Maestre del MCE: una eterna ghirlanda brillante

di Giancarlo Cavinato
Quello che qui proponiamo è l’intervento svolto dall’autore nel corso della tavola rotonda “Pedagogie al femminile: dialogo tra le istituzioni culturali” organizzata da Indire lo scorso 8 settembre, presso l’M9 – Museo del ‘900 di Mestre.

In alto Giuseppina Marastoni, Lia Finzi, Maria Marconi In basso Giovanna Legatti, Donata Siniscalchi, Ines Casanova

Nel preparare questo intervento mi è tornato alla mente un libro di D. R. Hofstadter, Gȍdel Escher Bach, un’eterna ghirlanda brillante (ed. Adelphi) in cui si intrecciano dialoghi metaforici fra menti appartenenti a epoche diverse ma tutte contraddistinte da strutture ricorsive. L’acronimo dele iniziali dei tre soggetti viene perciò tradotto con l’espressione ‘Eterna Ghirlanda Brillante. Sulla base di questa suggestione ho perciò dedicato a queste maestre l’intitolazione del mio intervento ‘nello spirito di Lewis Carroll’ come recita il sottotitolo del testo di Hofstadter. Cioè un po’ ironicamente in quanto l’opera dello psicologo tedesco parla non a caso di tre menti illustri maschili. Uno sguardo di genere femminile sulla ricostruzione della storia, fa rendere conto dei “vuoti di memoria” sia nel MCE che nella storia della scuola italiana e della pedagogia. Si celebrano i centenari di grandi maestri, molto meno delle donne a cui è dedicato il lavoro di ricerca e documentazione dell’Indire e delle associazioni e fondazioni che ad esse fanno riferimento.

Attraverso la testimonianza del lavoro di alcune donne e gruppi di donne, Indire con la mostra e il convegno ‘Pedagogie al femminile’ lodevolmente cerca  di evidenziare il ruolo trasformativo del loro agire nella scuola e rispetto al contesto culturale. Nominandole con il loro impegno politico, educativo, di cura del pensiero.

Ripercorrendo vita e attività di maestre MCE si illumina veramente un percorso di ricerca studio sperimentazione che ha lasciato tracce significative. Nella loro esperienza si intrecciano elementi di microstoria e di macrostoria, cultura pedagogica e storia sociale. Un patrimonio storico che può rivivere attraverso i loro scritti e le proposte educative che hanno contribuito a mettere a disposizione.

E’ quanto MCE cerca di fare in collaborazione con l’INDIRE e attraverso il deposito storico delle proprie pubblicazioni nel Centro di documentazione ‘Marica Aureli’ nella sede nazionale a Roma. L’aspetto forse più significativo, rispetto anche ad altre figure femminili di insegnanti e ricercatrici, è che nell’esperienza delle maestre MCE emergono non figure isolate, ma in contesti di ricerca ed elaborazione di gruppi di donne che lavoravano assieme nel corso di stage e incontri di coordinamento con parità di ruoli e di autorevolezza, Non singole persone eccezionali ma la realizzazione di momenti di cooperazione per offrire buone proposte alle scuole.

In questo modo agivano un potere di trasformazione della realtà che vivevano e di cui non intendevano essere riproduttrici e testimoni passive. Nelle loro testimonianze questo aspetto ricorre continuamente. Quello che loro mettevano a punto  nei gruppi di ricerca e sperimentazione durante gli stage veniva messo a disposizione nelle loro realtà lavorative e nei gruppi territoriali.

Un ruolo trasformativo che in alcuni casi andava oltre l’agire a scuola producendo ricadute sul contesto culturale. In diversi casi il loro agire ha avuto importanti conseguenze politiche se si pensa alla ricerca d’ambiente, al tempo pieno, allo smascheramento della funzione di assoggettazione della scuola, alla battaglia sui libri di testo, sulla valutazione, per la laicità.

