Piano estate, non c’è nessuna valutazione degli alunni

di Marco Bollettino

Lo scorso 29 aprile, in contemporanea con la presentazione del Piano Estate del Ministero di Istruzione, tutte le Istituzioni Scolastiche hanno ricevuto una circolare, firmata dal Capo Dipartimento Stefano Versari, nel cui testo le parole “valutazione” e “valutare” ricorrevano ben sei volte.
“Ma come – si chiederanno in tanti – anche nelle lezioni estive gli alunni verranno bombardati con verifiche e interrogazioni?”
Fortunatamente no, ma è significativo che, quando si parla di valutazione, i più pensino subito ed irrimediabilmente al voto.
Parafrasando Boniperti verrebbe da dire che “il voto non è importante, è l’unica cosa che conta”.
Nel caso del Piano Estate il voto c’è ma è solo il punto di partenza, nemmeno il più importante, per la progettazione degli interventi.
Piuttosto, scrive Versari, dovremo «dialogare con i ragazzi, scartando modalità standardizzate o schematiche [perché] mai come in questo caso la personalizzazione dell’insegnamento è fondamentale e questa chiede di conoscerli».
Il dialogo continuo tra docente e discente e l’utilizzo continuo del feedback per modificare e migliorare la didattica è uno dei capisaldi della cosiddetta valutazione per l’apprendimento (assessment for learning).
La parola chiave è quel “per” che modifica totalmente il significato dalla valutazione tradizionale. Non si tratta più solo di verificare il possesso, o meno, di conoscenze e competenze ma anche (e piuttosto) di ricevere un feedback dagli studenti che ci consenta di migliorare la nostra didattica.
Spesso, imprigionati dalla burocrazia e alla ricerca costante del “congruo numero di verifiche” perdiamo comprensibilmente di vista questo importante aspetto della valutazione.
Liberati dalle catene del voto, è auspicabile che, almeno per le fasi I e III del Piano Estate riscopriremo le potenzialità di tutti gli altri aspetti del processo valutativo.




Didattica a distanza: tanti docenti fanno i salti mortali, ma c’è chi invoca il CCNL

arcobalenodi Marco Bollettino

Due cose mi fanno molto “male” delle polemiche sulla #didatticaadistanza.

La prima è che mentre la STRAGRANDE maggioranza dei docenti sta facendo i SALTI MORTALI per assicurare il diritto all’istruzione ai loro studenti, imparando ad usare, senza formazione pregressa, piattaforme mai viste fino al giorno prima, magari a pochi mesi dalla pensione, e comunque sempre lavorando molto più di prima perché le lezioni online non si improvvisano, bene, mentre accade tutto questo, l’immagine del docente che filtra all’esterno è quella dell’impiegato statale, col posto e lo stipendio assicurato, che vorrebbe starsene a casa in pace ma è importunato dal Ministero cattivo che lo costringe a lavorare.
NON è così. La stragrande maggioranza dei docenti sta affrontando la didattica a distanza con serietà, dedizione, impegno, empatia e grandissimo senso del dovere.


La seconda è che con questa polemica, fatta da una minoranza, certo, ma molto rumorosa, sul fatto che il contratto collettivo non contenga disposizioni sulla didattica a distanza e che quindi nulla sia dovuto, è veramente fuori dal mondo.

Ma abbiamo idea di cosa sia il mondo produttivo italiano, fuori dal perimetro della pubblica amministrazione?
Non ci rendiamo conto che, OGGI, noi stiamo a casa e lo stipendio lo prendiamo, INTERO. Che DOMANI, quando tutto sarà finito, il nostro posto sarà ancora lì.
Ma non funziona così per tutti!

Siamo consapevoli che in questi giorni, PER LEGGE, sono stati costretti a chiudere negozi, piccole attività, studi professionali, etc. che magari non hanno la forza di sopportare questa botta – e sarà una botta fortissima? Piccole/grandi attività che creano valore per il paese e reddito per le famiglie dei proprietari e dei loro dipendenti e che molto probabilmente saranno spazzate via dalla crisi del Coronavirus?

Ce ne accorgeremo, tra qualche mese, quando passeggiando vedremo le serrande chiuse e commenteremo: “eppure era tanto bello quel negozietto, chissà che fine ha fatto?”
E sapete cosa ha previsto lo Stato per queste persone?
600€, non per tutti, forse una tantum, più un breve RINVIO (non l’abolizione) di qualche adempimento fiscale.

Bene, mentre qualcuno sta a discutere se il CCNL disciplini o meno la “didattica a distanza” e se questa si possa attivare senza un confronto sindacale, mentre altri sottolineano che ci troviamo in un periodo di “sospensione delle attività didattiche” come a luglio e ad agosto, mentre accade tutto questo una buona parte dell’Italia produttiva rischia di MORIRE.

Pensiamoci.




