Violenza, problema allarmante: cosa si può fare?

di Monica Piolanti

I dati dell’indagine Istat “Bambini e ragazzi: comportamenti, atteggiamenti e progetti futuri” 2023, presentati il 26 giugno 2025 in Conferenza Stampa sollevano importanti interrogativi sulle origini della violenza giovanile. Le dinamiche relazionali tra i ragazzi possono essere complesse e spesso caratterizzate da interazioni tra “vittime” e “prepotenti”. I dati indicano una realtà preoccupante: il 68,5% degli 11-19 enni ha dichiarato di aver subito almeno un episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione (sia online che offline) nei 12 mesi precedenti l’indagine.

Ciò dimostra che la maggior parte dei giovani ha avuto un’esperienza diretta o indiretta con la violenza. La persistenza di tali comportamenti, che si manifestano in modo intenzionale e continuativo attraverso atti aggressivi fisici, verbali o psicologici, è una caratteristica distintiva del fenomeno del bullismo. I ragazzi del Nord-Est e Nord-Ovest subiscono atti di bullismo continuativi più di quelli del Mezzogiorno.
Le forme di vessazione variano in base al genere. Mentre i maschi sono vittime di offese e insulti, le ragazze subiscono l’esclusione sociale. Per quanto riguarda il cyberbullismo il 34% dei ragazzi ha subito comportamenti oltraggiosi online nel 2023. La mancanza di contatto faccia a faccia tra aggressore e vittima rimuove le barriere psicologiche, rendendo più facile perpetrare atti violenti. La maggior parte degli atti violenti sono dovuti principalmente alla crescita esponenziale del bullismo e cyberbullismo. Come evidenziato dai dati Istat la violenza giovanile spesso affonda le sue radici nella famiglia.
La mia percezione è che stia emergendo una “genitorialità assente”, non necessariamente in senso fisico, ma emotivo ed educativo. I genitori ci sono, ma spesso “non fanno i genitori”. La crescita della violenza giovanile è un campanello d’allarme che non può essere ignorato. E’ un segnale che, in molti casi, la famiglia sta perdendo il suo ruolo fondamentale di guida e di supporto. La soluzione non può essere la repressione, ma deve partire dalla radice del problema: dalla necessità di genitori che tornino a fare i genitori, con pazienza, autorevolezza, empatia e una comunicazione aperta e coerente. Al fine di poter contrastare e/o prevenire la violenza così diffusa nella nostra società permissiva nella quale i valori tradizionali sono così scarsamente avvertiti o non illuminano più i comportamenti individuali, bisogna riconoscere che non si parte da zero, perché sia pure in modo confuso o velleitario molte istituzioni, o per lo meno molti insegnanti o adulti hanno già da tempo provveduto a sperimentare iniziative che talora hanno anche raccolto esiti positivi. Si deve però riconoscere che la gravità della situazione attuale è tale da rappresentare un’emergenza; e nelle emergenze le risposte individuali ai problemi, per quanto provocatorie hanno spesso un valore modesto.
Per questo motivo il tema che analizzerò ci ricorda che le risposte devono essere interistituzionali, di rete, poiché ognuno dalla sua ottica deve essere coinvolto nella ricerca di iniziative e di modalità operative per poter aggredire la complessità dei fenomeni. Il fenomeno della violenza che trasuda da troppi episodi della vita contemporanea, è di tali proporzioni che senza la sinergia di più istituzioni, a cominciare dalla famiglia, non potrà sicuramente essere risolto. Per questo motivo occorre trovare delle formule di approccio più complesse di quelle abituali e basate sul buon senso di ognuno di noi, formule che possono nascere dal confronto con le esperienze, dalla comune riflessione sulle letture specialistiche o sugli esiti comparati di approcci effettuati. E’ però vero che se la soluzione ottimale può scaturire da convergenze interistituzionali, questo non deve costituire un alibi per le singole istituzioni ad affrontare anche autonomamente i problemi.

