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Ritorno al futuro: la valutazione nella scuola primaria, sospesa tra voti e giudizi

di Daniele Scarampi

L’insegnante più accanita era irremovibile – reminescenze di Barbiana, lontane nel tempo eppur assai attuali – e protestava: “Se un compito è da quattro io gli do quattro!”; ma non capiva, poveretta, che proprio di questo era accusata, ché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti eguali tra diseguali.
Don Lorenzo le aveva intuite a fondo tutte le contraddizioni di una scuola slegata dalla vita reale, frutto acerbo di programmi nozionistici o concettosi, lungi dall’esser funzionali alla cittadinanza attiva e in aperta antitesi con la realizzazione di quell’uguaglianza sostanziale auspicata dal terzo articolo del dettato costituzionale.
La scuola di Barbiana aveva poi denunciato, tra le tante incoerenze, l’aspetto discriminatorio del voto numerico, considerato uno strumento di lavoro non adeguato a una valutazione efficace e inadatto al miglioramento, volto unicamente a monopolizzare la sfera emotiva del discente, prigioniero di una prestazione da ottenere e da dimostrare.

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Per una pedagogia dell’autonomia. Oltre i compiti, un’altra scuola è necessaria

di Giancarlo Cavinato

La situazione della sospensione della scuola nel periodo del lockdown  se da un lato ha visto molti insegnanti impegnati alla ricerca di pratiche possibili a ‘bassa intensità tecnologica’ per promuovere esperienza, gioco mentale, mantenere forme di interazione e ascolto (cfr. il blog senzascuolawordpress.com) , dall’altro ha visto piovere nelle case già sovraccariche di problematiche schede ed esercizi (giungendo perfino  alla ‘raffinata perfidia’ di alcune situazioni in cui sono stati chiesti a insegnanti di inviare i compiti per la settimana pasquale) a seguito di lezioni trasmissive. Coniugazioni di verbi, studio di regioni, frazioni ed equivalenze… tutta una tradizione mnemonica si è riversata su alunni su cui per di più gravava il ‘sospetto’ della soluzione da parte degli adulti. E agli insegnanti l’ingiunzione di una valutazione sommativa standard applicata a una situazione del tutto nuova. Eppure proprio alcune proposte circolate (fare della casa, del nucleo familiare, dello spazio circostante luogo e sede di attività e di ricerche) andavano proprio nella direzione che Freinet ha così chiaramente delineato.

La pedagogia Freinet è una pedagogia dell’emancipazione e in quanto tale prevede precisi dispositivi che evitino assuefazione, saturazione, meccanicismo e, soprattutto, un aumento delle differenziazioni fra alunni e il conformismo (i ‘diligenti’ che svolgono regolarmente i compiti assegnati e i ‘negligenti’ che non stanno al passo). E’ emblematico l’esempio nel film ‘L’école buissonnière’ di Jean-Paul Le Chanois (1949) dell’alunno che non ricorda la data della battaglia di Azincourt ma dimostra un elevato grado di consapevolezza e di conoscenza della lunga marcia per la conquista dei diritti umani,

Freinet cercava di sviluppare nei ragazzi l’autonomia e l’autoorganizzazione attraverso le tecniche  con lo scopo che  il gruppo, attraverso un’organizzazione della classe  cooperativa, sia impegnato  in attività significative, in ricerche intorno a temi di  interesse, in laboratori. Quindi nemmeno a scuola è produttivo assegnare compiti, evitando il triangolo banale “spiegazione/studio – compito/interrogazione –  valutazione”.

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C come cooperazione

di Giancarlo Cavinato

Cooperazione è l’opposto di individualismo, egoismo, sopraffazione, depredazione delle risorse comuni, guerra. Pratiche, queste ultime, che si sviluppano in tempi rapidi, non  richiedono particolare preparazione e riflessione. La cooperazione, al contrario, non si improvvisa in base ad impulsi. Richiede pazienza, tempo di attesa, ascolto, dispositivi da mettere in funzione con cura e costruzione lenta. Così si istituisce una classe cooperativa come ambiente di vita in Freinet.

Educare alla cooperazione è necessario per ritrovare interesse ai valori collettivi e dare senso alla vita, per immaginare e costruire mondi migliori.