Erano maestre che davano ai loro alunni il senso e il valore dell’importanza di vivere e lavorare insieme anche mescolando le classi e suddividendosi attività e discipline in una scuola cosiddetta  ‘a canne d’organo’ formata da classi chiuse in se stesse e separate senza momenti di interscambio. Spesso in controtendenza con proposte audaci per i tempi in cui erano attive: la corrispondenza della classe con un obiettore di coscienza in carcere in Sicilia, l’educazione sessuale e corporea, la ricerca intervento sul sociale, la nuova matematica e la logica, le visite soggiorno in ambienti

Maestre di atteggiamenti oltre che di saperi e di saper fare. Che hanno agito nel pieno rispetto dei loro alunni ed alunne considerati come cittadini soggetti di diritti.   Che hanno fatto il loro lavoro come meglio hanno potuto, come ricordava Anna Fantini, una delle fondatrici (cfr. ‘Dare di sé il meglio). Spesso non dipendenti dal mercato e alle tante mode pedagogiche succedutesi  e presunte innovazioni.

Lavorando in gruppo hanno praticato il riconoscimento della comune consonanza  e corrispondenza tra i vissuti personali e quelli dei colleghi. Spesso creatrici e coordinatrici di gruppi per portare avanti specifiche ricerche tematiche e organizzatrici di incontri collaborazioni  e scambi con altri contesti: emerge una immagine di figure femminili educazione e come convinte  portatrici di una cultura della costruzione di reti sociali.

In tali incontri sapevano mettersi ‘al servizio’ dei e delle partecipanti assumendo ruoli diversi a seconda delle esigenze come ricordava Anna Fantini in occasione del quarantennale MCE a Fano raccontando degli incontri estivi nella casa MCE di Frontale: ‘Io ero all’accoglienza, assegnavo i letti, stavo in cucina, preparavo i materiali per i gruppi, partecipavo ai laboratori, al saluto finale, alla documentazione; mai dietro quel tavolo’ (dei conferenzieri).

Le maestre del MCE  hanno intrapreso e praticato il loro lavoro scegliendo ambiti tematici e metodi caratterizzati dalla qualità dell’esserci  nell’interezza di mente e corpo,, avvalendosi ciascuna del proprio sguardo e del proprio bagaglio di esperienze, consapevoli della presenza  del corpo e dei suoi linguaggi.

Maestre che hanno fatto progredire la ricerca e la didattica in campi anche nuovi e ‘audaci’ (es. rapporto emozioni conoscenza, educazione e psicanalisi, introduzione nella scuola di proposte sulle scienze umane e sociali, neuroscienze) superando pregiudizi e lottando contro il gap di genere.

Il MCE si costituisce ufficialmente come Cooperativa della tipografia a scuola in un congresso nel 1952 a Rimini al Centro Italo svizzero (CEIS) dove opera una figura straordinaria, Margherita Zoebeli con le ‘sue maestre’. E qui si evidenzia un altro aspetto che connota queste maestre. Il loro operato è inscindibile da un contesto, un luogo, un gruppo, un evento ‘scatenante’. Per Rimini e per l’esperienza  di Scuola città a Firenze si tratta di città distrutte dalla guerra, di tutela e cura di bambini orfani o in condizioni di miseria. A Scuola città insegnano Elena Donini e Anna Brizzi  animatrici di gruppi lingua e antropologia. La loro è stata una lunga collaborazione, e questo è un altro tratto distintivo a fronte dei turn over spesso frequenti nelle nostre scuole.

A Torino Daria Ridolfi insegna alla Nino Costa, sede delle prime esperienze di tempo pieno. Una carriera dedicata in particolare alla linguistica e alla logica, ma sviluppate tramite una grande attenzione alla comunicazione e all’uso delle tecniche di base in un contesto classe sapientemente organizzato in forma cooperativa. Attiva nel gruppo lingua, ha elaborato proprie proposte per le classi attraverso la lettura e l’applicazione delle Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica. Daria lungo la sua carriera  ha attraversato l’intera storia dei cambiamenti sociali nel Piemonte del secondo 900 accogliendo nelle classi i figli degli emigranti dal sud fino all’arrivo di primi migranti da altri paesi. Con una fiducia incontrollabile nell’evoluzione di ogni soggetto.

Gisella Galassi assieme a Francesca Rossi nella scuola di Forlimpopoli ha realizzato un’esperienza originale di classi aperte e di interscambio fra l’una che conduceva l’attività di lingua e l’altra di matematica; insieme lavoravano per gruppi con la ricerca d’ambiente e la ricerca storica a partire dalla storia personale familiare orale con l’affinamento della tecnica dell’intervista. Ma è soprattutto il lavoro sulla lingua parlata che contraddistingue l’originalità del lavoro di Gisella.

