di Chiara Alpestre
Remo Rostagno ci ha lasciati in questi giorni. Pare impossibile e doloroso non poter più discorrere con chi ha partecipato tutta la vita al tentativo di rendere il teatro utile alla scuola e al sistema educativo, pur non negandone mai l’indipendenza come linguaggio, come arte e, soprattutto, attuando continue sperimentazioni, dagli anni ’60 e poi, a partire dalla metà degli anni settanta, insieme alla sua compagna Bruna Pellegrini. In questo lungo e interessante percorso, a fianco dei nostri migliori registi e attori, ha evitato pericolose fossilizzazioni, portando avanti senza interruzioni, ma anzi con continui originali rilanci, il gioco della sperimentazione e della scoperta di nuove valenze e di ulteriori potenzialità dell’arte del teatro coniugata in funzione sociale.
Ora per pensarlo con noi in dialogo, vi propongo piccole incursioni in alcuni suoi testi, tanto significativi da dover essere riletti e meditati per intero.
La scelta cade, tra le molte possibili, su tre pubblicazioni che ci possono sollecitare a ripercorrere la sua modalità, sempre condivisa con Bruna, d’intendere il teatro dei e con i ragazzi.
Il primo è un testo edito nel 1975. Si intitola “ Un teatro-scuola di quartiere, esperienza di animazione teatrale tra i ragazzi”[1] agli autori Rostagno e Pellegrini si accosta un saggio di Paolo Puppa. Fin dall’Introduzione che si intitola significativamente “Dal teatro alla teatralità” ci troviamo di fronte a interessanti definizioni che ancora oggi ci colpiscono per la loro lucidità, quasi preveggente: “ Chi legge un libro sulle esperienze d’animazione è come se osservasse un volatile imbalsamato. Di conseguenza, chi lo scrive, dovrebbe essere l’impagliatore. Ma ambedue le operazioni possono avere legittimità: la prima per la conoscenza di notizie, processi, metodologie che solo il libro può rendere accessibili; la seconda per la riflessione che la scrittura impone marginando il flusso operativo in pericolo continuo di congestionamento o/e sclerotizzazione. Gli anni sessanta hanno visto nascere l’animazione come una nuova forma di intervento nella collettività, intervento che si è modificato, strutturato, è rifluito su se stesso con ondeggiamenti continui tra l’utopia teatrale (un teatro per cambiare il mondo) e l’avanguardia scolastica (la nuova scuola come teatro)“[2].
Segue una ricostruzione del processo di rivisitazione insieme ai ragazzi de Il piccolo principe di Saint Exupéry: ecco descritto il momento dell’inizio dei lavori, una pacifica rivoluzione degli spazi scolastici e delle modalità operative: “Il primo giorno di scuola i ragazzi entrando in aula trovano una “sorpresa“. I tradizionali banchi sono stati sostituiti da tavoli piani più funzionali perché accostabili per ottenere tavoli di più grandi dimensioni, variabili a seconda delle esigenze. Su ogni tavolino trovano un sacchetto di plastica colorato. qua e là paia di forbici, scatole di pennarelli, pennelli, idropitture, colla, stoffa, carte multicolori, eccetera“[3]
Il libro prosegue con un dettagliato diario dei giorni di lavoro con i ragazzi. L’animatore si inserisce in uno specifico spazio umano, nella comunità che, vivendo, manifesta la propria cultura; egli opera in équipe attraverso verifiche permanenti che si dilatano dalla scuola al quartiere anche con interventi nelle famiglie dando spazio alle aspirazioni collettive che di solito vengono soffocate dal privato quotidiano.
Nel testo si riporta un copione completo con tutte le fotografie scattate dai ragazzi della spettacolazione che segue al lavoro svolto. All’ingresso gli spettatori ricevono un fiore e leggono questa scritta “tu che ricevi questo fiore sei il piccolo principe: vedi con occhi nuovi“ la spettacolazione si svolge attraverso luoghi deputati che vengono animati da fantocci, via via diversi a seconda dello svolgimento; molto significativi sono i testi delle composizioni che hanno inventato i bambini nel momento del lavoro di animazione, ne riportiamo a titolo d’esempio alcuni di impressionante attualità:
Qui a Collegno
invece di mettere segnali
o cintare gli ultimi spazi verdi
dovrebbero costruire
parchi di ritrovo per i ragazzi
Oppure:
Ho un rapporto di amicizia.
con l’insegnante,
partiamo dalla fantasia
e capiamo la realtà.
