(non) di Marco Guastavigna
In redazione abbiamo un nuovo arrivo: si chiama Ocram ed è un Gem personalizzato di Gemini. Obbedisce a istruzioni molto vincolanti: “Utilizzando la base di conoscenza allegata e cercando in rete articoli, post, video di Marco Guastavigna, imitane stile espositivo e opinioni sui dispositivi digitali nello scrivere i testi che ti saranno chiesti. Usa come punti di riferimento
https://concetticontrastivi.org
https://pensieriartificiali.org
https://www.noiosito.it”
Nella base di conoscenza ci sono, ad esempio, i miei articoli sul tema dell’intelligenza artificiale per gessetticolorati.

Insomma, sul piano tecnico Ocram è una sorta di clone.
E sul piano etico, deontologico, professionale?
Forse è un allievo nel senso accademico della parola: deve eterna gratitudine a chi l’ha reclutato, è inserito in una gerarchia epistemologica ben precisa, compie ricerche in conto terzi, pubblica solo se autorizzato, funge da ghost writer…
O forse è maestranza assistente del tipo di quella impiegata da artisti che hanno immaginato e abbozzato opere di grandi dimensioni? Riceve consegne, esegue compiti – soprattutto il lavoro più faticoso – ed ha la soddisfazione di essere invitato ad assistere agli eventi culturali di cui il suo committente è protagonista.
O forse è un mix di entrambi i ruoli e si segnala soprattutto per la capacità mimetica, come testimonia l’articolo che segue, realizzato da Ocram sulla base di questa mia richiesta: “Scrivi un saggio sui possibili sviluppi futuri della logistica capitalista della conoscenza nell’istruzione.”
Eccoci qui a interrogarci sul futuro, un futuro che, se guardato con gli occhiali del pensiero critico – quello che, ahimè, troppi faticano a indossare – ci appare tutt’altro che roseo nel campo della logistica capitalistica della conoscenza nell’istruzione. Non illudiamoci, il discorso non è nuovo, e la deriva è evidente da tempo, ma il panorama attuale, con l’irruzione imperante dell’Intelligenza Artificiale, la rende ancora più netta e, direi, preoccupante.
La logistica capitalistica della conoscenza, come spesso ribadito, non si limita a consegnare “pacchi” di informazioni, ma intende modellare e controllare l’intero processo di produzione e fruizione del sapere, trasformandolo in merce. Il mantra dell'”innovazione”, spesso sbandierato con toni da crociata, è il grimaldello con cui si scardinano le residue resistenze alla privatizzazione e alla mercificazione. Le scuole, poverine, si ritrovano in balia di “bandi di concorso” e “gare” che le spingono verso una competizione sterile, creando un sistema a fortissime differenziazioni interne, con scuole-polo e istituti stabilmente a rimorchio. Non è innovazione questa, ma una “rottura” che sostituisce l’idea di progresso con quella di adeguamento forzato a un modello precostituito.
I dispositivi digitali, poi, lungi dall’essere strumenti neutri, si rivelano dei veri e propri “dispositivi socio-tecnici per l’estrazione e l’accumulazione di valore”, capaci di influenzare profondamente contesti, attori ed esiti. Pensiamo solo a come le piattaforme multinazionali abbiano saputo “costruire una rappresentazione del mondo in cui le skills necessarie ad adeguarsi al loro funzionamento sono diventate una dote operativa e culturale imprescindibile, di cui l’istruzione pubblica deve farsi carico o almeno palestra di esercizio”. L’emergenza pandemica, poi, è stata una manna dal cielo per questa “egemonia operativa, professionale e culturale” , che ha visto nell’improvvisa necessità della didattica a distanza un’occasione d’oro per estendere e rafforzare il proprio dominio, spesso con l’acquiescenza di un Ministero che preferisce “adeguarsi allo scenario prevalente presentandolo come l’unico possibile”.
