“Smettiamola di vivere dentro una bugia”. M. Carney
Siamo in guerra, la terza guerra mondiale come diceva Papa Francesco. 1- Non si tratterà, salvo il gioco gli scoppi tra le mani, di una guerra nucleare che è troppo distruttiva, definitiva, che non ha vincitori (anche chi vincesse governerebbe sul deserto) e che non conviene, perché oggi ci sono i mezzi tecnici (IA, droni, missili…) che rendono di più sia in termini bellici, che in termini di guadagno da parte delle industrie di armi e di quelle per la ricostruzione (Gaza, Ucraina). Specie se come la Russia si possono mandare al macello 450 mila uomini in un anno. Specie se si fa la guerra ai civili come a Gaza, in Ucraina e come la storia insegna dalla 2° guerra mondiale in poi. Una situazione nuova, complessa, con pochi autocrati pazzi che non si attaccano tra loro così ognuno può prendere quello che vuole, ma che “bullizzano” gli altri. Dall’equilibrio del terrore all’equilibrio della conquista. Una guerra di dazi, colpi di mano, ricatti da parte di chi vuole controllare tutto: non esistono più regole o alleanze, ma possesso, controllo da parte del più forte. E chi ostacola è il nemico.
3. Occorrerebbero istituzioni internazionali e nazionali più forti in senso democratico per il controllo e le regole, ma le istituzioni, le regole non vengono più rispettate, la democrazia è in crisi, rinnegata, talora derisa e l’UE è vaso di coccio, divisa, disorientata, indecisa (Ucraina o Groenlandia?). Oggi le regole non valgono più se non si hanno i mezzi per farle rispettare e chi non è funzionale al mio interesse egocentrico ed al mio controllo è contro.
Comitati di affari si sostituiscono alle istituzioni.
Gli USA, patria di una storicamente strana democrazial’hanno esportata nel mondo, dalla 2° guerra mondiale in poi, con colpi di stato, napalm, torture. Oggi sono l’esempio della crisi forte e forse irreversibile della democrazia liberale e della sua sostituzione con il bullismo autoritario, tecnologico, economico e dei comitati di affari. Di questo si lamenta ormai anche il Congresso.
Cerchiamo di fare un quadro, in base a ricerche, dati, pareri di esperti di cosa sta succedendo. Già classificati da Economist da annicome democrazia di serie B gli USA, con Italia e Giappone, stanno scivolando verso la serie C. Da “democrazia con problemi” a “democrazia ibrida”, residua, contradditoria ed autoritaria, molto dubbia, appena un passo sopra le dittature.
Anche in questo caso un prototipo.
Il gesto estremo di uno studente che accoltella e uccide un compagno ci trova ancora una volta impreparati, disorientati. Non può essere, neppure a diciannove anni, che la responsabilità sia tutta e sola di chi ha compiuto quell’atto inconsulto e neppure può stare tutta in chi a 15 anni gira con il coltello in tasca e come gruppo sociale sceglie di essere parte di una baby gang.
Più di mezzo secolo fa Piero Angela scriveva un libro divulgativo, che avrebbe trovato conferma negli esiti delle neuroscienze: L’uomo e la marionetta. Titolo significativo. Non siamo liberi, cultura e natura tirano i fili delle nostre azioni. Eredità genetica e ambiente in cui cresciamo e viviamo ci modellano, ci formano, ci condizionano.
Il nostro cervello e la nostra personalità vengono manipolati quotidianamente senza che ce ne accorgiamo. Le nostre idee e il nostro comportamento non sono affatto scelti liberamente, ma sono il risultato dell’azione combinata di tutto ciò. La biologia ha dimostrato che la parola e il farmaco hanno un’azione sostanzialmente simile nel cervello: entrambi inducono cambiamenti biochimici e molecolari nell’organizzazione cerebrale. La società dei media, dei social, della pubblicità, dei consumi da tempo ha fatto tesoro di queste armi invisibili.
Di tale impasto è, dunque, la sostanza della nostra identità che è lo specchio in cui ci riconosciamo, ma è uno specchio che può andare improvvisamente in frantumi, così può accadere che la ricerca affannata di ricomporlo induca a gesti disperati, inconsulti che si traducono nella follia della violenza.