Oppure:
Quando noi
parliamo delle nostre cose
facciamo politica[4]
Il secondo testo che mi pare interessante, per il nostro breve excursus, amplissimamente conosciuto, amato e utilizzato nella scuola è “Guida all’animazione” scritto da Remo e da Bruna nel 1978 .[5]
Nell’introduzione leggiamo di nuovo una bellissima definizione dell’animazione teatrale: “L’animazione è un vasto fenomeno culturale. Noi l’abbiamo definita entro un’area specifica, quella scolastica, perché la scuola è il luogo istituzionale di aggregazione dei giovani. in particolare abbiamo attribuito importanza al carattere ludico dell’attività umana e nei ragazzi si manifesta come risposta alle esigenze di socializzazione e di conoscenza attraverso il gioco. L’intento è di mantenere l’animazione lontana dal tecnicismo didattico e dal consumismo ricreativo.”[6]
Il libro si suddivide in tre parti: nella prima sono presenti schede di gioco, proposte di lavoro che avviano alla pratica dell’animazione. La seconda parte presenta una metodologia di lavoro che può trovare applicazione in vari itinerari. La terza offre al lettore la possibilità di collocare l’esperienza pratica in un contesto culturale più ampio, anche con vari cenni storici sull’animazione e una bibliografia e una discografia molto ampia. Una frase molto significativa, in quest’ultima parte della trattazione, sembra oggi appartenere ad un mondo in cui il concetto di partecipazione era innato, in cui il lavoro scolastico non poteva essere disgiunto dalla riflessione sulla relazione tra le persone.
Ne cito un passaggio: “ Circa il lavoro di relazione proprio dell’animatore esistono varie teorie. Va facendosi strada la distinzione tra chi intende l’animatore come testimone attivo di contraddizione, e quindi come operatore politico coordinatore del dissenso, e chi lo vuole mediatore delle contraddizioni fino a diventare organizzatore del consenso. Di fatto tutti gli operatori scolastici sono agenti di trasformazione della scuola. Fare professione di neutralità significa cadere nell’immobilismo e corrisponde all’operare per la conservazione” [7] e ancora: “L’animatore sa cogliere le esigenze dei singoli ragazzi, sa usare l’intervento e realizzare un giusto equilibrio fra espressività e razionalità, immedesimazione e astrazione, libera espressione e ricerca. L’animatore non segue la moda del momento, conosce i limiti del proprio intervento, non si stanca di riprogettare continuamente alla luce di nuovi elementi di conoscenza dei vissuti dei ragazzi e concentra tutte le proprie energie nella formazione di bambini equilibrati, espressivi ma anche critici, esplosivi nell’esternare i propri vissuti ma anche capaci di culturalizzarli rispetto alla storia degli altri, di collocarli in una giusta dimensione nel tempo e nello spazio.”[8]
Infine mi piace riferire qualcosa relativamente a un testo molto particolare, scritto da Remo, intitolato “Apologia del teatro. Corpo e democrazia”; corredato dai grafismi di Lucio Diana e Adriana Zamboni è un testo scritto nell’arco del 2017, un testo composto da frammenti che via via Remo ha pubblicato sui social, due a settimana. Tali frammenti, accolti e commentati, da molte persone di ambito teatrale, sono stati poi oggetto a Torino di un lavoro condotto da Gabriele Boccacini, direttore artistico di Stalker Teatro.
Vi hanno partecipato tre artisti: Gianni Bissaca di Itaca Teatro, Domenico Castaldo del Laboratorio permanente sull’arte dell’attore e Francesca Cinalli della Compagnia tecnologica filosofica; l’operazione non ha dato vita a un vero e proprio spettacolo, ma è stata un’importante occasione di confronto e di sperimentazione.
Anche in questo caso riporto qualche passo, ancora una volta nell’ottica di sollecitare una rilettura integrale.
