6 agosto 1945, Hiroshima – 9 agosto 1945, Nagasaki

   Invia l'articolo in formato PDF   

di Aluisi Tosolini

Cade oggi il 76° anniversario del primo bombardamento atomico della storia che pose fine alla seconda guerra mondiale costringendo il Giappone alla resa incondizionata.
Le due città furono distrutte in un lampo. I morti diretti, per lo più civili, furono circa 200.000 cui seguirono negli anni moltissime migliaia di morti per radiazioni e conseguenze del bombardamento atomico.

Il mondo entra in una nuova dimensione: la distruzione di massa è possibile

76 anni fa il mondo entrava in una nuova dimensione, quella della guerra atomica dove una nuova arma di distruzione di massa fece irruzione segnando per la prima volta la possibilità concreta e non solo teorica della totale distruzione dell’umanità. Un’arma concretamente ontologica.
Un’arma che manda in pensione l’idea della guerra giusta, come ha ben segnalato qualche anno dopo il Concilio Vaticano II che nella Gaudium et spes dichiarando che la guerra totale (ovvero in primis la guerra atomica prima e nucleare poi) alienum est a ratione (GS, 80). È fuori da ogni razionalità.
E la stessa legittima difesa, scrive la Gaudium et Spes, nella situazione attuale deve fare i conti con limiti oggettivi determinati dai rischi di distruttività totale, anche se agli stati non può essere negata: «fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà una autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa» (GS, 79). Nello stesso tempo, visto che la pace non è la semplice assenza di guerra (GS, 78), va ricordato che «l’edificazione della pace esige prima di tutto che, a cominciare dalle ingiustizie, si eliminino le cause di discordia che fomentano le guerre» (GS, 83).

Negli anni successivi il mondo per decenni è stato ostaggio di un bipolarismo che si è caratterizzato soprattutto come corsa agli armamenti ed in particolare come corsa a dotarsi delle più distruttive armi nucleari possibili.

Oggi siamo usciti dalla guerra fredda ma non dalla corsa alle spese per armi nucleari. Basti pensare che nel 2020, secondo il rapporto dell’ICAN (Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari, premio Nobel nel 2017, https://www.icanw.org/ ), nonostante l’epidemia da corona virus, le nove potenze mondiali dotate di armi nucleari hanno aumentato di 1,4 miliardi di dollari i loro investimenti per la produzione di bombe atomiche.

L’ammontare delle spese a livello mondiale ha raggiunto la stratosferica cifra di 72,6 miliardi  di dollari.
Nel dettaglio gli Usa Stati Uniti hanno speso nel nucleare militare 37,4 miliardi di dollari, la Cina 10,1 miliardi,  la Russia 8 miliardi, il Regno Unito 6,2 miliardi, la Francia 5,7 miliardi. Seguono India, Israele e Pakistan con una spesa ciascuno di oltre un miliardo di dollari per i loro arsenali nucleari, mentre la Corea del Nord ha speso, secondo l’ICAN, 667 milioni di dollari (a fronte di una crisi alimentare terribile)

A livello generale la spesa militare mondiale nel 2019 è ammontata, secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute ) a 1.917 miliardi di dollari, pari al 2,2% del prodotto interno lordo (PIL) globale o a 249 dollari pro capite. La spesa complessiva del 2019 è aumentata del 3,6% rispetto al 2018 e del 7,2% rispetto al 2010. La spesa militare globale nel 2019 è quindi cresciuta per il quinto anno consecutivo, con l’aumento più consistente dell’ultimo decennio (2010–19), superando quello del 2,6% del 2018. La spesa militare è aumentata in almeno quattro delle cinque regioni globali: del 5,0% in Europa, del 4,8% in Asia e Oceania, del 4,7% nelle Americhe e dell’1,5% in Africa. Per il quinto anno consecutivo il SIPRI non è in grado di fornire una stima della spesa militare totale in Medio Oriente (dati ripresi dal rapporto SIPRI 2020)

Per la spesa militare italiana, che è stata nel 2020 pari a 28,9 miliardi di dollari, si veda il sito della Rete Pace e Disarmo).

I numeri non ingannino: vanno riletti con attenzione. Nel 2020 il SIPRI di Stoccolma ha registrato un aumento del 2,6% della spesa militare che ha raggiunto la cifra record di 1.981 miliardi di dollari, cioè oltre 5,4 miliardi dollari al giorno. Ripeto: 5,4 miliardi di dollari al giorno.
Il tutto senza che vi sia stato alcun aumento della sicurezza a livello mondiale e con evidente e significativo sperpero di risorse che se usate in altro modo in pochissimi anni permetterebbero di raggiungere tutti i 17 obiettivi del dell’Agenda Onu 2030 (su cui continuiamo a fare chiacchiere e poco altro in convegni internazionali e progetti di educazione civica).
E non sto qui a paragonare le spese militari (o anche solo nucleari) con le spese per debellare a livello mondiale la pandemia Covid 19.