Nel mondo attuale segnato da pesanti disuguaglianze e individualismi distruttivi educare alla cooperazione  è necessario per costruire equilibrio sociale, per combattere l’iniquità e l’ingiustizia, perché siano  riconosciuti  i diritti fondamentali a tutti gli esseri viventi e ognuno/a si assuma la responsabilità della  loro realizzazione.

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Linguaggio, significato e comprensione del testo

di Giancarlo Cavinato

Leggendo un testo può capitare di imbattersi in termini come ‘gheriglio’, ‘pistillo’, ‘sgranocchiare’, ‘mariuolo, ‘zuppiera’, di cui il lettore non conosce il significato.
All’età in cui si affronta la pagina scritta non è ancora possibile ricorrere al vocabolario, né la definizione data dall’adulto consente di inquadrare il termine nel testo orale o scritto, e non lascia una traccia sufficiente a riconoscere il significato del termine quando lo si reincontra,
E’ questo uno dei nodi centrali per la costruzione di strategie consapevoli di lettura e per poter comprendere messaggi in profondità.

Una scuola conservatrice affronta il tema del significato in modo coerente alle sue linee generali di organizzazione culturale e funzionale: come struttura rigida trasmette cultura in modo rigido. Per la lingua si privilegia lo scritto sul parlato e per lo scritto si tengono d’occhio modelli, che mal sopportano devianze.
Si crede che la lingua sia formata da una somma di elementi tutti della stessa importanza, dai più semplici ai più complessi, le vocali, le consonanti, le parole, le frasi, le proposizioni, i periodi…si crede anche che l’analisi di questi elementi si possa fare ancora secondo gli schemi del razionalismo di Port-Royal (analisi logica e grammaticale) e che questo tipo di analisi giovi al saper scrivere e al saper parlare. Una scuola conservatrice ha della lingua una concezione statica ove la massima ambizione è scrivere secondo “il modello”. Dal bambino della prima elementare, che mette insieme i “pensierini” e legge sul libro di lettura, al ragazzo della media, che svolge il tema, c’è una continuità didattica e metodologica, che testimonia il peso e il ruolo della tradizione […..]

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La crisi irreversibile dell’inclusione scolastica italiana

Ecco il testo “intervista a Raffaele Iosa a commento sui dati della ricerca ISTAT 2020 su scuola e inclusione disabilità. Perché in 20 anni le certificazioni sono raddoppiate?
Perché questa grave medicalizzazione di troppi bambini? Perché c’è una gestione caotica e squalificata dei posti di sostegno e degli assistenti autonomia? Perché una medicalizzazione violenta mette in crisi l’inclusione? I segni di una crisi irreversibile?

“Un’analisi critica dura e dolorosa che – commenta ancora Raffaele Iosa – stanno mettendo in luce una brutta verità: l’inclusione italiana è in una crisi ormai irreversibile, culturale e organizzativa.  Domina la ‘tecnica terapeutica’ isolante, un conservatorismo compassionevole pieno di vizi assistenziali. È un fallimento dei sogni e della fatica di molti di noi, ormai vecchi, che per l’inclusione hanno dato la vita. Né la politica né il sindacato né la “cultura accademica” pensano. Il dolore infantile e dei bambini, che esiste, è solo un pretesto per altre cose. Posti, carriere, mercato iatrogeno. La mia tristezza non ha più limiti”.

 

La Ministra come non la penseresti mai

a cura di Aristarco Ammazzacaffé

Appunti di un suo probabile colloquio confidenziale con una amica-collega di Siracusa, fatti recapitare clandestinamente e in esclusiva ad Aristarco Ammazzacaffè.

Location: Ministero dell’Istruzione, Viale Trastevere, Roma
Data da convenire
(Accoglienza affettuosa da parte della Ministra. Convenevoli iniziali da amiche di lunga data. Toni sereni e confidenziali)

Lucia, ma la storia del rientro a scuola dei ragazzi delle Superiori com’è? non si capisce ancora molto: le scuole svolgeranno attività didattiche in presenza per 75% dei loro studenti; e per arrivare al 100% bisognerà ricorrere alla DDI? È proprio così?