È necessario che apprendiamo da subito, già all’esordio in questo mondo, a gestire questo specchio. La riuscita non è responsabilità solo nostra, occorre che ogni attore in commedia faccia la sua parte a iniziare dagli adulti. C’è un ruolo da sostenere e i copioni non mancano. È che viviamo in una società in cui questi copioni non si studiano, in cui è più facile punire che condividere le responsabilità, in cui è più conveniente pensare all’adolescenza, che pure tutti abbiamo attraversato, come a un qualcosa da maneggiare con cautela, un luogo di passioni tristi, di inquietudini in cui chi è divenuto adulto ora rischia di perdersi o di uscirne impotente.
Il fatto è che questi copioni non li apprendono non solo i genitori, ma neppure coloro che per mestiere, che per mandato sociale hanno la responsabilità di crescere e di formare ragazze e ragazzi, come gli insegnanti e quanti con il gruppo dei giovani entrano in relazione con compiti educativi.
Non si tratta di stabilire se sul tema della adolescenza siano state scritte pagine di verità, non sta qui il problema, la verità è dinamica, quanto provvisoria, è sempre in divenire. Ma pagine che aiutino a riflette, a capire, a portare avanti la ricerca, a fornire strumenti di dialogo con se stessi e con i giovani, questo sì.
Allora mi sono chiesto se la cultura professionale che ho accumulato in quarantacinque anni di lavoro nella scuola potesse essere tuttora utile a tentare di interpretare l’origine di quel gesto e cosa sarebbe stato necessario fare per poterlo prevenire.
Ognuno ha i suoi maestri. E io mi sono rivolto a loro: Erikson, Winnicott, Lacan.
Prendi Erikson, ti pone immediatamente di fronte al tema dell’identità, della mancata costruzione di un’identità stabile, tipica delle crisi psicosociali dell’adolescenza. La mancata costruzione di un’identità stabile può sfociare in comportamenti aggressivi quando il giovane non trova riconoscimento sociale né ruoli adeguati. L’incapacità di integrare tra loro aspettative familiari, scolastiche e del gruppo dei pari può minacciare la tenuta della propria identità, produrre confusione di ruolo e perdita di senso, allora scatta la molla dell’autodifesa ricorrendo all’atto violento come tentativo disperato di affermare la propria identità o di reagire al timore della propria cancellazione sociale.
Avere un senso vuol dire avere una direzione da seguire capace di dare un significato alla propria identità. Investe lo sviluppo psicosociale degli individui, oggi quanto mai trascurato dagli adulti e dalla società in cui viviamo, che invece dovrebbero essere in grado di offrire ruoli e riconoscimento a ragazze e ragazzi.
Famiglie fragili, scuole sovraccariche, assenza di mediazione riducono le possibilità di risolvere positivamente le crisi.
Ma l’identità in cui crediamo di riconoscerci può essere un vero sé o un falso sé. Winnicott ci dice che il vero sé è il prodotto della nostra storia relazionale con adulti capaci di contenere e regolare le emozioni fin da bambini, relazioni che mantengono le loro tracce nell’adolescenza, scuola e famiglia sono i luoghi che possono funzionare come prolungamento di tali relazioni. Insegnanti e genitori che ascoltano, che danno limiti chiari ma contenenti, che permettono il gioco simbolico e la parola, favoriscono lo sviluppo del vero sé. Al contrario, ambienti freddi, punitivi o disattenti favoriscono l’isolamento, la vergogna e la ricerca di soluzioni drammatiche per affermare la propria esistenza.
Se un giovane non ha avuto esperienze ripetute di essere accolto, nominato e contenuto, la sua aggressività non si trasforma in comunicazione ma resta un’energia distruttiva rivolta verso l’altro. L’aggressività è spesso un linguaggio quando le parole mancano. L’atto diventa allora un messaggio tragico: non solo un atto di distruzione, ma una richiesta di riconoscimento che non ha trovato canali simbolici adeguati. Questo non giustifica la violenza, ma orienta la risposta verso la necessità di creare spazi dove il disagio possa essere nominato e trasformato. Servono adulti capaci di contenere, spazi che permettano la parola e la simbolizzazione, e politiche che investano nella qualità delle relazioni fin dall’infanzia.
