La pedagogia delle “carezze” che nasconde una coltellata

di Monica Piolanti

Siamo tutti tentati di credere in un mondo in cui il dialogo e la comprensione possano risolvere ogni conflitto. L’idea di rispondere alla violenza con le “carezze” è seducente: suona progressista, compassionevole, quasi illuminata. Ma cosa succede quando la “carezza” diventa un’indulgenza? Cosa accade quando, nel tentativo di rieducare, si perde di vista la gravità del male commesso?
Il titolo dell’articolo a firma di Andrea Ossino su “LA REPUBBLICA” di oggi, 15 settembre 2025, “Dodicenne violentata e ricattata con i video, due ragazzi sotto accusa”, ci sbatte in faccia una realtà brutale.

Non siamo di fronte a un errore di percorso, ma a un atto di violenza premeditato, esibito e minaccioso. E in questo contesto, la pedagogia delle “carezze” – intesa come un approccio che svaluta la necessità di una risposta ferma e rigorosa – si rivela non solo inefficace, ma profondamente dannosa. Assomiglia più a una coltellata a tradimento, che infligge un danno doppio: la violenza iniziale e la successiva percezione di impunità.

Nel mondo educativo e pedagogico, si parla spesso di empatia, di ascolto e di recupero. Principi sacrosanti, certo. Ma il rischio è che, in nome di questi ideali, si finisca per minimizzare la responsabilità individuale.
Quando un ragazzo compie un atto così grave, non basta “parlarci”. Non è sufficiente un percorso di “riabilitazione” che non parta dall’assunzione piena e dolorosa della colpa.
L’assenza di una conseguenza severa non educa, ma disorienta. Insegna che i confini sono labili, che le regole non sono inviolabili e che si può violare la dignità altrui senza pagare un prezzo. Questa è la lezione più pericolosa che possiamo dare.

Le “carezze” lasciate senza conseguenze non colpiscono solo gli aggressori, ma hanno un impatto profondo e spesso invisibile sulle vittime e su tutta la comunità. Per una ragazzina che ha subito una violenza così atroce, una risposta debole dal sistema di giustizia è un secondo trauma.

È come se le si dicesse che la sua sofferenza non è abbastanza importante da meritare una risposta forte. Questo non solo la può far sentire sola e inascoltata, ma può anche minare la sua fiducia nelle istituzioni e nelle persone. La scuola, le famiglie, la società intera sono chiamate a educare al rispetto. Ma come possiamo insegnare il rispetto se non siamo in grado di dimostrarlo con un’azione decisa quando quel rispetto viene calpestato?

Un approccio rigoroso, che stabilisce una pena proporzionata alla gravità del crimine, è un atto educativo in sé. Non è vendetta, ma una dichiarazione morale: la dignità umana è un valore non negoziabile. L’educazione non può e non deve essere un’isola felice dove si evitano i temi scomodi. È un luogo in cui si impara a vivere nel mondo reale, con le sue complessità e le sue crudeltà.

Dobbiamo educare i nostri ragazzi a essere responsabili, a comprendere che ogni azione ha delle conseguenze. E il sistema di giustizia, insieme alle agenzie educative, deve essere un esempio vivente di questo principio. Non possiamo pretendere che le nuove generazioni rispettino i confini se noi per primi, come società, dimostriamo di non essere in grado di farli rispettare. Forse il vero atto di “pedagogia delle carezze” non è quello che tollera, ma quello che, con fermezza, insegna il valore del limite.

Confrontandosi con la notizia di questa ragazzina di dodici anni violentata e ricattata, il dibattito sulla giustizia e sulle risposte della società alla violenza assume una rilevanza cruciale. L’idea di rispondere a crimini così efferati e premeditati con un approccio che si limiti a “carezze” — metafora di un sistema giudiziario percepito come troppo indulgente o permissivo — non è solo ingenua, ma potenzialmente devastante. Un tale atteggiamento rischia non solo di non scoraggiare la recidiva, ma di incoraggiarla attivamente, creando un pericoloso senso di impunità.

La deterrenza è un principio fondamentale e non negoziabile di un sistema di giustizia efficace. La certezza della pena non è una questione di vendetta, ma un meccanismo essenziale per proteggere la società. Quando gli autori di reati violenti e umilianti, come nel caso di ricatti e abusi, percepiscono che le conseguenze delle loro azioni sono minime o inesistenti, possono sentirsi spavaldi e incoraggiati a ripetere le loro condotte. Questa sensazione di impunità può diffondersi a macchia d’olio, soprattutto in un’epoca in cui la violenza viene non solo praticata, ma anche esibita e minacciata attraverso i canali digitali.

Una risposta debole non fa altro che convalidare questa pericolosa percezione. L’approccio delle “carezze” ha un impatto psicologico e sociale estremamente dannoso sulle vittime. Quando il sistema di giustizia non offre una risposta ferma e adeguata, le vittime di violenza non si sentono protette o ascoltate. Questo può acuire il loro trauma, portandole a interiorizzare un profondo senso di ingiustizia e, nel peggiore dei casi, a non denunciare future violenze, temendo che la loro sofferenza non venga presa sul serio. Il messaggio implicito che un sistema indulgente invia è che il dolore della vittima è secondario rispetto al bisogno di riabilitazione del colpevole. Questo squilibrio non solo è moralmente discutibile, ma può compromettere gravemente la volontà delle persone di fidarsi delle istituzioni e di cercare aiuto in futuro.

È innegabile che la rieducazione e il recupero abbiano un ruolo importante, ma non devono mai essere a scapito della giustizia e della protezione delle vittime. Un sistema equo deve trovare un equilibrio tra la severità della pena e la possibilità di reinserimento sociale. Le “cure” per l’aggressore non possono avvenire senza che questi abbia prima affrontato e accettato le conseguenze delle proprie azioni. Un percorso di recupero che non parte da una piena consapevolezza della gravità del reato e dal rispetto per la vittima è destinato a fallire. La giustizia, in questo senso, non è solo una punizione, ma anche un atto di educazione, che insegna che le azioni hanno conseguenze e che la dignità e l’incolumità altrui sono valori inviolabili e non negoziabili.

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