A proposito dei dati Invalsi. Il solito allarme è giustificato del tutto?

di Marco Bollettino

Proponiamo questo interessante contributo di Marco Bollettino pubblicato nell’ultimo numero della rivista Scuola e Formazione edita da Cisl Scuola

Puntualmente, con la pubblicazione dei risultati dei test Invalsi 2019, si è scatenato il “temporale estivo” dei commenti, ospitati dai principali giornali italiani. Se, da una parte, è positivo che la scuola torni al centro del dibattito pubblico, dall’altro è spiacevole notare che, per alcuni autori, molto visibili e stimati, si è trattato più che altro di un pretesto per denunciare un supposto stato di profonda degenerazione della gioventù moderna, e ovviamente della scuola, iniziato molto tempo fa e aggravatosi nel tempo.
La tesi, sintetizzata facendo un mash up di tre diversi articoli è la seguente: «gli ultimi drammatici dati sulla ridotta capacità di leggere, scrivere e capire un testo, confermano una situazione nota da tempo,» (Augias) una «parabola involutiva che ha interessato gli ultimi 50 anni» (Ronchey) e «non erano necessari i risultati degli ultimi Invalsi per constatare lo stato di declino del livello di apprendimento dei nostri figli» (Recalcati).
La soluzione è presto detta: tornare al passato di una scuola che non c’è più o che, forse, non c’è mai stata; una scuola che seleziona impietosamente, che boccia e i cui insegnanti ricorrano prevalentemente allo strumento della lezione frontale, come si faceva una volta. Ma i dati ci descrivono veramente una situazione così drammatica? In realtà, no.

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Come diventare docenti senza superare un concorso

Pubblichiamo qui un contributo di Marco Bollettino, docente di scuola secondaria di secondo grado.
L’articolo è ripreso dal sito  Le Parole e le cose 

Quando eravamo studenti, quasi nessuno di noi voleva, poi, diventare un docente. Ma finita l’università, quando i colloqui in azienda scarseggiano e uno stipendio ogni mese comincia a far comodo, ecco che la prospettiva di passare dall’altra parte della barricata comincia a diventare appetibile.

Ma come si diventa insegnanti, in Italia?

 In rete trovate delle ottime guide su come diventare docenti che però, in sostanza, si limitano a dirvi che dovete partecipare e vincere un concorso ordinario. Dopotutto alla Pubblica Amministrazione si accede solo per concorso, come da Articolo 97 della Costituzione, giusto? Sbagliato.
L’articolo, infatti, continua con una preziosa frasetta, “salvo i casi stabiliti dalla legge”, che è un eufemismo per “sanatoria”. Questa guida non vi spiega come superare il concorso, ma come avere i requisiti per partecipare alla sanatoria che, puntualmente, arriverà subito dopo.

I concorsi, infatti, sono spesso selettivi e deludono le aspettative dei tanti aspiranti docenti che vi partecipano e non li superano. Questi ultimi, per una comoda cifra che può variare dai 150 ai 200 euro, trovano sempre un bel team di avvocati pronti a sostenere, davanti ai giudici del Tar, che la selezione non è valida perché non ha seguito i criteri di trasparenza, obiettività, ragionevolezza e chi più ne ha, più ne metta.

I loro assistiti, infatti, non sono riusciti a superare la prova non per demerito, ci mancherebbe, ma per negligenza di chi ha organizzato il concorso! Vanno reintegrati, la loro posizione va sanata, dopotutto sono docenti che insegnano da tanti anni e, seppure fermati al concorso, torneranno comunque a settembre in cattedra come supplenti, come precari. E il precariato nella scuola è un problema che va risolto!

Il Tar non sempre accoglie, ma la politica sì, perché gli insegnanti votano, fanno votare e sono tanti. Ma per rientrare nella sanatoria bisogna prima “diventare” insegnanti “precari” e cioè accumulare servizio.

Ma come si fa, se si parte da zero? Niente paura, vi guiderò passo, passo.

Tutti al nord! Poi si torna a casa, ma solo con la mobilità

Tranne qualche caso isolato, un neolaureato difficilmente riesce a lavorare come supplente in una regione del Sud e quindi, per farlo, è costretto a trasferirsi anche molto lontano da casa. Toglietevi dalla testa il mare e iniziate a immaginare una bella valle del Nord avvolta nella nebbia, perché quella diventerà la vostra casa per gli anni a seguire.

Ma non commettete il classico errore di partecipare al concorso-sanatoria vicino casa, se la regione è già satura. A casa non ci si torna con il concorso, ma solo dopo, con la mobilità.

Ogni anno più di 100 mila insegnanti chiedono il trasferimento, in gran parte da Nord a Sud. I posti a disposizione rimangono gli stessi, ma la loro allocazione geografica cambia. Poiché quando si determinano i posti da bandire si fanno i conti sui pensionamenti, ma senza poter sapere quali e quanti saranno i trasferimenti, quel che accade è che al Sud i posti messi a concorso sono spesso molti di più di quelli effettivamente a disposizione.