Umiliazioni, pettegolezzi, la diffusione di immagini compromettenti sui social, possono portare a percepire che la propria identità è stata smentita pubblicamente. La reazione violenta può allora essere letta come un tentativo di difendere o ricostruire quell’immagine perduta, una risposta immaginaria che cerca di colmare il vuoto interno.
Lacan insiste sul fatto che il soggetto si costituisce nelle parole, non esiste un io pre-linguistico che agisce indipendentemente dalle parole e dai discorsi che lo nominano. Insulti, voci di corridoio, immagini condivise non sono meri contenuti, sono interventi simbolici che riorganizzano la posizione del soggetto nell’ordine sociale. La scuola, il gruppo dei pari, la rete parlano e definiscono, possono confermare o cancellare l’immagine che il soggetto ha di se stesso. Un’offesa pubblica può essere percepita come una cancellazione del proprio essere, e l’atto violento diventa allora un modo per imporre un nuovo discorso, per forzare l’Altro a riconoscere una presenza che si sente negata.
Le reti simboliche: famiglia, scuola, media e social network forniscono immagini e discorsi che strutturano le identificazioni. Nell’ adolescenza, quando l’Io è ancora fragile, le identificazioni di gruppo possono essere decisive. La dinamica del branco, la spettacolarizzazione digitale, la mancanza di figure adulte che nominino e riconoscano il disagio, creano un terreno in cui la frattura soggettiva può radicalizzarsi. La violenza diventa allora anche effetto di una rete simbolica che non ha saputo contenere o trasformare il conflitto.
Una risposta efficace non può limitarsi alla repressione esterna. Occorre intervenire sul piano simbolico: creare spazi dove il linguaggio possa nominare il disagio, potenziare la funzione riconoscente degli adulti, offrire mediazioni che riorganizzino le identificazioni. Interventi preventivi devono lavorare sulla rete di discorsi che costituiscono il soggetto: dalla formazione degli insegnanti alla gestione simbolica del conflitto, percorsi che permettano ai giovani di esprimere la propria frustrazione senza ricorrere all’atto, e una presenza adulta che non si limiti a punire ma sappia ascoltare e riformulare.
Ormai siamo all’emergenza, il tempo per ripensare la scuola e la famiglia sta per scadere.
In questi giorni si è riacceso il dibattito sul “mitico” occidente che tanto sta a cuore a Ernesto Galli della Loggia e quindi, a scendere, al ministro Valdidara e giù giù sino alle Indicazioni nazionali 2025.
Cosa è successo?
Trump affossa l’Occidente
In estrema sintesi possiamo dire che le azioni di Trump stanno affossando il concetto stesso di Occidente e con lui la sua pretesa superiorità morale. Pretende la Groenlandia. Cattura ed arresta il dittatore Maduro così da poter meglio controllare il petrolio venezuelano. Pretende il premio Nobel. Inventa un’Onu privata costruita sul modello del suo Golf Club di Mar a Lago e la chiama Board of Peace di cui si autonomina imperatore a vita. Va a braccetto con Putin. Porta gli Stati Uniti, a Minneapolis, sul bordo di una guerra civile che rischia di assomigliare ogni giorno di più al film distopico sugli USA che Alex Garland ha diretto due anni fa e che, guarda caso, si intitola “Civil War“. E potremmo continuare.
Il 24 gennaio Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera, firma un editoriale dal titolo La lezione della storia agli Usa, in cui si mostra molto preoccupato che Donald sfasci l’Occidente.
E in conclusione scrive: Non bisogna dimenticarlo: i presidenti e i governi passano, i popoli restano. E con loro resta la storia. Nel corso di secoli la storia ha visto la nascita di una cosa chiamata Occidente, costituita dall’intera America e dall’Europa. Ebbene, se l’Occidente si divide, con ogni probabilità l’Europa è perduta, certo: ma dal canto loro gli Stati Uniti perdono tutto il nostro continente, perdono il Mediterraneo, Suez, Gibilterra, il Baltico e un’intera sponda dell’Atlantico. E insieme perdono le loro radici e un pezzo della loro anima. Obiettivamente non sembrano queste le migliori premesse per resistere all’ascesa planetaria del gigante russo-cinese e ambire all’egemonia mondiale.
