di Monica Piolanti
A mio parere, la somma dei problemi da affrontare per la realizzazione di una scuola efficiente ed efficace è estremamente ampia e dovrebbe partire da una diversa organizzazione del sistema scolastico; la rigida divisione per classi, per cui gl’insegnanti si sentono interpellati moralmente solo ed unicamente sugli alunni assegnati.
I Consigli d’Istituto non sono riusciti a sviluppare, nel personale della scuola, il senso di una responsabilità collettiva in cui tutti siano coinvolti nell’approccio ai problemi posti dal cambiamento.
Questo tipo di organizzazione induce necessariamente docenti e personale scolastico a sentirsi limitatamente impegnati nell’approccio globale ai problemi, che è legato all’impegno di tutti e di ciascuno.
Espressioni come “la mia scuola” e “la mia classe” devono sparire dal vocabolario pedagogico, se vogliamo far nascere quello che la legge ha definito come “comunità educativa e democratica”, che dovrebbe sancire la fine dell’individualismo pedagogico ed educativo, non più finalizzato ad un modello di società democratica. L’organizzazione della scuola “per classi” è gerarchica e promuove un concetto di scuola chiusa, che nega l’esperienza della socializzazione, che invece esiste in tutte le esperienze sociali.
E’ venuto il momento di valorizzare il nesso che deve sussistere fra l’esperienza scolastica e quella extrascolastica, nesso che sta alla base del nuovo modello di scuola aperta al territorio, senza la cui apertura è inutile pensare alla creazione di un modello democratico.
Perciò il perno del cambiamento dovrebbe consistere in una diversa concezione della scuola, che invece è rimasta ancorata al modello gerarchico tradizionale. Naturalmente questo nuovo modello di scuola dovrebbe fondarsi su una diversa formazione di base dei docenti. Questa formazione dovrebbe consistere in una trasformazione del modello psico-pedagogico, che non dovrebbe più fondarsi unicamente sulla consegna dei contenuti culturali, ma individuare le potenzialità degli allievi, per la formazione di cittadini attivi e responsabili, direttamente coinvolti nel loro processo di crescita.
Questa diversa formazione del docente deve essere incentrata sulla acquisizione di metodologie e di didattiche, che trovino gli alunni protagonisti attivi e consapevoli, e non più soggetti passivi e ripetitivi dell’offerta formativa. Quindi si rende necessaria una formazione permanente del personale scolastico, mirante allo sviluppo delle competenze necessarie, per vivere in una società democratica.
Non tutti i metodi e le didattiche oggi utilizzate nella nostra scuola sono orientate allo sviluppo di persone autonome, aperte e democratiche, disponibili ad apprendere dal confronto e dalla collaborazione.
Per ottenere questo, dovremo contrastare una prassi ancora oggi prevalente, che vede come obiettivo della scuola la consegna di saperi, e non ancora la scoperta e la presa di coscienza di essi attraverso opportune esperienze.
Se un docente non ha assimilato una formazione incentrata sulle indicazioni delle moderne psicopedagogie; se non si sente impegnato a trovare metodologie e didattiche, che perseguano i principi psico-pedagogici ultimi; se il docente non è disponibile a trovare o a inventare un’organizzazione del lavoro scolastico, coerente con le conquiste recenti della scienza, è vano sperare che si possa rinnovare il tradizionale sistema, che era sfociato nel modello individualistico, funzionale ad una concezione borghese della società, ma non alla realizzazione di una moderna democrazia.
La forza motrice del cambiamento è costituita pertanto dagli insegnanti, dai dirigenti e dalle loro volontà. Ma gl’insegnanti e i dirigenti, per il nuovo modello di scuola, vanno non solo formati, ma incentivati continuamente.
E questo potrà avvenire, attraverso il ricorso ad alcune iniziative come:
a) il miglioramento stipendiale, capace di far fronte alle continue necessità emergenti nella vita economica e sociale;
b) una valutazione costante delle competenze e l’offerta degli incarichi assegnati a chi le possiede;
c) il ricorso a forme di educazione deontologica, che la Riforma Moratti aveva tentato di suggerire, per la sensibilizzazione delle responsabilità di docenti e dirigenti ad una qualità del ruolo;
d) una formazione tecnologico-didattica, capace di corrispondere alle esigenze delle nuove generazioni, che avvertono un profondo bisogno di sintonia fra le richieste della vita sociale e le offerte che la scuola deve fare;
e) nel paniere della formazione, non può essere disatteso anche l’insieme dei bisogni delle famiglie che, come gli insegnanti, devono superare il modello individualistico, per lasciare sempre più spazio al ruolo dei contesti sociali e alla formazione dei figli.
