La riforma Valditara non esiste

di Monica Piolanti

L’aria che si respira nelle sale insegnanti e nei corridoi del Ministero, in questo inizio di 2026, è densa di una strana elettricità. Si parla di rivoluzioni, di “cambiamento epocale”, di una scuola che finalmente volta pagina. Eppure, grattando via la vernice fresca dei comunicati stampa e dei post sui social, la sensazione per chi la scuola la vive tra codici e dinamiche di classe è quella di un déjà-vu persistente. Tra il “dire” normativo e il “fare” pedagogico continua a scorrere un oceano di burocrazia che nessuna circolare sembra poter prosciugare. Mi rivolgo a voi con la franchezza di chi sa che la propaganda non ha mai pagato le bollette della didattica: quello a cui assistiamo è, purtroppo, molto rumore per nulla.

Diciamocelo chiaramente: la “Riforma Valditara” non esiste. Non nel senso che manchino i decreti – quelli abbondano e ingolfano le caselle email delle segreterie – ma nel senso che manca l’ossatura di una vera riforma organica. Osservo un assemblaggio di norme eterogenee che ricordano più un’operazione di restyling che una nuova architettura di sistema. Una riforma vera, come furono la Gentile o la Berlinguer (nel bene o nel male), sposta le fondamenta. Qui, invece, stiamo ridipingendo le pareti di un edificio che ha infiltrazioni strutturali mai risolte.

Prendiamo il cavallo di battaglia del “merito”. Inserirlo nel nome stesso del Ministero è stata un’operazione di marketing politico geniale, ma sul piano dell’efficacia reale i risultati sono quasi impercettibili. Sotto il profilo della revisione contabile, le figure del docente tutor e dell’orientatore, introdotte dal D.M. 63/2023, non rappresentano un potenziamento organico della carriera docente. Sono incarichi accessori, finanziati in parte con residui di bilancio e in parte agganciati a quel PNRR che l’Italia è obbligata a rendicontare. Chiamarla “Riforma Valditara” è come se un inquilino si prendesse il merito del rifacimento della facciata deciso e pagato dal condominio tre anni prima. La spesa corrente non è aumentata per valorizzare stabilmente la funzione docente; si è creato un sistema di premialità a termine, che rischia di generare solo una guerra tra poveri per accedere a fondi che non diventeranno mai tabellari.

Sul piano legislativo, l’intervento sulla filiera tecnico-professionale (il cosiddetto 4+2) viene spacciato per rivoluzione, ma è un innesto che rischia il rigetto se non supportato da un ripensamento dei quadri orari e degli organici che vada oltre la mera sperimentazione. E che dire del ritorno ai giudizi sintetici nella primaria o della stretta sul voto in condotta? Dal punto di vista pedagogico, sono risposte semplici a problemi complessi. È preoccupante l’idea che l’autorità possa essere ripristinata per decreto. La scuola non è una caserma, né un tribunale. Se pensiamo che tornare a “Ottimo” o “Insufficiente” o abbassare il voto in condotta risolva il disagio giovanile o l’aggressività delle famiglie, abbiamo perso di vista il senso dell’istruzione. Il limite è necessario, ma deve essere generativo, non solo sanzionatorio. Invece, si è scelto di soffiare sul fuoco della nostalgia di una scuola “che fu”, senza però fornire i mezzi economici e psicologici per gestire la scuola “che è”.

Il fragore degli annunci si palesa anche nella gestione dei percorsi abilitanti e del reclutamento. Abbiamo assistito a una giostra di crediti formativi (30, 36, 60 CFU) che ha generato un caos calmo tra i precari. Cambiare le sigle non significa riformare il reclutamento; significa solo obbligare migliaia di persone a un nuovo pellegrinaggio burocratico ed economico. Dov’è la semplificazione legislativa? Dov’è la visione di una carriera docente dinamica? Anche il liceo del Made in Italy si è rivelato un guscio semivuoto, accolto con freddezza dalle iscrizioni reali. Un flop che conferma il sospetto iniziale: tanta enfasi ideologica, ma nei fatti una scarsissima aderenza alle esigenze strutturali del sistema.

Questa critica vuole però essere costruttiva. Se la riforma “non esiste” nella forma di un testo unico coerente, può esistere nella pratica quotidiana se la comunità educante decide di non farci distrarre dagli slogan. Possiamo usare gli strumenti della personalizzazione per scardinare l’aula tradizionale, nonostante i vincoli normativi. La realtà è che una riforma seria richiederebbe un investimento strutturale sul contratto dei docenti – tra i meno pagati d’Europa – e una riduzione drastica del numero di alunni per classe. Tutto il resto è fuffa comunicativa. Molto rumore, appunto, per nascondere il nulla di un bilancio statale che continua a vedere la scuola come una voce di costo e non di investimento strategico. Non aspettatevi che la salvezza arrivi da una circolare firmata a Roma. Continuiamo a essere noi i veri garanti della formazione dei nostri ragazzi. Perché, alla fine, l’unica riforma che conta davvero è quella che accade ogni mattina quando chiudiamo la porta della classe. Quella, fortunatamente, non dipende da chi siede a Viale Trastevere.

 

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