Un ministro meritologo. E molto altro

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Stefaneldi Aristarco Ammazzacaffè

Il sogno di una vita.

“E l’Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar e … rideva e cantava” (Gaber).
E Valditara studiava. Studiava soprattutto i primi passi, e anche i secondi, per dare concretezza alla scuola del Merito. Sembra addirittura che meditasse, già di prima di diventare ministro, di proporre all’Università Europea ‘Legionari di Cristo’ – di cui, come è noto, è promotore e preside – di istituire la facoltà di Meritologia.
E pensava.

Quest’idea quindi lo agitava da sempre. Infatti è da almeno tre legislature tre, da quando cioè è parlamentare, che desiderava diventare Ministro dell’Istruzione, soprattutto perché – udite! udite! –  voleva modificarne la denominazione.
Non gli piaceva quella adottata. Era monca e povera – diceva -. Sostanzialmente egli  mirava a integrarla con una parola che per lui era soprattutto un valore e una ragione di vita: MERITO. Tutto maiuscolo. E così passare alla Storia (ci teneva veramente tanto).

Col nuovo governo, che finalmente corona il suo sogno di diventare ministro, si presenta la grande l’occasione.
Ma non sapeva come centrare tale obiettivo. E questo gli creava depressione. Addirittura incubi notturni. Del tipo: sognare di essere davanti ad una commissione, formata tutta da gente di sinistra – povero! – dai volti accigliati e anche brutti (tra l’altro)  che lo interrogava in modo truce sulle competenze di ministro; e lui, in preda al terrore non riuscire ad aprire bocca. E sudava e stralunava.
Questo, almeno a dar retta ai suoi racconti. (Alcuni che ne sanno insinuano invece che non apriva bocca perché era a digiuno delle cose più elementari sul mondo della scuola. Sarà vero, non sarà vero? Nel dubbio, personalmente mi astengo).

Comunque alla fine ce l’ha fatta. Gli è arrivata l’idea giusta: – Rivolgiti a Giorgia – si disse – e vedrai che ne esci –
E così ha affrontato la Presidente Giorgia – come sempre la chiama lui (solo Salvini, che ancora gli rode, la chiama, col sorriso che gli si confà, “Giorgina”; e ogni volta lei lo squadra severa, che il sorriso gli si congela in smorfia).
“Vorrei, Presidente Giorgia – le dice – arricchire e meglio articolare la denominazione del mio ministero, per dargli la dignità e la considerazione che merita; e vorrei farlo aggiungendo, a Ministero dell’Istruzione, ‘e del Merito’. 

‘Giusto, giusto. È la bandierina che mancava. Mettiamocela”. Non aggiunge altro e riprende il suo lavoro. (Aveva evidentemente altro per la testa o già conosceva il personaggio. Ma chi lo può dire).  Lui capisce, saluta ed esce, comunque contento.
Era fatta! Raggiunto l’obiettivo anche sulla denominazione, inizia la sua missione concedendo interviste sull’argomento ai giornali, alle radio, ai telegiornali e alle trasmissioni di intrattenimento di Rai 1,2,3, de La Sette, della Nove e fors’anche della Dieci, se c’è; e ovviamente anche di Mediaset, di Sky, ecc., ecc.. Ha tentato anche con BBC, ma non ce l’ha fatta, per un soffio – dice lui.

Al di qua e al di là del merito. La questione della scuola seria: cosa è, cosa non è.

Però, quando questa storia del merito non tirava più come notizia, ha cominciato con altri argomenti più freschi e momentaneamente più attraenti; a partire dalla questione dei cellulari, fino a quella apparentemente un po’ più seria della scuola seria (cos’è / cosa non è, il dilemma). Questione, questa, che ha avuto degli sviluppi eclatanti nell’intervista a Sky TG24, poco prima di Natale, che ci ha fatto capire finalmente il cuore della missione che gli sta a cuore, ben tradotta nella frase che riassume il suo obiettivo pedagogico: “Riportare la serietà nelle classi”.
E, siccome lui è persona che sa quel che dice, ha voluto chiarirlo nella seconda intervista rilasciata al quotidiano Libero, dove reclama, senza giri di parole: “Io voglio una scuola seria con docente che spiega e lo si ascolta”. 0h! – conclude.