Due, tre, quattro occidenti
Il giorno dopo, oggi 25 gennaio, Paolo Mieli, giornalista e suo collega storico, sempre sul Corriere della sera firma un editoriale dal titolo emblematico: “il mondo è cambiato: ora più «occidenti»”.
Dopo aver descritto le molte “mattane” di Trump scrive: L’Occidente a questo punto deve avere il coraggio di dividersi in due, tre. Eventualmente anche quattro o cinque. E mettere al mondo nuove alleanze che, senza entrare in contrasto con le antiche, siano in grado di prendere decisioni, anche militari (sempre, beninteso, di carattere difensivo), in tempi rapidi senza subire veti ed essere costrette ad impaniarsi in quel genere di discussioni che ci ha rinfacciato Zelensky. Ci sembra questo l’unico modo per supplire al venir meno di una leadership mondiale dell’Occidente.
Quindi ciao ciao Occidente? Della questione si occupa anche Franco Cardini (altro grandissimo storico) nel volume “La deriva dell’occidente” (Laterza, I ed 2025); ecco come lo presenta lo stesso editore: Di cosa parliamo quando parliamo di Occidente? Dopo l’elezione di Trump, sembra giunto al termine quel concetto di Occidente tutto geopolitico, dove Europa occidentale e Stati Uniti, difensori di democrazia e libertà, si contrapponevano alla ‘barbarie’ orientale, russa e cinese. Intanto, Giappone, Cina e India propongono altri Occidenti, portatori di altre ‘modernità’, contrapposte – o comunque alternative – alla modernità occidentale. Stiamo assistendo al crollo dell’Occidente così come lo abbiamo conosciuto?
Alberto Cossu, recensendo il volume su Analisi Difesa, così riassume:
la deriva Occidentale nasce dallo smarrimento del ritorno della guerra nella sua violenza sconosciuta a cui non si sa che risposta dare che non sia solo pacifista e non belligerante perché potrebbe compromettere le stesse radici della nostra civiltà. La deriva è prodotta anche dalla consapevolezza che il potere dell’Occidente si sta erodendo e che gli equilibri internazionali saranno destinati a cambiare in un senso sempre meno favorevole all’Occidente. Cardini però dichiara la sua speranza verso l’Europa che immagina possa ritornare ad essere quella di San Benedetto, delle cattedrali, delle Università, libera ed unita. Il messaggio principale che si raccoglie da questo libro è che è sempre più necessario vedere le cose da una prospettiva non solo occidentale, eurocentrica e un po’ arrogante e che questo è possibile anche senza spogliarsi dai propri valori. L’Occidente non è stato sempre il centro di gravitazione del mondo e non tutto quello che viene fuori dal suo ventre deve essere necessariamente universale.
L’occidente che si pensa unico e assoluto punto di riferimento del mondo e della storia non dovrebbe dimenticare il rimprovero che il ministro degli esteri indiano Jaishankar in occasione di un dibattito a Bratislava nel 2022 pronunciò asserendo: “l’Europa deve uscire dalla mentalità secondo cui i suoi problemi sono i problemi del mondo, ma i problemi del mondo non sono i problemi dell’Europa”.
Uno sguardo teologico: la missione post-coloniale
Per molti secoli Occidente ha fatto tutt’uno con religione cristiana al punto che fin dalle riduzioni gesuitiche del ‘500 si iniziò a definire il rapporto tra colonizzazione – civilizzazione ed evangelizzazione con il detto “civilizzare per evangelizzare ed evangelizzare per civilizzare.”
Detto che guidò poi tutta la storia coloniale dell’evangelizzazione sino al Concilio Vaticano II.
