Senza amicizia nel paradosso di morire di noia ed esplodere di energia

di Monica Barisone

STARE NELLA RELAZIONE PER IMPARARE E PER INSEGNARE

Immagine che contiene disegno, schizzo, Arte bambini, calligrafia Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Qualche settimana fa, ascoltando Anna, mentre mi parlava delle sue amicizie, e delle loro fatiche, ho avvertito una sorta di sconcerto in quel che mi appariva come un senso diffuso di fatica relazionale, di interazione vischiosa, profondamente alterata. Non solo gli adolescenti ma anche i giovani adulti sembrerebbero sopraffatti da persistenti e costanti sentimenti di inadeguatezza, solitudine, precarietà, ansia, angoscia. Potenzialmente forti e pronti ad affrontare la vita, restano schiacciati dalla noia e dall’impotenza, nella ricerca della scelta giusta per il proprio futuro, senza poter fare esplodere a pieno la propria energia, né per costruire la propria vita autonoma, né per combattere un qualsivoglia nemico, difficile da identificare.

Tutto questo sembra contaminare pesantemente la loro quotidianità, ma anche ogni relazione sociale, amicale che diventa super esigente, centrata sull’esclusività o sull’utilizzo unicamente finalizzato alla soddisfazione dei propri bisogni primari.

L’amicizia, dunque, la relazione con l’altro, sembra aver perso il significato originario di reciproco affetto, costante e operoso, tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto della conformità dei voleri o dei caratteri e da una prolungata consuetudine (Dizionario Filosofia Treccani) per trasformarsi in un legame strumentale, dove l’altro è un mezzo per raggiungere prevalentemente un fine personale.
L’amicizia diventa allora altalenante, selettiva, poco empatica, assume forme opportunistiche, basandosi su bisogni individuali e sull’ottenimento di vantaggi, portando inevitabilmente a crisi e instabilità.

Così però si apre un problema di enorme portata: l’amicizia, relazione interpersonale basata su affetto, fiducia e reciproca stima, svolge un ruolo fondamentale per il benessere mentale ed emotivo. Fornisce infatti supporto sociale, aiuta a sviluppare l’identità, promuove l’empatia e permette di affrontare le difficoltà e condividere le gioie della vita. È un legame che, pur richiedendo tempo e impegno, contribuisce a mantenere il contatto con la realtà esterna, favorendo un senso di appartenenza e riducendo l’isolamento.

Guardandomi attorno però, e facendo un balzo di soli dieci anni, ho scorto anche spiragli di aiuto collettivo: neogenitori più che ultratrentenni, li si potrebbe definire attempati oggi, che cercano di confrontarsi, supportarsi, uscendo dall’autoreferenzialità, per crescere i propri bambini. I nonni non sembrano rappresentare più, o in minima parte, un riferimento esperienziale o valoriale, ma gli amici sì, possono costituire una fitta rete per costruire nuove fondamenta educative, tutte da capire e inventare.

Alcuni stanno infatti incanalando la propria energia costruttiva, non sempre orientabile verso un lavoro sicuro, regolare, o equamente retribuito, in un progetto di allargamento della famiglia, in modo slow, senza molti aiuti esterni, nel risparmio fatto di usato, second hand, vintage. Stanno scoprendo la meraviglia dell’infanzia, lo stupore della crescita, la motivazione nell’affiancare l’apprendimento quotidiano dei bambini. Piccole grandi gioie naturali di cui non si ha più alcuna notizia o, meglio, si pensa non faccia notizia, perché tutto ormai deve essere problematizzato e drammatizzato, soprattutto su media e social, per emergere dal surplus di informazione, comprese le fake news.

Allora vien da pensare, persino a me, che con la storia ho sempre avuto un rapporto difficile, che qualcosa debba pur essere accaduto negli anni di crescita di queste generazioni. Qualcosa di critico, persino traumatico, una specie di terremoto, cataclisma tra il 1990 e il 2000.