Questa posso dirti di averla capita abbastanza. Te la chiarisco e spero di non sbagliarmi, perché la formulazione del Decreto, lì per lì, qualche interrogativo lo pone. Risponderei così: dal 7 gennaio, il 75% degli studenti di un Istituto seguirà le attività in presenza, sostanzialmente con tipologie didattiche pre-covid; ma con funzionamento dell’orario e consistenza delle classi variabile. E questo per garantire la famosa sicurezza. Il 25%, le attività le seguirà con video lezioni – collegandosi da casa con la rete -; attraverso quindi una didattica che abbiamo chiamata Digitale Integrata (DDI).
Queste video–lezioni integreranno le lezioni fatte in presenza. 75% + 25% fa 100%. Giusto, no? Tutta la popolazione scolastica dell’Istituto ci rientra in pieno. È chiaro adesso?

Mah; diciamo più o meno. Il recente decreto sulla Didattica Digitale Integrata sembrava prospettasse un rinnovamento della didattica tradizionale attraverso una sua integrazione con la didattica digitale. Non era così? Non è così?

È un pensiero come un altro. In effetti l’interpretazione è possibile. Ma non so se è quella giusta. Anzi, penso di no. Provo a spiegarmi. Al fondo della decisione di fare un Decreto sulla Didattica Digitale Integrata c’è il fatto che la Didattica a distanza già da maggio non era più in. Si chiedeva da varie parti, e a gran voce, il ritorno a scuola per tutti; e particolarmente per le classi della Primaria e delle Medie.
In quel periodo (e, se è per questo, anche prima e dopo), tutti se la prendevano con me per il lockdown e per il mal funzionamento della DaD. E c’era anche il confronto con l’Europa: eravamo gli unici a aver chiuso le scuole definitivamente e per ogni ordine e grado.
Da qui la pioggia di critiche feroci che mi è piovuta addosso da tutte le parti e il rischio forte per il mio ministero.
La trovata della Didattica Digitale Integrata nasce da qui, come anche il Decreto pronto già a fine giugno (ma registrato a fine agosto!). Il titolo, che avevo scelto io, modestamente, suonava opportunamente accattivante e innovativo (digitale e integrata sono due termini intriganti, che mi sono sempre piaciuti); e, nei discorsi sulla scuola, toglieva spazio e occasioni polemiche alla DaD di cui io ero allora vista come la paladina.
Però qualche dirigente – pensa un po’, un dirigente! – non ha gradito e ha parlato al riguardo di ‘specchietto per le allodole’. E qualche altro gli ha fatto eco – e in dibattito pubblico! – perfino con una battuta infamante, ‘E facimme ammuina’. Capisci? Ma si può? Questa sì, una vera infamità.

Comunque, per non sapere né leggere né scrivere, con il vento cambiato, anche io, come ben sai, ho cambiato la mia strategia complessiva e mi sono riproposta accortamente come la prima paladina della Scuola in presenza. E, coerentemente con questa impresa, mi sono poi buttata nella difesa degli Istituti scolastici come luoghi, sul piano sanitario, tra i più sicuri al mondo. Per dire.

Riconosco che hai saputo giocare bene. In verità, un po’ furbetta sei sempre stata. Toglimi ancora una curiosità sul Decreto: non sono riuscito a cogliere bene l’aggancio che tu prospetti della DDI con il rinnovamento complessivo della scuola. Ma quest’aggancio c’è veramente?

Al riguardo è necessaria una premessa: il decreto non l’ho scritto io; anche perché, a te lo posso dire, non avrei saputo da dove cominciare. Per certe cose bisogna essere preparati e capirle fino in fondo. Io l’ho ovviamente letto, ma più per dovere d’ufficio che altro. L’ha scritto, come sa chi è dentro a queste cose, il mio Capo Gabinetto, il dott. Bruschi, che, a infiocchettare le cose è molto bravo; e che ha opportunamente scritto un testo in cui il punto certo – per come l’ho letto io – è uno solo: impegnare le scuole – che pure avevano già, di loro, mille gatte da pelare – a elaborare il Piano scolastico per la Didattica Digitale Integrata. Questo per far capire che la DDI era una cosa importante. E mettendoci dentro indicazioni e linee guida che Dio solo sa cosa c’entrano con la Didattica digitale; ma comunque ben utili per riempire di parole il discorso. Bruschi in questo è, come ho già detto, bravissimo. Gli va dato merito.
Però, a dirla tutta, alcune volte si allarga un po’ troppo. Vedi la Nota di trasmissione dell’Ordinanza sulla valutazione per la Primaria: due pagine e mezzo e solo e soltanto per fare la sua bella figura con apprezzamenti di qua, consigli scontati di là, manco fosse il ministro. E io faccio finta di niente. D’altra parte, in questa situazione, una come me, davanti a Decreti e Ordinanze, che fa? Firma. Che può fare?