La relazione educativa, la comunicazione e il conversare in classe, che ne sono il canale privilegiato, focalizzano l’uso del parlato in una comunità di bambini per cui l’italiano è da conquistare come voce di un’esperienza comunitaria. Il cuore della sua lezione pedagogica sta in un uso della parola sempre agganciato alla realtà. Nella conversazione in classe, nel silenzio rispettoso dell’ascolto, così come nell’invito ad approfondire e a chiarire il senso dei termini usati, i bambini, soggetti attivi, si appropriavano del significato e dell’uso pertinente di quanto esprimevano. La guida della maestra aveva sempre un taglio critico, sostenuta anche da sagace ironia, attraverso un’analisi priva di preconcetti e di giudizi a priori, dove anche l’errore era stimolo, punto di partenza per spiegare dubbi, percorsi incerti e per sostenere una nuova ricerca. Ogni fase dell’apprendimento non presupponeva una meta stabilita,  era l’avventura della mente ma anche dell’emozione che la guidava.  (Paola Silimbani, in ‘Insegnare’)
Indimenticabile l’osservazione del suo alunno che, a fronte della necessaria pianificazione dello scritto, osservò che cercare di mettere regole nel linguaggio parlato è ‘come mettere l’acqua in gabbia’ dove l’acqua è la lingua viva e la gabbia le regole grammaticali sovrapposte alla lingua.

A Roma troviamo una serie di altre personalità; al Trullo insegna Maria Luisa Bigiaretti, che sperimenta in un quartiere popolare le tecniche fra cui il giornalino (‘Il Collodino’) esperta di giochi linguistici, che accoglie in classe Gianni Rodari che con i ragazzi scrive La torta in cielo ambientato nel quartiere (un modo originale di fare geografia urbana e ricerca d’ambiente attraverso l’animazione di storie).

Con un salto di qualche anno troviamo l’esperienza di Nora Giacobini docente si scuola media. Nei primi anni del suo insegnamento alle magistrali si occupa di corrispondenza fra le sue alunne e scuole dell’infanzia, approdando poi alla ricerca storica sulle scoperte geografiche con la costruzione di un importante schedario basato sulle fonti. Nora nel gruppo di antropologia ha portato l’importanza della ricerca sulla storia dei vinti, sui bambini nella storia, sul punto di vista delle culture altre, non solo la storia dell’occidente, fino ad approfondire il ruolo dell’utopia nell’educazione  e di una visione planetaria.  Nora Giacobini diede vita al gruppo di studio Alce Nero. Affermava che in quell’incontro era possibile e fattivo il coinvolgimento personale perché in quella storia si incontrava una cultura dove gli esseri umani non si sentivano “padroni della Terra” e non interferivano in modo distruttivo con la natura, e pertanto potevano trovarsi risposte e indicazioni rispetto ai grandi temi degli stravolgimenti della vita nel Pianeta della contemporaneità. Si riconosceva con chiarezza che la cultura sioux parlava alla nostra cultura e suggeriva elementi chiave sulla qualità della vita

Ortensia Mele, a lungo segretaria nazionale del MCE,  ha sviluppato l’idea con altri esponenti del gruppo romano, di  una autoformazione originale, ‘la scuola dei grandi’ nel senso duplice della lettura e della ricerca sui grandi filosofi e scienziati in diversi ambiti e del  laboratorio adulto in cui sperimentare le pratiche da introdurre nella classe.
Se l’educare con il corpo significava assumersi memoria, vissuto, cause dei blocchi della conoscenza, precognizioni, esperienze, valori dell’altro, come avrebbe potuto farlo chi non avesse a sua volta riscoperto e assunto tutto questo dentro di sé? (Dieci anni di laboratorio adulto nel MCE- CE 6-7/1986)
Nel gruppo nazionale di antropologia ha sviluppato la tematica dell’immaginario come repertorio di conoscenze. Si è dedicata allo studio dei dati delle neuroscienze per dimostrarne la collimazione con le linee didattiche del MCE sulla ricerca e sull’intersoggettività.