Agli inizi degli anni ’90, effettivamente, c’è stato un forte periodo di recessione globale, di crisi economica e dei valori, con crescente sfiducia nelle istituzioni, una forte trasformazione del lavoro, l’aumento della precarietà e una perdita diffusa di identità collettiva. La crisi si è rivelata contagiosa, con fuga di capitali, instabilità e rallentamento della produttività. L’accento si è spostato sull’individuo e sulla capacità di competere nel mercato, alimentando ulteriormente il senso di precarietà e insicurezza. Il modello di famiglia è diventato più sfumato, ed in generale è emerso un nuovo pluralismo di valori, basato sulla ricerca di esperienze e soprattutto sul consumo di merci e servizi, sempre più indotto e guidato sotto le mentite spoglie di servizio agevolato.

Alla luce di questo, oggi, c’è chi, come Annalisa Ballestrieri (2022)[1] rilancia, come soluzione, la riflessione su sé stessi, la psicoterapia come grande alternativa alla lotta contro il consumismo, processo in corso ma di difficile realizzazione a breve o dall’innesco complesso.

Ci sono iniziali mobilitazioni collettive di manifestazione dell’opinione pubblica in disaccordo con le scelte politiche o governative, che sembrano esprimere proprio l’urgenza di antichi e profondi bisogni di appartenenza, identità, interrelazione profonda, fedeltà, sincerità, disponibilità reciproca.

Sono fenomeni non ancora ben connotati ma in via di definizione, parrebbe.

Nel mio lavoro, invece, da sempre caratterizzato da un approccio integrato tra modelli, tecniche ed esperienze, sto rivalutando inaspettatamente uno strumento nato quasi per caso nel mio percorso psicoterapeutico personale. Si tratta della stampa di un manichino in filo metallico, su cui cominciare a delineare e colorare le proprie caratteristiche personali note, per riempire gradualmente, dar forma e consistenza alla propria identità, utilizzando con calma, ciò che emerge nel lavoro terapeutico, di volta in volta. Sentii l’esigenza di usarlo, inizialmente, proprio nel periodo pandemico e immediatamente successivo per il lavoro con gli adolescenti.

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Certe immagini probabilmente stazionavano nella mia mente dai tempi del liceo, quando cercavo di memorizzare decine di pagine di storia dell’arte, almeno in modo temporaneo e posticcio; poi, forse per la loro vera pregnanza, inaspettatamente, ad un certo punto, si sono attivate e il manichino e la ricomposizione dei suoi pezzi è diventata una immagine utile a capire e sistemare durante il lavoro di supervisione.

Recentemente, invece, ho cominciato a proporlo anche a giovani adulti e adulti che sembrano essersi ‘persi’, o comunicano di non essersi mai ‘conosciuti’ davvero o mai ascoltati, schiacciati dai modelli familiari o sociali a cui aderire o da cui dover fuggire per reazione, opposizione…senza la possibilità di crescere ‘liberi’ e scoprire e costruire sé stessi.

Scoprirne l’efficacia è risultato affascinante e inquietante al tempo stesso, ma i risultati sono interessanti, il coinvolgimento elevato e sembra proprio valere la pena di provare a contattare e ricontattare sé stessi. È così che, durante un corso di formazione aziendale, utilizzando il manichino, possa capitare che la giovane Ariele scopra d’essere vera parte trainante nel cambiamento e nel movimento rispetto al gruppo di colleghi rassegnati e restii, e questo nonostante in quei mesi sia penalizzata proprio nel movimento fisico da un problema di salute.

Quello stesso disegno spoglio può consentire a Rori di uscire dal suo mondo di parole e interpretazioni di un evento luttuoso, per cercare altri modi espressivi per far riemergere la sua creatività e leggerezza sommersa da tristezza, sconforto e senso di perdizione, aprendosi alla rete di relazioni amicali pronta a sorreggerla. Persino Fabri, teso a proteggere la propria originalità dagli attacchi del banale mondo esterno, può scoprire di poter mettere la sua discontinua proattività al servizio della carente socialità. Gesti semplici, dunque, che possono riportarci a noi stessi e poi agli altri e ancora a noi e agli altri, con infiniti movimenti e aggiustamenti, per continuare a stare in relazione ma in modo più sicuro e vero.

 

  1. Conoscere le emozioni. Un viaggio alla scoperta di noi stessi o in Dipendenze affettive, idoli e modelli di riferimento.

 

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