Non mi sembra, dalle cose che dici, che te la passi proprio benissimo. Mi spiace molto per te. Pensavo fossi in paradiso. Però io te lo avevo detto in tutta franchezza: – Guarda, Lucia, tu come insegnante ci sai fare. Sei brava. Ma per fare il ministro ci vogliono grosse competenze e conoscenza non superficiale di tutti gli ingarbugliamenti del sistema.
Già in una scuola di medie proporzioni come la nostra, sapevi che di problemi complicati ce n’erano ogni giorno. E, alcune volte, devi riconoscerlo, anche tu eri un problema, soprattutto per quella santa della nostra preside. Ti avevo detto di pensarci bene prima di accettare. Ma hai voluto fare di testa tua. E tu, la testa dura l’hai sempre avuta. Si vede, d’altra parte, che, nonostante la tua buona volontà e le tue fatiche, tutto il sistema – e lo sai anche tu – male andava e peggio va.
Ma toglimi ancora una curiosità sull’ultima ordinanza per le Superiori (Poi però riprendiamo a parlare di cose nostre, che è meglio). Il passaggio dell’Ordinanza che prevede di garantire l’attività didattica in presenza per il 75% degli studenti: come va tradotto? Voglio dire: con quali modalità possibili per le diverse situazioni? Ho sentite le proposte più varie e variopinte in proposito.

In tutta sincerità, per questi aspetti specifici meglio rivolgersi direttamente a Bruschi che li avrà probabilmente previsti.
Devo confessarti che faccio un grande sforzo a spiegare questo punto (è la ragione per cui finora non ho rilasciato nessuna intervista al riguardo); non è materia che padroneggio molto, l’avrai capito. Io mi trovo più a mio agio su cose concrete, come le operazioni sui banchi e sulle distanze di sicurezza, sia statiche che dinamiche (che non sono proprio la stessa cosa, come ho spiegato mille volte) o il famoso algoritmo sul distanziamento sicuro degli studenti in classe, che è un’autentica invenzione del mio ministero; apprezzatissimo in giro e dintorni.
Per questo, come sai, sono ancora adesso accusata addirittura di essermi interessata poco di aspetti più solidi come i trasporti, gli organici, la tracciabilità per la ripresa delle lezioni a settembre. Ma, per come mi conosci – e tu mi conosci – queste cose che c’entrano con me? Anche se poi io ci metto tutta la buona volontà di questo mondo. Il fatto è che non sono proprio portata; anche se poi devo fare buon viso a cattivo gioco. Ti assicuro però – e tu mi conosci bene – che, per senso del dovere, la mia parte l’ho sempre fatta tutta (Come continuo a ripetere, io lavoro notte e giorno e quest’anno non ho neanche fatto un giorno di ferie, dicono).
Come avrai notato, in questo periodo sono anche molto impegnata come ministra a mandare alle scuole messaggi positivi, attraverso foto che mi ritraggono in formato tessera e lo sguardo rivolto a destra, come nel dipinto di Jan Vermeer: La ragazza con l’orecchino di perla; ma, soprattutto, con diverse mascherine che mi sono fatto fare su misura. Non so a te, ma a me le mascherine che indosso piacciono molto; e due in modo particolare: quella con la scritta: io ho la scuola nel cuore (ovviamente in disegno e tutto rosso brillante) e l’altra: io cuore i miei studenti (dove cuore, sempre disegnato e rosso uguale, sta ovviamente per ‘amo’;). Pensa che quest’ultima mascherina – una curiosità – mi è valsa la lettera infuocata di uno studente di Quarta superiore che mi ha scritto che lui del mio cuore non sapeva che farsene; che già quello dei genitori gli bastava e avanzava; e che quella scritta sulla mascherina lui la considerava come una vera e propria molestia. Pensa! È l’età, capisco. Io poi gli ho telefonato – tu mi conosci – e tutto è finito bene. Gli ho addirittura lasciato il mio numero del ministero, nel caso. Ma sinceramente non so se ha gradito. Perché subito dopo è caduta la linea.