La guerra è sempre possibile ed è già una terribile realtà per molti

A 76 anni da Hiroshima e Nagasaki dobbiamo infatti riconoscere che nessun deterrente “armato” ha mai funzionato nel debellare la guerra ed anzi la guerra è sempre possibile e ancora oggi abita il nostro mondo, anche se a noi pare lontana ed improbabile.
Eppure già le spese militari sono una guerra combattuta tutti i giorni che provoca milioni di morti ogni anno per fame, malattie, povertà.

Per una nuova politica ed una nuova cultura della pace

Per la giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2021 papa Francesco così ha titolato il suo messaggio: «La cultura della cura come percorso di pace». È a partire dalla parola pace, e del suo risuonare dentro la logica della cura, che è possibile anche una rilettura dell’enciclica Fratelli tutti  pubblicata da Papa Francesco il 3 ottobre 2020 . Enciclica direttamente ispirata alla figura di san Francesco, che «dappertutto seminò pace e camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi, e seppe far cader le frontiere anche nella sua visita al Sultano Malik-al-Kamil affrontato col medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi “tra i saraceni o altri infedeli […], non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio”» (FT, 3).

Oggi, secondo papa Francesco, siamo chiamati ad incamminarci lungo le strade di un nuovo incontro: «percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite. C’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (FT, 225).

I tratti di questi percorsi sono esplicitati chiaramente:

a) i conflitti non possono essere né negati né dimenticati;
b) occorre ricominciare dalla verità, anche storica: «la verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia» (FT, 227);
c) il percorso di costruzione della pace non è un percorso di omogeneizzazione: la pluralità di progetti di società è ricchezza;
d) il cammino verso una migliore convivenza chiede sempre di riconoscere la possibilità che l’altro apporti una prospettiva legittima – almeno in parte –, qualcosa che si possa rivalutare, anche quando possa essersi sbagliato o aver agito male (FT, 228);
e) un’autentica pace si può ottenere solo quando lottiamo per la giustizia attraverso il dialogo, perseguendo la riconciliazione e lo sviluppo reciproco (FT, 229);
f) la sfida è superare ciò che ci divide senza perdere la nostra identità (FT, 230);
g) non basta una architettura di pace ma occorrono anche artigiani di pace (FT, 231): l’architettura è costituita dalle istituzioni e dai passi istituzionali che tuttavia richiedono il concreto, fattivo, caldo impegno di ognuno chiamato a svolgere «un ruolo fondamentale, in un unico progetto creativo, per scrivere una nuova pagina di storia, una pagina piena di speranza, piena di pace, piena di riconciliazione».
h) il percorso non ha mai termine: il cammino della costruzione della pace, nella costruzione dell’unità di una società, non è mai dato una volta per sempre. Occorre continuamente lottare per favorire la cultura dell’incontro, che esige di porre al centro di ogni azione politica, sociale ed economica la persona umana, la sua altissima dignità, e il rispetto del bene comune (FT, 232)

Artigiani di pace: il ruolo dell’educazione e della scuola

Hiroshima e Nagasaki sono stati e continuano ad essere una sfida terribile all’educazione e alla scuola. Le parole della Fratelli tutti ci ricordano un elemento essenziale e ben condiviso dai filosofi e saggi di questi anni (da Gunther Anders a Edgar Morin, da Gregory Bateson ad Hans Jonas, solo per citarne pochissimi), ovvero che siamo tutti sulla stessa barca, che il mondo è uno, che nessuno potrà salvarsi dalla distruzione del pianeta, avvenga essa per guerre nucleari o per creisi ambientale ed ecologica.
Siamo tutti fratelli, abbiamo tutti lo stesso destino sulla terra matria.
Da qui la sfida di una scuola e di una educazione chiamata a formare cittadini capaci di trasformare il mondo e la società.
La sfida, in sostanza, a connettere cultura e politica.  Saperi e trasformazione della realtà.

E’ la sfida che sta al centro, ad esempio, della Marcia Perugia-Assisi di cui questo anno si celebrano i 60 anni e che si svolgerà il 10 ottobre 2021 vedendo ancora una volta la scuola come uno dei soggetti chiave del camminare verso Assisi

Perché Hiroshima e Nagasaki restino solo un monito ed un ricordo ed Assisi ed il messaggio di Francesco l’orizzonte cui tendere.