De Mauro, la scuola e la grammatica. Oltre lo slogan dello spontaneismo

di Silvana Loiero

Nell’intervista al Foglio del 29 settembre il ministro Valditara ripete la solita accusa: ai tempi di De Mauro e Berlinguer avrebbe dominato uno “spontaneismo espressivo” che ha indebolito grammatica e sintassi. È una distorsione facile da smentire: basta aprire i libri del linguista. Chi parla così, semplicemente, non ha letto De Mauro.

De Mauro, infatti, non ha mai detto “mandiamo via la grammatica” dalla scuola. Ha spiegato che “grammatica” indica due piani diversi. Il primo piano riguarda l’italiano che tutti mettiamo in atto quando parliamo e scriviamo, la regolarità della lingua che i parlanti praticano senza accorgersene: è la grammatica vissuta o implicita. Il secondo piano si riferisce allo studio esplicito di quelle strutture, con regole, termini, descrizioni e confronti: è la grammatica riflessa o esplicita. Confondere i due piani porta fuori strada: riconoscere l’uso vivo della lingua non significa affatto rinunciare alla riflessione; significa fare grammatica intelligente, a partire da ciò che gli studenti già sanno fare con la lingua.

De Mauro racconta che all’inizio degli anni Settanta cominciarono a circolare nelle scuole manuali di grammatica che si presentavano come nuovi e aggiornati, ma che in realtà erano poco più che rifritture dei vecchi libri. Erano grammatiche di ispirazione strutturalista, generativista o semanticista, destinate direttamente agli alunni, con l’illusione che bastasse introdurre termini specialistici per fare un salto di qualità. Così si arrivava a spiegare a un bambino di sei anni che cos’è un “monema” o un predicato a tre argomenti, come se la precocità terminologica fosse garanzia di apprendimento.
Il linguista ricorda che, a lui e ad altri studiosi, quelle grammatiche sembrarono una cattiva risposta al vero problema, che era quello di far crescere la formazione degli insegnanti e di migliorare le pratiche quotidiane di educazione linguistica. Scrive infatti: «Quelle grammatiche apparentemente à la page dimenticavano la discontinuità che c’è tra grammatica implicita o, come diceva Giuseppe Lombardo Radice, vissuta, e grammatica esplicita o riflessa. Raffaele Simone e La Nuova Italia, con molto coraggio, concepirono e pubblicarono nel 1974 quel Libro di italiano che rendeva esplicite le nostre idee, rivolgendosi agli alunni, ma parlando anche, e bene, agli insegnanti» (De Mauro 1998).

A che serve la grammatica

Occorre a questo punto chiarire a cosa serve la riflessione grammaticale. De Mauro osserva che le lingue vivono e si trasformano anche senza grammatiche esplicite: «Le grammatiche normative e descrittive, le grammatiche riflesse, rispondono a esigenze intellettuali, conoscitive e pratiche, pedagogico-sociali, non a necessità intrinseche alla vita delle lingue e del linguaggio» (De Mauro 2010).

La riflessione grammaticale, secondo De Mauro, non ha a che fare con definizioni astratte, ma con strumenti che servono a orientarsi nell’uso vivo della lingua. Non è utile moltiplicare le definizioni; senza letture vere e scritture vere, i termini restano vuoti. Per questo De Mauro ricorda che le grammatiche scritte sono strumenti culturali importanti, ma non vanno intese come il “permesso” di parlare. Le lingue vivono e cambiano anche senza manuali, ed è in questa vitalità che i manuali devono trovare il loro senso: usati bene, come aiuto, non come ostacolo.

La lingua non è rigida: cambia, si adatta, permette di dire cose nuove. Per questo, a scuola, non ha senso fissare subito “regole definitive” su ogni dettaglio. Ha più senso mostrare come funzionano le regole nei testi: i tempi verbali che ordinano i fatti, i pronomi che collegano le frasi, la punteggiatura che chiarisce il periodo. La grammatica ha senso solo se accompagna la comprensione e la scrittura, e lo si scopre davvero leggendo, rivedendo e riscrivendo, non in schede isolate.

I tempi dell’insegnamento

Anche sui tempi della didattica De Mauro è chiaro (ibid.). Si parte da ciò che gli studenti sanno già fare con la lingua e, da lì, si arriva alla riflessione.

  • Nella scuola primaria si dovrebbe usare poca terminologia e solo quando serve. Conta soprattutto l’esperienza viva della lingua, la pratica di lettura e scrittura, e semmai l’introduzione graduale di poche parole per parlare delle parole, sempre legate a esempi concreti. Il linguista ricorda che le definizioni astratte e precoci non aiutano i bambini, perché li mettono di fronte a concetti che non sono ancora alla loro portata.
  • Alla scuola secondaria di primo grado si dovrebbero consolidare le basi, senza anticipazioni forzate, sempre dentro testi veri. Si dovrebbe collegare ciò che si sa a contesti più ampi: varietà d’uso, primi confronti con altre lingue, consapevolezza della struttura dell’italiano. La riflessione cresce, ma resta intrecciata a lettura, scrittura e revisione.
  • Alla scuola secondaria di secondo grado, infine, dovrebbe essere introdotta una grammatica scientificamente fondata, capace di offrire strumenti per capire non solo l’italiano ma il linguaggio in generale. De Mauro lo ripete con forza: secondo lui si dovrebbe studiare una grammatica strutturale e generativa, che sviluppi competenze logiche e semiotiche complesse, adeguate alla maturità degli studenti. Non è una questione di quantità, ma di profondità: togliere il superfluo alla base e costruire percorsi solidi e rigorosi al vertice.

