di Marco Guastavigna
Nel Bel Paese – almeno sembra – non ne discute nessuno. E nessuno, per fortuna, chiede censure.
Sto parlando di “Listening in the cracks: A conversation with Báyò Akómoláfé”, che fa parte del report “AI and the future of education: disruptions, dilemmas and directions”, e che colpisce duramente le zone di comfort di molte persone, perché apre uno squarcio su punti di vista attualmente quasi ignoti.
Tutti sanno che l’UNESCO inquadra l’educazione come un bene pubblico globale con diritti e responsabilità universali, enfatizzando principi standardizzati come l’equità, l’inclusione e l’apprendimento permanente per tutti. Akómoláfé, invece, sfida l’idea stessa di universalità, sostenendo che il ‘globale’ non è una categoria neutrale; è un territorio di controllo, appiattimento e cancellazione delle molteplici, aggrovigliate vie del conoscere, dell’apprendere e dell’essere.
Secondo il filosofo-attivista, l’universalismo non è semplicemente un ideale. È una geografia di cancellazione. Presume che principi come l’equità, l’inclusione e l’apprendimento permanente siano beni auto-evidenti, universalmente riconoscibili e inequivocabilmente desiderabili. Ma essi, sebbene ben intenzionati, nascondono spesso una violenza più profonda: il rifiuto dell’alterità, dell’inintelligibilità, di mondi che non cercano riconoscimento mediante termini familiari.
Questo approccio valorizza la prospettiva pluriversaIe, che riassegna significato all’insieme di mondi che non si adattano facilmente a metriche standardizzate, e che sono stati vittime di epistemicidio per mano occidentale:
Akómoláfé ci fornisce invece esempi di come l’apprendimento possa essere concettualizzato in modi non universalisti:
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- In alcuni mondi, l’apprendimento non è il viaggio individuale verso la padronanza, ma il ricordo di un fiume.
- In altri, l’equità non è l’uniformità di accesso, ma la differenziazione del ritmo.
- In altri ancora, il silenzio di un bambino non è un deficit ma una forma sacra di relazione.

L’azione da intraprendere, quindi, non è estendere l’universalità, ma compostarla: impegnarsi nel pluriverso non significa allargare l’universalità per includere più voci. Significa compostare l’universalità stessa, ovvero lasciarla decomporsi nel terreno di nuove grammatiche di unione, che potrebbero non essere mai globalmente traducibili: un arcipelago di punti di vista coesistenti.
Coerentemente con questa prospettiva, i diritti possono/devono essere visti come proprietà emergenti della relazione, radicati nel contesto specifico, piuttosto che come titoli astratti che fluttuano al di sopra del contesto.
L’educazione, di conseguenza, dovrebbe diventare un santuario in cui si ascoltano i futuri che stanno già sussurrando nelle crepe del presente.
Buona lettura!
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