Guardando all’oggi il teologo Mario Menin, ad esempio, scrive che sta avanzando un nuovo paradigma decoloniale della missione cristiana che mette in discussione il modello eurocentrico e occidental-centrico sulla modernità e la sua pretesa esclusività universale. In questo esercizio decoloniale serve, però, leggere la realtà non imprigionati dentro uno schema nazional-identitario, ma a partire dal “sistema-mondo”. Cosa che stanno facendo alcune teologie del Sud del mondo. Emergenti, contro-egemoniche e generatrici di discorsi alternativi, esse si sono sviluppate in ascolto delle epistemologie del Sud e dei cristianesimi decoloniali.
La sfida, oggi, non è solo capire dove va il mondo ma anche rendersi conto che il mitico Occidente non è, appunto, solo un mito ma anche che l’Occidente di cui favoleggiano molti si sta squagliando come ghiaccio al sole. Come gli iceberg della Groenlandia.
Indicazioni nazionali e occidente che si squaglia
Ma se Trump affossa l’Occidente e Galli della Loggia stesso si chiede come salvare l’anima dell’occidente non possiamo non chiederci anche che fine fanno le nuove Indicazioni Nazionali che proprio in questo occidente che si squaglia hanno preteso di affondare le loro radici e le loro fondamenta.
Insomma: se vien giù l’occidente vengon giù anche le indicazioni nazionali?
Poco male. Magari sarà la volta buona che si potrà riprendere a ragionare sul senso e sul destino del mondo di oggi e sul senso, sui compiti e sul destino dell’educazione e dei sistemi educativi chiamati a formare cittadini capaci di vivere nel nuovo mondo post-coloniale. Post coloniale e proprio per questo attento ai diritti umani di tutti gli uomini e di tutte le donne, al diritto internazionale, alla pace e alla giustizia, all’equa distribuzione delle ricchezze, al rispetto dell’ambiente.
Chissà.
Intanto, mentre assistiamo allo sciogliersi dell’occidente mitizzato da Galli della Loggia, Valditara e seguaci, non ci resta che guardare con preoccupazione anche il traballare delle basi poco solide delle indicazioni nazionali.
In un’epoca dominata dall’ossessione per la misurazione delle competenze e dalla digitalizzazione spinta dei processi di apprendimento, la scuola sembra aver smarrito il cuore pulsante della sua missione. Siamo immersi in una narrazione educativa che privilegia l’efficienza algoritmica, dove il docente viene spesso ridotto a un facilitatore di flussi informativi o a un burocrate della valutazione. Eppure, il disagio che attraversa le nostre aule – dai fenomeni di ritiro sociale degli studenti alla crisi di prestigio della professione docente – ci urla che l’accumulo di nozioni non basta più a sostenere il senso del restare a scuola. In questo scenario di frammentazione, emerge con urgenza la necessità di riscoprire cosa significhi davvero «insegnare con autorità». Non si tratta di invocare un ritorno a modelli disciplinari anacronistici o a una gerarchia fondata sulla paura, ma di comprendere che l’unico argine alla deriva nichilista del sapere è la capacità del maestro di farsi testimone. Oggi più che mai, l’autorità non nasce dal ruolo, ma dalla capacità di dimostrare che il sapere non è un oggetto inerte, ma una forza vitale capace di trasformare l’esistenza di chi lo incontra.
L’essenza profonda dell’insegnamento, dunque, non risiede nella trasmissione enciclopedica di contenuti, né nella sterile padronanza di tecniche didattiche di ultima generazione. Come ci suggeriscono le riflessioni più acute della pedagogia contemporanea e della psicoanalisi applicata all’educazione, insegnare con autorità significa, prima di tutto, abitare una soggettività capace di farsi testimonianza. Troppo spesso, nel dibattito pubblico sulla scuola, si confonde l’autorità con l’autoritarismo, o la competenza con l’accumulo di nozioni. Tuttavia, le riflessioni pedagogiche più profonde ci ricordano che la parola del maestro acquista forza solo quando contesta l’idea di un sapere separato dalla vita. Un magistero autentico non permette che la conoscenza diventi l’ombra spenta dell’esistenza, ma al contrario, si adopera affinché sapere e vita non corrano su binari paralleli destinati a non incontrarsi mai.