Ho visto le foto. Belle. Stai bene.
Ancora, scusami, una rassicurazione. Ho seguito il dibattito a tratti acceso sulla nuova valutazione nella Primaria. Si riuscirà a realizzare una svolta significativa?

Tu sai che questo non è un terreno che mi appassiona più di tanto. Sai che c’era un decreto che prevedeva il passaggio dal voto al giudizio descrittivo; bisognava fare un’ordinanza in tempo utile e noi l’abbiamo fatta, anche se il momento non è dei migliori: problemi di pandemia ancora preoccupanti e tempi strettissimi che ci separano dagli scrutini quadrimestrali di fine gennaio. Tu sai d’altra parte come la penso al riguardo. Però ti pregherei di non farne parola in giro. Una ministra non può contraddirsi su decreti e ordinanze che firma. Ma almeno a te lo posso dire: questa impalcatura del giudizio descrittivo non mi convince. Il vero unico strumento comunicativo, semplice efficace immediato e anche educativo, per me continua ad essere il voto, anche nella Primaria. Io penso ovviamente che la valutazione debba essere educativa. Ma cosa c’è di più educativo di un bel 4 quando il ragazzo merita 4 e 8 quando si merita 8? Il resto è letteratura. E poi, i voti ci sono da sempre stati. E ora vogliamo cambiarli? Mah!

Su questo non sei cambiata per niente rispetto a quando eravamo colleghe. A differenza di quello che pensavo io, quando se ne discuteva, tu tifavi sempre per i voti.

Comunque, adesso c’è questa novità e bisogna farla funzionare. Bruschi a queste cose ci crede, anche se pure lui fino a un certo punto. Certamente però non si può negare che è una complicazione in più per le scuole, per gli insegnanti e per le famiglie; e per me che dovrò vedermela con i Sindacati. Sono gatte da pelare.

Ma i problemi su questa novità – relativa, d’altra parte – e anche le polemiche sulle altre cose messe in campo, non devono buttarti giù. Non è che i tuoi predecessori, a conti fatti, se la sono cavata meglio. Hai presente Bussetti? E mi limito a lui. Io mi sono sempre domandata: Ma questo, dove l’hanno trovato? Per dire.
Ma, scusa, a proposito delle tue perplessità sui tempi per gli scrutini del primo quadrimestre: potevi proporre lo spostamento della prima applicazione al giudizio di fine anno. La ministra sei sempre tu, dopo tutto.

Ministra? Se se. [in napoletano. Sì, sì. Sfotti pure].
(Sorrisi a perdere, da vere amiche…..)

Tempo perso? Ma quando mai!

di Raimondo Giunta

Un bel post di Simonetta Fasoli mi spinge a tornare sull’infelice, sgradevole e immotivato proposito di recuperare il tempo che si sarebbe perso nelle tante settimane di didattica a distanza.
Non credo che ci sia stato un periodo così difficile nella vita della scuola come quello che si è trascorso e si trascorre per mantenere in vita e sviluppare nei limiti del possibile il rapporto educativo tra docenti e alunni. Il tempo della scuola è stato ed è quello determinato dalle istituzioni che la governano; lo sarà ancora, per gli evidenti vincoli che tutti conosciamo. Non può essere dilatato a piacimento; forse a piacimento lo si è ridotto e ancora lo si può ridurre con le più complicate motivazioni.
Nel tempo della scuola scorre con un proprio e diverso ritmo quello della crescita, dell’educazione, della maturazione degli alunni. Non sono rari i casi in cui il tempo della formazione non collima con quello istituzionale e dentro questa cornice può soffocare. Continua a leggere