Al riguardo, profonde, come il pozzo di S. Patrizio, le sue parole, riferite specificamente all’uso del cellulare in classe. Sul quale soprattutto ha argomentato molto convinto, nella sua prima o forse seconda Lettera alle famiglie, che

  1. si usa quando si può e non si usa quando non si può;
  2. gli adulti della scuola devono vigilare ed eventualmente punire chi fa di testa sua, perchè la scuola è una cosa seria e non c’è scuola se non è seria (affermazione che ha – a ben vedere – una sua profonda interna coerenza e perciò è stata molto applaudita in giro, dicunt);
  3. la circolare ministeriale del 2007 sulla questione diceva già quello che andava detto, ‘ma io ne ho voluto fare una tutta mia, per far capire che l’aria è cambiata; e anche il vento ha cambiato giro“. Chi deve capire capisca;
  4. sono anche sue (di lui medesimo), le preoccupazioni, al riguardo, dei genitori e dei docenti; perciò anch’egli ha voluto occuparsene e preoccuparsene personalmente per far capire a tutti che ora c’è anche lui che se ne occupa e preoccupa. È bene che si sappia.

Sul valore della  punizione. Ovvero: quando l’ego degli studenti si sgonfia.

Riguardo allo specifico punto delle punizioni – per lui strumento obbligato di una scuola seria – le riflessioni e considerazioni in cui offre il meglio di sé sono quelle che ne approfondiscono opportunamente il senso e il valore, a ben vedere decisamente catartico (Piace richiamare qui che gli è capitato spesso di riproporlo in giro, riscuotendo, si dice, tacita ammirazione).
Tra l’altro, alcune di queste sono decisamente esemplari, soprattutto per l’assoluta capacità di saltare di palo in fresca con invidiabile non chalance; tanto da chiedersi, tra chi lo ascoltava: – Ma quanto avranno cercato per trovare un ministro così? Boh!
E casi come questi si arrivava addirittura all’imbarazzo, perchè non si sa  se essere più ammirati per le cose che dice o per le cose che non dice e si presume voglia dire (in situazioni del genere, comunque, io, nel dubbio, mi astengo).

Però una cosa non va sottaciuta. È il piglio dell’uomo che sa decidere. Di cui ha dato particolare dimostrazione nella trasmissione televisiva “Porta a porta”, di fine anno; durante la quale afferma testuale, a proposito dei fenomeni di bullismo: «Non possiamo rimanere inerti. …”.
Non saprei comunque a questo punto chi citare dei grandi pedagogisti dell’ultimo secolo a cui lui si è creativamente ispirato. Non me ne viene nessuno.

Ma il suo scavo sull’argomento bullismo e strategie ha avuto suggestivi sviluppi soprattutto nella sua Audizione di fine anno alle commissioni riunite Cultura di Senato e Camera.
Dove il ministro, puntando giustamente a fare bella figura – era la sua prima udizione – dopo aver parlato del bullismo come espressione dello sviluppo mal governato dell’ego  su cui evidentemente ha fatto degli studi la sera prima – ha lanciato il suo monito esplicito: “… il ragazzo deve concepire che il suo ego ha dei limiti; deve rendersi conto che è inserito in una dinamica sociale più ampia. Non può essere lasciato solo col suo ego ipertrofico». Una uscita che è una mazzata. E siccome è il tipo che non lascia le cose a metà, conclude con la parola d’ordine – quasi un’epigrafe -: “(Gli studenti) “devono imparare ad accettare la sanzione”.

Applausi finali ma anche qualche parlamentare che bisbiglia: – Ma noi che c’entriamo?
Comunque, nell’insieme non si può dire che la sua figura non l’abbia fatta.
A questo punto, la domanda finale: Cosa si può chiedere di più su un ministro di questa portata? Niente.
Lui è fatto proprio così. Che Dio comunque gliene renda merito.