Rovesciare l’accusa

Una didattica graduata e rigorosa, come il linguista propone, rimanda inevitabilmente al ruolo degli insegnanti. De Mauro non chiede meno regole, chiede più studio e più consapevolezza. Suggerisce di non fermarsi a una sola “grammatica scolastica”, ma di conoscere grammatiche diverse e serie, non per trasferirle in classe tutte insieme, ma per scegliere con intelligenza, capire cosa serve davvero, evitare di fermarsi alle tradizionali etichette. È una richiesta di professionalità, non un lasciar correre. Lo dice con chiarezza: «Il bravo insegnante deve sapere tanta di quella grammatica, avere letto tanto Renzi e tanto Serianni e tanto Lepschy e tanto Schwarze; deve sapersi destreggiare così bene tra i buoni dizionari della lingua italiana, da potere far vivere allo studente l’esperienza di manipolazione della strumentazione grammaticale che una lingua ti mette a disposizione» (De Mauro 1998). Per questo non ha senso leggere le Dieci tesi GISCEL per l’educazione linguistica democratica come un invito a fare meno grammatica. Lo dice lui stesso: «Chi legge le Dieci tesi in chiave antigrammaticale, io lo vorrei chiamare sul banco degli imputati!» (ibid.). E spiega che il vero antigrammaticalismo non è chiedere un curriculum più leggero alla primaria, ma ignorare la necessità di una grammatica scientificamente fondata alla scuola superiore, fino all’università. De Mauro denunciava infatti un vuoto all’università, chiedendo di battersi perché lì si insegnassero con serietà grammatica italiana e composizione italiana, invece di caricare i bambini di nozioni premature.

Oggi il vuoto resta, e le Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione (edizione 7 luglio 2025) rischiano di ripetere lo stesso errore: dare troppo presto termini astratti senza garantire percorsi ben fondati e rigorosi alla scuola superiore e all’università.               Basta infatti leggere il recente documento delle Indicazioni per vedere come viene trattata la grammatica nell’impianto ministeriale. Nel capitolo di Italiano si legge che il nuovo orientamento «pone al centro dell’apprendimento la ricerca e valorizzazione dei meccanismi strutturali che regolano il funzionamento della lingua, spiegano l’esistenza e gerarchia delle regole e dimostrano l’importanza della sintassi, distinguendosi così da una didattica che predilige un’idea di lingua come fenomeno spontaneo e che è troppo concentrata sulle varietà d’uso» (Indicazioni nazionali 2025).   E ancora, si afferma che fin dalla prima classe primaria vanno acquisiti «gli strumenti di quella che definiamo “alfabetizzazione di base”. Si avvia poi il percorso che porta all’alfabetizzazione funzionale, con particolare attenzione alla competenza metalinguistica e alla grammatica, intesa come un insieme di regole strutturali di cui avvalersi, che permettono di adattare la lingua alle diverse situazioni comunicative scritte e orali» (ibid.).

Questo modo di presentare le cose, con l’opposizione rigida tra “regole” e “spontaneità”, non corrisponde a ciò che il linguista ha scritto per decenni. De Mauro chiede di partire dagli usi per arrivare alla riflessione, e di tenere la riflessione al servizio della lettura e della scrittura. Ridurre la grammatica a un insieme di etichette da anticipare e verificare è soltanto qualcosa di meccanico. Il rigore, per lui, è un altro: collegare la regola alla comprensione dei testi.

Il punto allora è semplice. Se si vuole parlare di scuola e di italiano, si leggono i testi. Si legge De Mauro, la distinzione tra uso e riflessione, il curricolo graduale, la responsabilità dei docenti, e poi si discute. Continuare a usare lo spauracchio dello “spontaneismo espressivo” contro De Mauro significa parlare senza conoscere. E quando si parla alla scuola pubblica e al lavoro in classe, questo non è accettabile.

Concludiamo unendo la nostra voce a quella di De Mauro (1998): «Evviva sempre la grammatica implicita o vissuta; evviva, come chiedevano le Dieci tesi, un curriculum grammaticale alleggerito rispetto a ciò che la consuetudine chiedeva nelle scuole elementari, e appesantito, anzi creato ex novo, nella scuola media superiore».

Riferimenti essenziali

Tullio De Mauro, Passato e futuro dell’educazione linguistica. Intervista a Tullio De Mauro, a cura di Silvana Ferreri, in Silvana Ferreri, Anna Rosa Guerriero (a cura di), Educazione linguistica vent’anni dopo e oltre, Quaderni del GISCEL, Firenze, La Nuova Italia, 1998, pp. 13–35.
Tullio De Mauro, «A che serve la grammatica?», in Giuliana Fiorentino (a cura di), Perché la grammatica? La didattica dell’italiano tra scuola e università, Carocci, Roma, 2010, pp. 13–22.
Ministero dell’Istruzione e del Merito, Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione. Nuova edizione 2025, 7 luglio 2025.
Si suggerisce inoltre la lettura di: Tullio De Mauro, Educazione linguistica democratica, a cura di Silvana Loiero e Maria Antonietta Marchese, Laterza, Roma-Bari, 2018.

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