Sono anni che si parla di emergenza educativa, ma non si è voluto trovare le parole giuste per parlare alla mente e al cuore dei giovani. Solo disprezzo della cultura dell’accoglienza e dell’inclusione e, per non farsi mancare nulla, anche delegittimazione di tutto quanto ha reso fino a ieri credibile e aperto il mondo della scuola.
I giovani che riempiono la scuola, soprattutto nelle medie e nelle grandi città, costituiscono una realtà molto complessa, a volte inquietante e indecifrabile, anche a motivo della loro sempre più frastagliata composizione sociale e della loro diversa provenienza nazionale. A molti di loro la famiglia non ha avuto e non ha il coraggio di parlare di limitazione, di sacrificio, di rinuncia, di gradualità, di responsabilità e di altruismo. Il conflitto intergenerazionale, quando esplode, non viene affrontato ma, temendolo, viene spesso evitato. Non è considerato un fatto naturale del rapporto tra adulti e giovani, che bisogna saper gestire, ma una difficoltà, un ostacolo sul quale si tende a soprassedere. Spesso, nemmeno in condizioni disperate, quando serve al loro benessere e alla loro incolumità, si riesce a dire no e a formulare un divieto. Continua a leggere→
Che il nostro amico Peter si illuda e/o faccia danni in fondo lo sappiamo. Seguiamolo pertanto in una avventura scolastica, uno dei suoi continui tentativi di innovare qualcosa.
Mancava l’assassinio di uno studente a scuola e alla fine è arrivato anche questo. Finora si era parlato della violenza nei confronti degli insegnanti e del personale della scuola, fatta di insulti, minacce e aggressioni; del bullismo e della violenza fisica nei confronti degli alunni ritenuti deboli; dei furti e dei danneggiamenti alle strutture e agli arredi scolastici; degli episodi ripetuti di omofobia e di razzismo e, recentemente, degli elenchi delle ragazze da violentare.
Dopo questo drammatico e sconvolgente omicidio, accaduto nell’Istituto Professionale di La Spezia “Domenico Chiodo”, viene da chiedersi se le scuole siano diventate un inferno, anche perché da tempo scuola e parte del mondo giovanile non marciano nella stessa direzione. Soprattutto viene da chiedersi come si debba affrontare la grande questione dell’educazione dei giovani; una questione che rinvia a diversi centri di responsabilità, ma in modo particolare e innanzitutto ai genitori e alla scuola. Non è un problema semplice e facile da affrontare, perché la responsabilità educativa è declinata in modo diverso da quanti se ne dovrebbero fare carico e non sempre da costoro viene esercitata con la dovuta collaborazione.
La responsabilità educativa nei confronti dei giovani ricade su chiunque, per ruolo o per età, con loro abbia o sia tenuto ad avere delle relazioni, anche se diverse per gradi di obbligatorietà. Nessuno, infatti, può essere responsabile nei confronti dei giovani come sono tenuti ad esserlo i genitori. La responsabilità educativa dei genitori costituisce “l’archetipo di ogni responsabilità” (H. Jonas) e si comprende come sia difficile rimediare ai danni procurati quando questa, come sempre più spesso accade, non viene esercitata, perché ai giovani mancheranno la guida, il buon esempio, i consigli e la cura nello sviluppo delle proprie facoltà, nella costruzione di capacità di relazione, nella formazione del carattere, nella sollecitazione a sapere e a capire. Verrebbe a mancare una parte importante della preparazione alla vita in società. Continua a leggere→
Viviamo in un’epoca di paradossi anestetizzati. Siamo immersi in una democrazia procedurale che celebra il diritto all’espressione mentre, nei fatti, restringe ferocemente i confini del pensabile attraverso un ritorno a logiche di controllo che sanno di vecchio. Il mondo attuale, dominato dall’algoritmo e dalla velocità del consumo, ha barattato la profondità della riflessione con l’efficienza della performance. In questo scenario, il dissenso non serve più reprimerlo col manganello: basta renderlo irrilevante, annegarlo nel rumore bianco della rete o, peggio, sanzionarlo in nome di un ritrovato ordine muscolare. La libertà è diventata uno slogan pubblicitario, mentre la scuola — che dovrebbe essere il luogo dove s’impara a respirare — rischia di trasformarsi nel braccio operativo di un sistema che non vuole cittadini critici, ma utenti certificati, flessibili e, soprattutto, mansueti.