La famiglia e la scuola, ad esempio, devono affrontare un fenomeno come la violenza che mette a rischio la funzione della istituzione, impedendole cioè di realizzare quello che è lo specifico compito di essa, che nel caso della famiglia o della scuola è quello di educare e di insegnare. Perciò, a prescindere dal fatto che si giunga o meno a costruire delle iniziative interistituzionali volte a prevenire il fenomeno (e qui parlo da insegnante), è necessario che ogni scuola vada al di là del tradizionale didattismo per investirsi di compiti che un tempo erano “a latere” della funzione insegnativa e che invece oggi sono dei veri e propri prerequisiti per l’esercizio della medesima. Infatti nella scuola odierna, prima ancora di fare l’offerta didattica ai bambini/ragazzi, si deve prevenire ogni forma di disturbo che potrebbe impedire o quanto meno ostacolare il buon esito dell’apprendimento. E qui penso a quegli alunni con disturbi di comportamento che rubano ai compagni materiali o che non li restituiscono se prestati; a quegli alunni che si fanno i dispetti, che alzano le mani, che offendono verbalmente e che stentano ad accogliere le regole del funzionamento della classe; a quegli alunni che usano termini offensivi o impropri, che disturbano anche sessualmente i loro compagni di classe dal momento che per una serie di ragioni sociologiche è in atto nella nostra società un precoce approccio ai problemi della sessualità che un tempo maturavano solitamente negli anni della crisi puberale.

Di fronte a tutte queste emergenze è evidente che la professionalità dei docenti così come la funzione genitoriale devono essere allertate per includere strategie volte ad aggredire precocemente e preventivamente tutte le forme di violenza contro se stessi e contro gli altri a cui anche per induzione i bambini e i ragazzi di oggi siano inclini. Questi problemi non possono però interessare soltanto la famiglia e la scuola perché costituiscono delle vere e proprie emergenze sociali ed educative. E’ la qualità della vita nella società democratica ad essere in gioco: di qui la necessità che ogni iniziativa volta a contrastare o a prevenire i fenomeni della violenza abbia un carattere interistituzionale.

Riflettendo sulla sua urgenza, a me pare che si debbano prendere due fondamentali tipi di iniziative, che coinvolgano gli Enti Pubblici, le Associazioni di Categoria, i Sindacati, le fondazioni di varia natura, le Associazioni No Profit, ma in primis le famiglie e le scuole:

1.indizione di conferenze pubbliche tenute da esperti e dirette a tutta la cittadinanza (occorre educare il senso civico della collettività perché è la crisi di esse che giustifica il dilagare di fenomeni come la violenza);

2.creazione di laboratori tematici per insegnanti in servizio e genitori aperti alla collaborazione di cittadini e di esperti settoriali, intenzionati però anche a recuperare quei docenti in pensione, che potrebbero essere “riciclati” in un servizio alla collettività locale che possa avvalersi delle loro esperienze e della saggezza acquisita con lo stare lontani dalle aule.

