultima. Suggerendone implicitamente l’uso alle scuole e proseguendo la politica di pigrizia mentale, ignoranza ed asservimento a prodotti commerciali nati per il lavoro e non per la didattica e quindi poco adattabili ed a scatola chiusa. Vedi Classi 2,0, LIM, Classi 3.0, ed ora videoconferenza … e via spendendo (2 miliardi ca). Prodotti che non solo non hanno un futuro nella scuola (dare LIM a tutte le 40.749 classi x 2600 – costerebbe oltre 106 milioni), ma che sono il museo vivente nelle nostre scuole, delle scelte errate fatte in nome della mentalità:

a-  “se non riesco a progettare il progresso mi butto sulla innovazione, perché nuovo è sempre meglio” e fa bella figura- cfr Gui Il digitale nella scuola.
b- si fa meno fatica a pensare che la tecnologia salvi una scuola malata che a pensare una scuola nuova. Cfr OCSE 2014 e 2015: è dimostrato che le tecnologie di per sé non migliorano l’apprendimento. “I bravi docenti si”. Su questo esistono ormai centinaia di studi citati anche da Gui e la storia che alcuni di noi hanno vissuto dalla fine anni 70.
Diamo buone tecnologie ai bravi docenti. Ma soprattutto cultura.
Mentre si smantellava la scuola pubblica con le riforme, da Moratti a Gelmini e Tremonti i tagli sono stati di ca 8 miliardi, si investivano 2 miliardi in tecnologie autoreferenziali. Compreso il PNSD e il coding.

  • Le ditte GAFAM, come sappiamo, vivono catturando i nostri dati, rivendendoli e facendoci comprare prodotti o votare in un altro modo (nel periodo Covid 1 hanno guadagnato in borsa 500 miliardi ed Amazon ha fatto i soldi con le consegne a casa che tutti abbiamo usato e che hanno creato in Europa 200 mila disoccupati in più).
  • Con il trucco del consumattore: facendoci credere di essere attori protagonisti della rete mentre siamo li solo per fornire dati e per consumare prodotti “su misura per noi”.

Questi servizi “sono fondamentalmente depotenzianti. Li paghi e credi di ricevere in cambio un servizio. Ma tu gli dai molto più del tuo denaro: gli dai anche i tuoi dati, e rinunci al controllo, rinunci all’influenza. Non puoi plasmare la loro infrastruttura, né cambiarla per adattarla alle tue esigenze”. E. Snowden

Scuola DaD e privacy

  • La scuola pubblica, nel mettere in gioco anche i dati ulteriori di famiglie e docenti necessari alla DaD, non si è posta il problema che, oltre agli oligopoli privati che gestiscono i nostri dati esistono piattaforme alternative o pubbliche:
  • Quelle free od open (da jitsi ad Ada ma l’elenco è lungo) che non creano problemi di privacy
  • Quella pubbliche di consorzi come il GARR che ha sostenuto ca 1000 scuole durante la crisi
  • Quelle pubbliche che altri Stati (Francia) hanno costruito sulla base di jitsi, perché il pubblico controlli il privato, facendo una piattaforma per la scuola e affidando la continuità pedagogica a un ente pubblico, il CNED, con il servizio Ma classe à la maison.

 DaD e Garante della privacy

Cosa c’entra con la DaD? Il garante della privacy, come detto è dovuto intervenire 3 volte:

  • Interventi:

Trattamento dati “Le istituzioni scolastiche e universitarie dovranno assicurarsi (anche in base a specifiche previsioni del contratto stipulato con il fornitore dei servizi designato responsabile del trattamento), che i dati trattati per loro conto siano utilizzati solo per la didattica a distanza.”

  • Ha ribadito il principio della “correttezza (=legittimità) della scuola nel trattare dati personali, purché questi siano coerenti (non esorbitanti) con le sue finalità (art. 18 D.Lvo196/03 e “Privacy a scuola” 2016). Il medesimo principio, unito a quello della non eccedenza, è applicabile ai servizi di supporto (Didattica a distanza)”.
    garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9302778
  • “Il trattamento di dati svolto dalle piattaforme per conto della scuola o dell’università dovrà limitarsi a quanto strettamente necessario alla fornitura dei servizi richiesti ai fini della didattica on line e non per ulteriori finalità proprie del fornitore”.
  • Infine di fronte a una Ds che ha rifiutato il contratto con Google, che lei aveva dovuto firmare mentre Google non lo controfirmava e quindi non aveva valore legale è arrivato a scrivere al MI “gli istituti scolastici hanno sinora provveduto (alla didattica a distanza, ndr) ricorrendo a soluzioni tecnologiche, offerte da vari fornitori, non sempre caratterizzate da garanzie adeguate in termine di protezione dei dati personali e talora notevolmente vulnerabili”. Lo stesso Soro suggerisce di usare (temporaneamente) il registro elettronicoriducendo proporzionalmente il ricorso ad altre piattaforme”.

Conclusioni:

  • Dobbiamo avere la forza e la lucidità, vista la occasione, di pensare a una scuola nuova per il futuro, che vuol dire avere un progetto realizzabile, un uso del digitale dentro una scuola capace di osmosi con l’esterno, ma che non si aggrappi al digitale come tecnologia salvifica.
    E che non rinunci alle classi, non come ambiente chiuso ma come nucleo flessibile di educazione, socialità, relazione, progettualità (il clima di classe favorisce l’apprendimento – Losito)
    L’idea è quella di una città capace di tornare a scuola e di una scuola in grado di aprirsi alla città. Lorenzoni 
  • La didattica digitale (che non è la DaD) è ambiente di apprendimento, ricerca collaborazione, cooperazione oltre che comunicazione, ma bisogna essere consapevoli che
    a- Usare il web senza formare cultura digitale è diseducativo e pericoloso
    b- Scegliere una piattaforma non è come comprare un gadget. È una decisione da un lato politica, occorre “Una politics dell’educazione pubblica digitally enriched che tracci la via. Anche per (regolare) il mercato” (dal quale la scuola rischia di continuare ad essere fagocitata). A proposito di Ed. civica e cittadinanza digitale…
    c- dall’altro strettamente legata alle scelte educative, ai progetti, alla didattica. Al “che cosa ci devo fare, come, in che modo e contesto”. Per quali obiettivi e competenze.
  • La controparte delle piattaforme GAFAM – se proprio non possiamo farne a meno- con annesse responsabilità, non sono le singole scuole e i DS che firmano i contratti, ma sulla privacy, la controparte, per motivi di squilibrio di potere, deve essere il governo. Meglio, come su tasse, violazione norme e Fake news attraverso la UE che ha un regolamento apposta.

Purtroppo siamo ormai abituati a comprare a scatola chiusa e senza pensare.
Per questo occorre formare cultura digitale.

Vale la pena di leggere (grazie a M. Guastavigna e S Penge per le condivisioni di idee):

Mazzoneschi: I Rischi di affidarsi ai colossi della tecnologia per la didattica a distanza.
 Pievatolo: Teledidattica. Proprietaria e privata o libera e pubblica.
Lorenzoni: Le città devono aprirsi agli studenti
Gui, Il digitale a scuola, Il Mulino