Educare insegnando o insegnare educando?

di Riccarda Viglino

Qualche giorno fa leggendo qui le accurate riflessioni, lessicali e non solo, di Giovanni Fioravanti, mi è balzato alla memoria il titolo di un libro di Mario Comoglio che ha stimolato e guidato la mia azione di insegnante per decenni. Si tratta di “Educare insegnando, apprendere ad applicare il cooperative learning” LAS Roma 1999.

Anche qui troviamo nel titolo l’accostamento di un verbo all’infinito ed uno al gerundio, ma non si sceglie la parola istruire bensì si parla di insegnare. I due termini possono sembrare sinonimi, ma veicolano due modelli di uomo e di scuola opposti.

Da un lato etimologicamente dal latino abbiamo in-struere cioè “costruire dentro, ammassare, schierare” e dall’altro in-signare cioè “imprimere un segno, lasciare un’impronta”. Chi istruisce dà istruzioni che vanno eseguite, chi insegna lascia un segno nell’allievo, non trasmette che cosa sapere e pensare, ma costruisce il come ed i perché, suscita domande. Insegnare quindi non vuol dire trasmettere procedure corrette ma costruire senso.

Qual è il modello di società implicito allora nelle diverse scelte? Comoglio ci dice che “ogni scelta didattica porta con sé un modello di uomo e di società” allora se istruisco creo yes men bravi esecutori efficienti; se insegno, persone libere, cittadini pensanti e consapevoli. È il motivo per cui i regimi autoritari amano “istruire” e temono l’“insegnare”. L’istruzione crea sudditi l’insegnamento crea cittadini scomodi.

E non basta scegliere di insegnare, bisogna scegliere anche la didattica. Non esiste una didattica neutra, anche scegliere di non scegliere un metodo è una scelta che dice: “il mondo va bene così com’è”, “si è sempre fatto così”…

La scelta che propone Mario Comoglio è quella del cooperative learning che non è solo un approccio per insegnare ed apprendere meglio, ma un modo per costruire l’idea della possibilità di una società diversa. Proviamo ad analizzare i cinque pilastri del metodo così come lo insegnano i Fratelli Johnson e vedere ciascuno che tipo di idea di società veicola:

  1. L’ Interdipendenza positiva

La percezione di essere legati gli uni agli altri in modo positivo: o nuotiamo o affoghiamo insieme, nessuno si salva da solo, il mio successo dipende dal tuo, se tu non capisci, il gruppo non va avanti e tutti perdiamo qualcosa. Una società solidale quindi, non la somma di individui in competizione per il proprio successo magari a scapito degli altri.

  1. La Responsabilità individuale e di gruppo

Ognuno nel gruppo ha un compito ed un ruolo ben precisi, deve fare bene la sua parte, non può sfuggire né nascondersi. Ha la percezione di essere indispensabile agli altri. Una società della responsabilità diffusa, non c’è delega totale al leader né allo Stato.

  1. Interazione promozionale faccia-a-faccia

Ci si guarda negli occhi, ci si parla, si spiega, si discute. Il conflitto è accolto e gestito faccia a faccia, non aggredendo, tramando o nascondendosi. Una società dialogica che guarda in faccia i problemi, una democrazia che regge perché la gente sa confrontarsi e litigare senza scannarsi.

  1. Insegnamento delle abilità sociali

Si imparano e si agiscono l’ascolto attivo e il parlato consapevole, la mediazione pacifica del conflitto, la risoluzione collaborativa dei problemi. Una società civile e competente che impara come costruirsi insieme ogni giorno.

  1. Valutazione individuale e di gruppo

Conta ciò che fai e ciò che fai insieme agli altri. La valutazione quando è formativa ed autentica accompagna l’apprendimento, gli attribuisce senso; si impara l’autovalutazione per poter governare il processo in autonomia. I parametri valutativi sono chiari e condivisi. Una società della responsabilità matura, una democrazia riflessiva e partecipativa, non violenta; le regole ci sono, trasparenti, condivise, non opprimono ma aiutano a vivere insieme.

Nella pratica del cooperative learning i ragazzi maturano anche altre idee forti di società:

  • La diversità è una risorsa, non un problema

I gruppi cooperativi sono eterogenei volutamente, con all’interno studenti e livelli di apprendimento e competenze sociali diversi. Una società dove inclusione e diversità non sono rischi e costi da sopportare, sono moltiplicatori cognitivi e di opportunità.

  • Il conflitto è occasione di crescita, non un errore di sistema

Non si teme il conflitto, si impara ad affrontarlo in modo pacifico e corretto attraverso un percorso educativo organizzato e strutturato. Si litiga sui dati, sui fatti, non si attaccano le persone. Una società del pluralismo e del confronto. Il dissenso è previsto e gestito con regole, non censurato o trasformato in guerra civile.

  • L’autorità è una funzione, non una persona

Nel cooperative learning i ruoli ruotano, tutti si mettono in gioco imparando che cosa fa funzionare un gruppo, scoprendo che un leader non è necessario, ciascuno gestisce una parte di leadership. Una società a responsabilità diffusa, con leadership distribuita e temporanea, meno capi carismatici a vita, più istituzioni forti e ruoli chiari.

  • Il bene è co-prodotto, non individuale o calato dall’alto

Il gruppo di lavoro co-costruisce il sapere, insieme matura abilità e competenze cognitive e sociali. Nessuno da solo ce l’avrebbe fatta allo stesso modo. Una società relazionale, partecipativa, del welfare generativo.

Ecco perché si educa insegnando, si creano le condizioni perché ciascuno esca da se stesso diventando autonomo e responsabile. È la linea rossa tra Sparta ed Atene: Sparta addestrava opliti, l’educazione aveva come orizzonte l’obbedienza e la guerra, Atene educava cittadini capaci di governare senza diventare tiranni e di obbedire alle leggi senza essere schiavi.

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