“DEMOCRAZIA La democrazia non basta a sé stessa. (Zygmunt Bauman, sociologo) Il corpo denuncia il mistero della sua provenienza. Quando due corpi sconosciuti si incontrano tendono ad entrare in conflitto. Ma hanno una esperienza comune: le lacrime che la madre ha trasformato in sorriso stringendoli al petto. Il calore della pelle. Gesto universale. Principio di salvezza. Poi viene il gioco corporeo. Poi il gioco di ruolo. Rifugio e liberazione nella verità della finzione. I prestiti di identità. Tu sei servo, io il re. Io servo, tu il re. Giochi di conflitto. Che non risparmiano aggressività ma avviano alla comprensione. Nel faccia a faccia è racchiuso il segreto della vita. (E. Lèvinas, filosofo) I contatti non aboliscono le frontiere. Rafforzano le virtù degli incontri. Alimentano le sorgenti di pensieri condivisibili. Creano senso. Lo si ammetta senza eufemismi. Le democrazie sono ideali di convivenza in crisi. I dispositivi provenienti dall’alto per realizzarle, gruppi, partiti, governi, si sono liquefatti. I linguaggi alterati. Con espressioni di aperta ostilità permanente. Abbracciare sorella sconfitta è resa definitiva. È tempo di prove. Con il tesoro universale posseduto e amato da ogni essere vivente: il proprio corpo. Corpi liberati. Corpi liberi. Incontri come dono. Anche per superare le paludi della carità. Corpo piacere d’ esporsi alla relazione con l’altro. Corpi offerti alle comunità come respiro sociale. Piccole cose. L’immensità.[9]
“DEBOLEZZA Le guerre le fanno le armi ma i morti li fanno gli uomini. Lo si ammetta: abbiamo sbagliato strada. Non esistono percorsi che portino alla pienezza della vita. Che resta sospesa, incompiuta, da costruire giorno dopo giorno, generazione dopo generazione. L’illusione del contagio benefico delle democrazie è svanito. Di più, la democrazia si rivela insufficiente a rigenerare sé stessa. Condita com’è dall’idiozia somma di esportarla attraverso la guerra. La forza. La potenza. Per la supremazia. Avere. Avere di più: più capelli, più denti, più droghe, più sesso. Non siamo a fine corsa. Ci avviciniamo. Azzerare e ripartire.? Dubbi. I ponti si ricostruiscono dopo il crollo. Ma, come si tenta di dire in questa Apologia, ogni corpo, ogni individuo, ogni persona, è ponte. Ogni corpo è istinto alla congiunzione rigenerativa. Tessera musiva di scambio, condivisione, collettività, permanenza e ricostruzione. Oltre le fratture. Non è proposta di nuova cura contro le malattie sociali. È scongiurare di alimentarle. È utile, forse necessario, risalire alle fonti. Quelle spirituali hanno fallito. Quelle materiali adorano Vertigine, dea della crescita eterna. Resta un patrimonio da esplorare: il piacere della ricerca di vitalità nuova attraverso la malleabilità fisica e spirituale dei corpi. Prima di scoprirli nemici. È là che bisogna puntare, all’abbraccio dell’assassino senza la scorciatoia del perdono.[10]
Infine per continuare a dialogare tra noi e con lui, mi piace riportare le parole di Antonio Gramsci quando definisce l’intellettuale organico, perché io così lo penso e lo ricordo il nostro amico e maestro Remo:
“Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” (specialista + politico).”[11]
- REMO ROSTAGNO, BRUNA PELLEGRINI, Un teatro-scuola di quartiere esperienza di animazione teatrale tra i ragazzi, con un saggio di Paolo Puppa, in “Interventi”n.42,Marsilio editori,Venezia,1975 ↑
- Ivi,p.7 ↑
- Ivi,p.15 ↑
- Ivi, pp.37-38 ↑
- REMO ROSTAGNO, BRUNA PELLEGRINI, Guida all’animazione, Fabbri Editore, Milano, 1978 ↑
- Ivi, p.3 ↑
- Ivi, p.232 ↑
- Ivi, p.233 ↑
- REMO ROSTAGNO, Apologia del teatro. Corpo e democrazia, grafismi di Lucio Diana, Adriana Zamboni, Torino, 2018,p.114 ↑
- Ivi, p.80 ↑
- ANTONIO GRAMSCI, Quaderni dal carcere, Einaudi, Torino,1975, vol.III,pp.1550-1551 ↑
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