Johann Wolfgang von Goethe scriveva: “Sempre resistere alle forze contrarie, non piegarsi mai”. Non è il consiglio rassicurante di un vecchio saggio da appendere al muro della presidenza; è una postura, un modo di stare al mondo. È il richiamo alla tua dignità di essere umano che, mentre tutto ti spinge ad appiattirti, decide di puntare i piedi e farsi scoglio. Oggi, nella nostra scuola, applicare questa massima è un atto rivoluzionario, quasi sovversivo. Perché le “forze contrarie” hanno mutato pelle: non sono più solo i tetti che crollano o gli stipendi che offendono la nostra professionalità; oggi il nemico è un’ideologia strisciante che ha ridotto la cultura a una voce di bilancio e l’insegnamento a una pratica di sorveglianza e punizione. Continua a leggere→
L’aria che si respira nelle sale insegnanti e nei corridoi del Ministero, in questo inizio di 2026, è densa di una strana elettricità. Si parla di rivoluzioni, di “cambiamento epocale”, di una scuola che finalmente volta pagina. Eppure, grattando via la vernice fresca dei comunicati stampa e dei post sui social, la sensazione per chi la scuola la vive tra codici e dinamiche di classe è quella di un déjà-vu persistente. Tra il “dire” normativo e il “fare” pedagogico continua a scorrere un oceano di burocrazia che nessuna circolare sembra poter prosciugare. Mi rivolgo a voi con la franchezza di chi sa che la propaganda non ha mai pagato le bollette della didattica: quello a cui assistiamo è, purtroppo, molto rumore per nulla.
Diciamocelo chiaramente: la “Riforma Valditara” non esiste. Non nel senso che manchino i decreti – quelli abbondano e ingolfano le caselle email delle segreterie – ma nel senso che manca l’ossatura di una vera riforma organica. Osservo un assemblaggio di norme eterogenee che ricordano più un’operazione di restyling che una nuova architettura di sistema. Una riforma vera, come furono la Gentile o la Berlinguer (nel bene o nel male), sposta le fondamenta. Qui, invece, stiamo ridipingendo le pareti di un edificio che ha infiltrazioni strutturali mai risolte. Continua a leggere→
Gallino, già tempo fa scriveva che la crisi attuale, nel frattempo peggiorata, è collegata a 3 fattori:
La sconfitta della idea dell’eguaglianza (e della eguaglianza e del valore dei diritti e delle regole collegate aggiungerei).
La morte del pensiero critico (e la impossibilità di essere correttamente informati, causa la industria delle Fake, la strategia della distrazione – Choamsky- sempre attive (anche l’intervento in Venezuela ne è parte) che portano alla rinuncia, al disinteresse, alla astensione dal giudizio e dal “prendere posizione” che è base della democrazia. Compresa la astensione dal voto ed il giudizio: “sono tutti uguali, non ci posso fare niente”).
La vittoria della stupidità (alimentata dai social, dalla arroganza, dall’odio – Bauman, modernità liquida, assenza di valori solidi, anche se sbagliati – rifiuto della complessità e disprezzo della autorevolezza– La fine della conoscenza e della competenza, Nichols – Anche perché oggi la rete da parola a tutti – Eco – ed 1 vale 1.
Questo ha a che fare con la crisi della democrazia, la violazione dei diritti e delle regole, col bullismo internazionale e nazionale a tutti i livelli, che è sotto gli occhi di tutti. Con la minaccia di conflitti e assenza di regole comunemente accettate. Con il golpe strisciante in atto nel nostro paese, dove ad es. il 31% dei cittadini vedrebbe di buon occhio un regime fascista e dove si sta modificando radicalmente la Costituzione, per rimanere al potere controllando tutto. In un regime non più veramente democratico si disprezza e dileggia l’avversario e ci si sottrae al dibattito, anche in Parlamento.
Proporrei, in base a ricerche ed inchieste di riflettere su questi temi, urgenti, su come e perché si sviluppano nel nostro paese e poi nel mondo. In base a dati non ad opinioni.