Dare senso al lavoro che si fa a scuola

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di Raimondo Giunta

La scuola si nutre di speranza e di futuro; appiattita sul presente e sensibile alla sollecitazione ad adeguarsi alla realtà così com’è fatta, tradirebbe la propria vocazione e non sarebbe di alcuna utilità alle nuove generazioni.
Una scuola con la sguardo lanciato sul futuro non può fare a meno di avvalersi   della libertà, dell’intelligenza, della  passione  dei suoi docenti.
Di queste risorse non si può fare a meno proprio nel un momento in cui ricade sulle loro spalle la responsabilità di salvare la scuola e di darle un nuovo impulso.
Direi un nuovo volto.
Certo per ora è importante tornare alla normalità, sempre che ci si riesca, ma è evidente che bisogna misurarsi con le innovazioni che gli scenari prevedibili del futuro richiedono.
Innovazioni che devono essere sempre misurate sul parametro delle  pari opportunità che vengono date ai giovani per essere cittadini e lavoratori.


Nella scuola è impresa ardua fare sintesi dei vari aspetti del sapere e della cultura umana e trasformarli in un progetto di vita per le nuove generazioni, che vi trascorrono il tempo della loro crescita, il tempo del loro passaggio dall’infanzia all’età adulta.
Sarà impresa ancora più complicata dopo i danni che ha subito nel periodo della pandemia e per  la cognizione dei suoi ritardi e della sua povertà messi drasticamente in luce in questi ultimi mesi.
I giovani dovrebbero apprendere a scuola quel che è sufficiente per assumere il ruolo di adulto: la capacità di svolgere un lavoro, la capacità di assumere delle responsabilità pubbliche e sociali, la capacità di esprimersi e farsi valere, la capacità di convivere, la capacità di scegliere e di accettarne le conseguenze, la capacità di finalizzare e progettare la propria vita. Troppe cose importanti e tutte necessarie per un’istituzione che a volte subisce la tentazione di rinchiudersi in se stessa, incattivita dagli sfregi che ha subito.
Oggi come e più di prima si ha bisogno di una scuola che punta sul sapere, sulle competenze, sulla formazione della personalità e sui valori.
Oggi come e più di prima si ha bisogno di un corpo docente che ripensi e rafforzi la propria centralità, nei processi di formazione e di crescita delle nuove generazioni.

Credo che per tutto ciò  sia necessario che ogni singolo istituto ritrovi e sviluppi i propri punti di forza; superi i propri punti di debolezza ;qualifichi e migliori l’atmosfera che lo rendono unico e che finisce sempre per esercitare  un forte influenza su quelli che vi lavorano e su quelli che lo frequentano.
Credo che sia necessario e indifferibile che ogni istituto valorizzi le proprie energie professionali e intellettuali.
L’esperienza dura e difficile  della pandemia consegna ad ogni istituto la responsabilità di difendere la propria funzione conoscitiva ed educativa ,di salvaguardarla con tutti i mezzi disponibili dalle incertezze che l’assediano.
Un compito da svolgere con passione e dedizione, prendendo  in carico la  complessità sociologica, psicologica, antropologica dell’ambiente in cui è collocato.
Oggi più di prima è necessario sviluppare un forte sentimento di appartenenza al proprio istituto, condizione cruciale per dare impulso positivo all’attività didattica e darle il senso unitario ,di cui si comincia ad avere un evidente bisogno.
Ogni istituto deve riscoprire il senso del  progetto  che si è dato e delle richieste che gli vengono avanzate  dagli alunni, dalle famiglie, dalla società.
E i dirigenti, il cui carico di responsabilità è stato ampliato dalla difficile condizione sanitaria del paese, abbiano l’intelligenza e la cura di  fare lavorare il corpo docente, come collettivo di persone libere, responsabili e capaci di assolvere ai compiti, in questi nostri giorni più difficili , di preparare le nuove generazioni ad affrontare con speranza il proprio futuro. Credo che solo in questo modo lavorare a scuola possa avere un senso e che si possa rafforzarlo se dialogo e libertà professionali sono e saranno i cardini della sua vita quotidiana.