Il disagio nelle differenze di genere: come combatterlo?

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Monica Piolanti

La nostra scuola potrebbe essere definita con l’espressione della “diversità”. Diversità e persona sono quasi consustanziali, nel senso che si illuminano reciprocamente consentendo un ancoraggio contenutistico di grande importanza. Se diverso è ogni essere umano e la diversità costituisce una risorsa pedagogica, nella prassi quotidiana questa diversità/differenza viene troppo spesso percepita come una sorta di menomazione. Infatti si associa il concetto a quello di handicap, disabilità, deficit evidenziando ciò che manca e non ciò che è specifico e unico della persona al punto da renderla realtà originale.

Nella nostra società il maschilismo è quasi di casa, specie in questa nostra “terra di Romagna” per cui la diversità di genere contiene in sè alcuni germi discriminanti: il maschile è diverso dal femminile ma nel senso che è superiore al femminile.
E se è vero che in questi ultimi anni le distanze tra maschi e femmine si sono abbreviate, è altrettanto vero che nei comportamenti inconsapevoli ma anche in tanti modi di pensare la discriminazione è avvertibile.
Quando questo si verifica, allora è inevitabile il disagio di chi si sente discriminato in quanto riconosciuto inferiore; e il disagio presenta certe valvole di scarico che dovrebbero far pensare a quanti occupano posizioni anche in campo politico, sociale e pedagogico.

Il disagio infatti si manifesta con mille volti che vanno dall’aggressività verbale e manuale alle forme di bullismo, dell’aggregazione teppistica e persino dell’anoressia e dell’abulimia; e perciò colpisce tutta la fascia dell’età evolutiva, talora con grandi e violente manifestazioni che non riguardano sempre e solo la singola persona (le forme di stress, di ansia e di depressione, ecc.) ma anche le formazioni gruppali, dal momento che soprattutto nel mondo giovanile la tendenza a raggrupparsi è forse uno degli indicatori sociologici più interessanti.
Se è vero che il disagio della crescita in questa nostra società riguarda tra l’altro proprio le differenze di genere, allora è necessario cercare delle forme per attenuarlo, reperire delle metodologie di intervento educativo in cui la tendenza al rapporto e al dialogo e la logica della solidarietà abbiano il sopravvento sulle forme di esasperazione della diversità che talvolta la nostra società viene sperimentando.

E’ sotto gli occhi di tutti, specie di coloro che hanno compiti educativi il fenomeno che riguarda le differenze di genere tra gli alunni stranieri, maschi e femmine, specie quando la differenza si manifesta anche con un diverso colore della pelle. Noi tutti assistiamo impotenti e forse insensibili al fatto che le ragazze di colore siano portate sul marciapiede dalla malavita organizzata proprio da uomini “bianchi”.
Questo significa che la civiltà della tolleranza e della convivenza è ancora più un progetto che una realtà. Quando poi si assiste a vergognose e imbarazzanti dichiarazioni della Lega a Pontida che il vero problema sta nell’immigrazione illegale e si sente urlare la parola “trasmigrazione” non si può che fare una profonda riflessione.

La prima e più evidente criticità è l’uso di un linguaggio divisivo e disumanizzante. Il termine “trasmigrazione” (che sembra un neologismo o un errore per “transmigrazione”) evoca un’immagine di persone che non sono esseri umani con storie, speranze e bisogni, ma semplici flussi anonimi, quasi come bestiame o oggetti in movimento. Questo linguaggio deumanizzante è estremamente pericoloso perché spoglia gli individui della loro dignità, rendendo più accettabile la loro discriminazione e lo sfruttamento.

È un modo per creare una distanza emotiva e giustificare politiche restrittive o atti di intolleranza. Inoltre, ciò che è grave, a mio giudizio, è che venga sdoganato il concetto di criminalità colpevolizzando esclusivamente l’immigrazione illegale. Questo tipo di affermazione è una semplificazione eccessiva e fuorviante di una realtà molto più complessa. Essa sposta la colpa di problemi sociali come il disagio giovanile, la criminalità organizzata e le disuguaglianze di genere su una singola categoria di persone, i migranti. In questo modo, si evita di affrontare le vere cause strutturali di questi problemi, che sono spesso radicate in questioni economiche, sociali e culturali interne. Infine, c’è un’incoerenza fondamentale tra il discorso che mira a proteggere la società da un presunto pericolo esterno e il fatto che lo sfruttamento delle ragazze di colore è spesso perpetrato da “uomini ‘bianchi’ ” del posto.

Questo evidenzia che il problema della violenza e dello sfruttamento di genere non è “importato” dagli immigrati, ma è una piaga che affligge la nostra società dall’interno. Le dichiarazioni che puntano il dito contro l’immigrazione servono, in realtà, a distogliere l’attenzione da queste scomode verità e a creare un capro espiatorio, alimentando un clima di intolleranza e xenofobia. La vera lotta al disagio e alla discriminazione, in particolare quella di genere, deve basarsi sulla solidarietà, sull’educazione e sul dialogo. Questo approccio è diametralmente opposto a quello delle dichiarazioni populiste, che invece puntano a esasperare le differenze e a creare divisioni per fini politici.

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