La recente scelta delle figure professionali di un tutor ed un orientatore vanno in questa direzione ma, a mio parere, sono come slegate dalle altre fondamentali esigenze per cui non si riesce a vedere come potranno da sole reggere all’impatto con il tradizionale modello individualistico di scuola ancora oggi dominante.
La trasformazione del sistema scolastico, per essere capace di corrispondere alle istanze del cambiamento, richiede altresì il ripensamento del ruolo del dirigente che, invece, le riforme di sistema fin qui introdotte hanno potenziato ma sul piano burocratico.
Il risultato è che la scuola odierna, anziché essere diretta da dirigenti che vanno al cuore dei problemi e hanno messo mano al contesto per sburocratizzarlo, ha finito con lo stravolgere la funzione del manager educativo che, anziché garantire ad ogni utente il perseguimento dei suoi diritti all’educazione, si è fermato alle apparenze, alle formule, cioè a quegli strumenti esteriori, che illudono le famiglie e gli alunni e i cittadini tutti, anziché sfociare nella realizzazione della formazione dei talenti di cui ogni società democratica ha un’imprescindibile bisogno.
Che cosa dovrebbe fare a mio avviso un dirigente scolastico non burocrate? In primo luogo, individuare e valorizzare le competenze dei docenti e del personale educativo; e subito dopo assegnare ruoli e funzioni appropriate alle competenze, e controllare in tal modo la didattica, che è il vero punto focale del cambiamento.
Quando noi pensiamo allo stato odierno della didattica, pensata in funzione della formazione di cittadini democratici, e perciò responsabili e competenti, non possiamo che riconoscere il deficit della didattica, che ancora oggi troppo spesso si fonda sulla distribuzione passiva di contenuti comunque assimilati, anziché sulla valorizzazione della ricerca costante di vie, capaci di facilitare l’apprendimento e responsabilizzare gli alunni, stimolandone la creatività e le capacità logiche.
Un annoso problema, che avrebbe dovuto stare a cuore alle politiche scolastiche dei governi, è quello che riguarda il contrasto del precariato dei docenti e del personale della scuola. Finché un insegnante o un dirigente saranno precari, non saranno invogliati a migliorare il sistema scolastico.
Di qui l’importanza di selezionare con cura il personale della scuola, attraverso l’indizione di concorsi “seri”, cioè non più fondati su quesiti “a crocette”, che il più delle volte si basano sulla fortuna e non sulla competenza. Chi ha la responsabilità d’insegnare e di educare, e chi ha l’onere di migliorare la qualità delle offerte formative della scuola, deve fondarsi sullo studio, sulla creatività degli interventi, sul dialogo con le forze sociali, su una costante riflessione del contributo che le tecnologie possono offrire per il miglioramento della qualità del servizio.
Sono riflessioni che ci derivano dall’esperienza e dalla riflessione sugli esiti del servizio erogato. Naturalmente uno Stato democratico non può pensare di soddisfare solo il “merito”, ma deve porsi il problema di come garantire ad ognuno l’apprendimento e l’educazione. Questo significa generalizzare quegli interventi, che la pedagogia già da tempo viene sottolineando, come ad esempio le offerte individualizzate e personalizzate, l’utilizzo di tecnologie facilitanti che possono garantire il conseguimento degli obiettivi prefissati per ogni soggetto. Motivare l’apprendimento è un’impresa, che ci vuole tutti competenti sul piano psicologico e pedagogico, cosa che invece la scuola odierna non è in grado di offrire per la sottovalutazione della formazione permanente dei docenti che, pur la legge n. 107/2015, aveva ipotizzato. In sostanza docenti non si nasce, ma si può diventare con la qualità dell’impegno e una spiccata deontologia, che invece la condizione generalizzata o quasi di precariato, troppo presente nella scuola odierna, ha fondamentalmente impedito.
Se vogliamo garantire a tutti e a ciascuno il diritto all’istruzione e all’educazione democratica, oltre che offrire apprendimenti facilitati a tutti gli alunni, dovremo prendere in considerazione il dovere, di chi insegna o di dirigere, di creare le condizioni oggettive perché ogni scuola e ogni insegnante possano facilitare la realizzazione del diritto di ognuno ad essere istruito ed educato, anche per potere contribuire al miglioramento della qualità della vita del nostro Paese.
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