Ortensia Mele ha promosso lo studio  (Naturalizzare la conoscenza. L’apprendimento incarnato fra cognizioni ed emozioni, CE n. 1 /2017) delle ricerche di Damasio, Edelman, Kandel, Varela e Maturana, Clark, Damiano, Lakoff e Johnson, LeDoux, Rizzolatti, Gallese, … Panksepp, che segnano il passaggio dalle scienze cognitive alle neuroscienze della cognizione incarnata, alle neuroscienze affettive, allo studio dei meccanismi di piacere che provoca la ricerca.

Alessandra Ginzburg  coordinatrice dei servizi per la prima infanzia del comune di Roma ha introdotto nel gruppo educazione e psicanalisi e nel gruppo  nazionale infanzia la pedagogia dell’ascolto che propone di imparare ad ascoltare innanzi tutto se stesse e se stessi, a non aver paura degli aspetti infantili che sono in noi e che ci inducono, se negati, ad annientare nei bambini la loro espressione tangibile, attraverso l’arma potente dell’educazione…Imparare ad ascoltare, tuttavia, è tutt’altro che facile, implica una revisione totale del rapporto col bambino che non si conquista senza una dura prolungata lotta interna. Da sempre, infatti, siamo abituati a proporre agli altri la nostra visione del mondo come l’unica possibile. Accettare che un bambino, per di più molto piccolo, ne abbia una propria, che è il nostro compito aiutare ad esprimere invece che soffocare con frettolose risposte, è ancora più arduo. Alessandra Ginzburg  ha insegnato a considerare l’emozione come madre del pensiero, emozione e conoscenza come inscindibili. Ha indicato l’importanza di strutturare uno spazio dell’ascolto, di una relazione non unilaterale fra adulto e bambino, di attenzione alla cultura dell’infanzia, alle ipotesi fantastiche dei bambini come forme di conoscenza.

Paola Falteri   docente universitaria di Antropologia a Perugia ha consentito di approfondire il concetto antropologico di cultura proponendo una triplice direzione di lavoro: ricerca sull’oggi, ricerca storica, ricerca etnologica. Ha collaborato all’ elaborazione di materiali etnografici (schedari) da introdurre a scuola per offrire agli allievi conoscenze sulle culture extraoccidentali a partire dalle quali guardare alla propria. Ha coordinato una ricerca preziosa e mai più ripetuta sull’interculturalismo e sulle immagini delle culture non occidentali nei libri di testo della scuola dell’obbligo (Interculturalismo e immagini del mondo non occidentale nei libri di testo della scuola dell’obbligo, I Quaderni di Eurydice.1993). A lei si deve l’approfondimento sulla educazione interculturale e sul rapporto fra saperi locali e saperi globali. Ha fornito un forte impulso alla ricerca sulla documentazione. Non  si è mai posta come ‘esperta’ al di sopra degli insegnanti con cui ha a lungo collaborato.

Emma Castelnuovo  ha tracciato  linee fondamentali per un significativo rapporto fra  matematica e realtà. Ha  rivoluzionato il modo di insegnare la matematica e in particolare la geometria euclidea introducendo le geometrie delle trasformazioni. Sosteneva che l’apprendimento comincia dalla curiosità, dall’osservazione, dall’individuazione di buoni problemi. Ha continuato a fare corsi di matematica con il MCE nella casa laboratorio di Cenci. Al termine della sua lunga vita (è morta a 101 anni) ha lasciato in eredità al MCE la sua enorme biblioteca di studi e ricerche ora confluita nella sede nazionale MCE come ‘Biblioteca Emma Castelnuovo’ a cui accedono studenti, insegnanti, ricercatori.  Grazie alla cura di Nicoletta Lanciano, la biblioteca è un centro attivo di ricerca. Nicoletta è altresì coordinatrice del gruppo di ricerca sulla pedagogia del cielo che raccorda una serie di strumenti e forme di conoscenza in base a stimoli, allo spiazzamento, all’ampliamento della percezione, al cambiamento del punto di vista eurocentrico e rigido sui fenomeni celesti

Molte altre sono le figure e le attività che sono confluiti e nell’alveo dei gruppi nazionali di ricerca e sperimentazione. Come si può vedere, una ghirlanda che offre al mondo dell’educazione una grande varietà.

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