Per quanto riguarda questo secondo aspetto (laboratori tematici), anche pensando alle competenze di cui ogni scuola può già fruire per la presenza di certe figure al suo interno, si potrebbe pensare a laboratori tematici volti ad indagare la varietà delle cause del fenomeno della violenza (in che modo la disintegrazione della famiglia può agire sui bambini; in che modo i condizionamenti dei social “non educativi” possono produrre precoci sollecitazioni dannose/pericolose nei soggetti; in che modo un negativo uso del tempo libero da parte dei bambini e dei ragazzi può influenzare gli orientamenti sessuali che la famiglia spesso considera come tabù; in che modo e con quale incidenza la violenza costituisce più spesso un fenomeno individuale).
Allo stesso modo l’analisi dei fenomeni che ogni scuola dovrebbe indagare anche adottando forme sperimentali di risoluzione, dovrà essere confrontata con analisi parallele fatte da altre scuole, in orizzontale o in verticale in modo da pervenire a soluzioni complessive che riguardino il fenomeno nel corso delle varie età.
Oltre a questi laboratori tematici gestiti dalle singole scuole, e a cui negli Istituti Superiori, potrebbero partecipare anche gli stessi allievi, per responsabilizzarsi progressivamente attraverso un impegno diretto, potrebbero essere costituiti presso dei Comuni Capifila e per i vari Comuni del Circondario, dei veri e propri laboratori tematici di contrasto alla violenza, iniziative che molto spesso i vari Assessorati alla Cultura, ma senza alcun coordinamento, prendono risolvendo però il tutto in una conferenza pubblica gestita da esperti o più spesso nella forma della Tavola Rotonda, inclusiva del contributo di figure locali, portatrici di particolari esperienze sull’argomento. Questi laboratori potrebbero elaborare iniziative di prevenzione sulle seguenti tematiche:
a)educazione ad una genitorialità responsabile;
b)educazione all’uso consapevole, etico e critico dall’IA;
c)educazione ai social e con i social;
d)educazione al rispetto della diversità come risorsa;
e)educazione al rispetto dell’altro come persona;
f)educazione al rispetto dell’ambiente naturale e culturale;
g)educazione al rispetto delle regole nella società democratica
h)educazione al rispetto di sé come persona e come cittadino di una comunità solidale;
i)educazione all’affettività;
l)educazione alla parità di genere.

E’ evidente che queste proposte potranno numericamente essere arricchite dal contributo delle esperienze dei singoli e dei partecipanti ai laboratori. Quello che conta però, a mio avviso, è il fatto che gli spunti suggeriti non si fermino al livello di una pura progettualità fine a se stessa, ma che ogni scuola e/istituzione si preoccupi di realizzare il progetto, magari il medesimo per più istituti, in modo da poterne confrontare gli esiti. Quello che occorre in fondo è che il lavoro si trasformi in una ricerca-azione, i cui i risultati possano essere socializzati, in modo da creare una dialettica fra quanti vorranno partecipare ad affrontare problemi come quello della violenza, non tanto e non solo per indagarne la complessità delle cause, quanto e soprattutto per trovare risposte a queste emergenze, risposte che potranno anche essere insufficienti ma che debbono diventare altrettanti prerequisiti per approfondire le indagini e migliorare progressivamente le strategie della risoluzione dei problemi, avendo maturato la convinzione che nella società complessa nessun problema può essere risolto con “ricette fai da te”, ma solo con progetti interistituzionali capaci di mettere a profitto tutte le risorse a disposizione nel territorio. Per educare alla non violenza, dunque, è necessario lavorare fin dalla Scuola dell’Infanzia sulla costruzione di relazioni e legami positivi e paritari basati sui principi di parità, equità, rispetto, inclusività.

Occorre prevedere e realizzare percorsi laboratoriali, esperienziali, formativi ed educativi per le scuole di ogni ordine e grado. La pratica della cooperazione e della condivisione, l’abitudine all’ascolto partecipe, all’empatia, al rispetto favoriscono un clima di accoglienza, di benessere, prevengono fenomeni di discriminazione ed esclusione. Possiamo definire la non violenza, quindi, come valore, come prassi e come scopo: una scelta etica, che si traduce in azioni e comportamenti, finalizzati al raggiungimento di obiettivi di giustizia sociale.

Mi piace chiudere con l’appello alle famiglie, alle scuole e alle Istituzioni di Gino Cecchettin che nel suo libro “Cara Giulia”, redatto con Marco Franzoso, edito da Rizzoli 2024 scrive: “Cara Giulia, tu avresti voluto una società fatta di persone che reagiscono positivamente alle difficoltà, che non si lasciano mai sopraffare dalla negatività e dalla violenza. Questo significa restare umani”

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