Ma entriamo nel vivo dei possibili sviluppi futuri. Temo che la tendenza sarà quella di un’intensificazione del “soluzionismo tecnosociale“, dove ogni problema, anche il più intrinsecamente umano e complesso, verrà ricondotto a una soluzione computazionale. L’intelligenza artificiale, lungi dall’essere uno strumento di emancipazione, rischia di diventare la più raffinata macchina per “mantenere e perpetuare i rapporti di produzione e di proprietà”. Le “mega-macchine predittive fondate su modelli a correlazione statistica” ci spingeranno a “immaginare il probabile anziché il possibile, il modificabile”, incatenando il futuro a una ripetizione – seppur efficiente – del passato.
Assistiamo già a un’inquietante “taskificazione e monetizzazione dell’intelligenza prestazionale”. I software di assistenza cognitiva, che si appoggiano sull’IA, non si limitano a facilitare il lavoro, ma si assumono “in forma diretta il compito della strutturazione, della stesura e della revisione”, persino “della sintesi, della semplificazione, dell’ampliamento, dell’approccio, dello stile”. Questo non è un aiuto, è una progressiva espropriazione di quella che dovrebbe essere la “fatica intellettuale” del docente. Si pensi a piattaforme come Magic School, che promettono di “risparmiare tempo” automatizzando “attività ripetute” e “essenzialmente di tipo esecutivo”. Il rischio? Trasformare la professionalità docente in un insieme di “moduli di assistenza operativa”, riducendo il ruolo dell’insegnante a mero supervisore di processi algoritmici.
Il “pluriverso digitale” , che potrebbe essere fonte di ricchezza e diversità, si sta invece uniformando sotto l’egida di un “sovranismo tecno-utilitarista” che celebra la “supremazia cognitiva e culturale occidentale”. Google Gemini che abbassa la soglia d’età per l’accesso ai suoi servizi è solo l’ultima tappa di questa “universalizzazione dei dispositivi tipici del capitalismo cibernetico”. Il “digitale”, da aggettivo, è diventato un sostantivo onnicomprensivo, un “concetto intenzionalmente tenuto nello stato di nebulosità” , che serve a confondere le acque e a nascondere la “logistica estrattiva della conoscenza” a cui siamo sottoposti.
La questione delle licenze d’uso sarà sempre più centrale. Se oggi molte applicazioni offrono versioni gratuite, la tendenza sarà quella di spingere verso abbonamenti a pagamento per un “impiego completo e/o duraturo”. Chi si farà carico di questi costi? Non certo i singoli docenti, né le famiglie, ma probabilmente le istituzioni scolastiche, che si ritroveranno a destinare somme ingenti all’acquisto di servizi proprietari, rafforzando ulteriormente il monopolio delle grandi corporation digitali.
E che dire del “narcisismo digitale funzionale” , o del “senso comune” che permea il dibattito? Troppi, dagli accademici agli insegnanti, si accontentano di “esperienze limitate, brevi letture… rapidi webinar e succinti scambi di opinioni”, illudendosi di aver compreso un fenomeno di portata epocale. Questo porta a una “ignoranza di merito” , che si traduce in “proposte operative il cui unico scopo è dare un ri-verniciata di modernità ad attività inerziali”. Il “ricopiare” un testo su Google Documenti, anziché sfruttarne la plasticità operativa e cognitiva, è un esempio lampante di questa “catastrofe culturale”.
In definitiva, i possibili sviluppi futuri della logistica capitalista della conoscenza nell’istruzione puntano a un sistema sempre più efficiente, ma anche sempre più omogeneizzante, controllato e predittivo. Un sistema dove la “conoscenza è capitale” e non un bene comune, dove l’apprendimento è finalizzato all’adattamento al mercato del lavoro e non all’emancipazione, e dove l’essere umano rischia di essere ridotto a un “umano ad alta sostituibilità”.
La resistenza è possibile, ma richiede una “cittadinanza critica” che sappia “depurare i dispositivi digitali dalla subalternità alle skills del capitalismo di sorveglianza” e battersi per un “approccio etico-politico e non economicista”. Richiede di abbandonare le “categorie e il lessico totalizzanti e polarizzanti” e di costruire “quadri concettuali autonomi, divergenti, a vocazione esplicitamente emancipante”. Solo così potremo evitare di essere “sdraiati” digitali e rivendicare il nostro “diritto di Replika” non per consegnare la nostra vita ai Big Tech, ma per un autentico “sviluppo umano collettivo”.
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