Se concorrete lì, rischiate di vincere il concorso ma finire in una graduatoria che, però, non scorrerà mai. Al Nord, invece, capita esattamente l’opposto e le graduatorie scorrono velocemente. Ascoltate un consiglio: prima ottenete il ruolo, poi pensate al trasferimento.

 Siamo tutti MAD!

Ma come iniziamo a fare supplenze? Una volta si sceglievano 20 scuole di una provincia e si chiedeva l’iscrizione nella terza fascia delle Graduatorie di Istituto, da cui venivano chiamati i docenti per le supplenze. Dall’approvazione della legge 107 non è più possibile farlo.
Chiusa una porta, si apre un portone. Se le graduatorie sono esaurite, infatti, le scuole possono individuare direttamente i supplenti, scegliendo tra quelli che hanno inviato loro una domanda di messa a disposizione, in gergo tecnico MAD (Nomen omen).
Il gioco diventa, quindi, individuare quali, tra le materie che la nostra laurea ci permette di insegnare, hanno le graduatorie esaurite e inviare in quelle scuole le vostre dichiarazioni di messa a disposizione.
E non preoccupatevi se tra le discipline che potete insegnare ce ne sono alcune di cui sapete poco e nulla. L’obiettivo non è insegnare ciò che si conosce bene, ma lavorare per almeno 180 giorni in un anno (quota minima per considerare l’anno come “intero” nelle graduatorie e nei concorsi) e accumulare punteggio. La conoscenza della materia è secondaria – potrete sempre prepararvi le lezioni di volta in volta – e tanto nessuno vi potrà mai cacciare perché non conoscete la disciplina che insegnate, o almeno non potrà farlo in tempo per la fine dell’anno scolastico.
Se poi temete di non essere in grado di selezionare chirurgicamente le scuole in cui presentare le vostre domande di messa a disposizione, potete sempre tentare il “metodo statistico” e inviare il curriculum a tutte le scuole della Repubblica. State sicuri che prima o poi squillerà il telefono e, dall’altro capo, ci sarà una segreteria didattica disperata perché non riesce a trovare un supplente.

Abilitarsi a tutti i costi

Bene, siamo riusciti a ottenere una supplenza, anche se in una provincia sperduta. A cosa ci serve l’abilitazione?
In teoria a poco e niente, visto che nel Decreto legislativo 59/2017, che aveva riformato le procedure di reclutamento dei nuovi docenti, non se ne faceva menzione. Ma, come spesso accade, in Italia è più importante quel che si fa attraverso le procedure straordinarie di quanto prescrivano quelle ordinarie.
E per accedere alle procedure straordinarie l’abilitazione è un requisito anche più importante del servizio. Tra il 2017 e il 2018, tutti quelli che erano provvisti di abilitazione all’insegnamento nella scuola secondaria, ottenuta tramite la procedura ordinaria (Tfa), la sanatoria (Pas) o con un corso all’estero (laddove il Miur l’ha riconosciuta) hanno potuto accedere a un concorso “semplificato”.
In pratica, se eravate in possesso dell’abilitazione, potevate andare all’orale, fare scena muta, ed essere comunque inseriti in una graduatoria di “merito” (!) che vi avrebbe dato il diritto a ottenere, prima o poi, la cattedra in ruolo. La stessa cosa si sta facendo, in questi mesi, per i ruoli della Scuola dell’Infanzia e della Scuola primaria.
Ogni procedura “straordinaria” viene sempre presentata come l’ultima, prima di partire con i rigorosi e puntuali concorsi ordinari. Ma, come per le sigarette di Zeno, ce n’è sempre una successiva e bisogna essere all’erta e arrivare pronti.
Prendere l’abilitazione è, quindi, imperativo tanto quanto accumulare servizio. Se è previsto un percorso, ordinario o straordinario, fatelo, se non c’è acquisitela all’estero, ad esempio in Spagna (occhio, però, a farlo solo con percorsi di cui il Miur riconoscerà la validità).
L’abilitazione vi dà anche un altro vantaggio. Infatti, gli insegnanti abilitati possono accedere alla seconda fascia delle Graduatorie di Istituto, passando davanti, quindi, a tutti quelli che sono ancora presenti in terza fascia o che hanno solo inviato una Mad.

Zeru tituli? No grazie

Tutte le sanatorie sono dei concorsi per titoli e servizio ed è, quindi, imperativo riuscire ad accumulare quanti più punti possibile anche nella sezione titoli, per non essere scavalcati. Se non avete un dottorato, una seconda laurea o una certificazione linguistica di livello almeno C1, per racimolare qualche punticino vi tocca ripiegare sui classici Master da 60 crediti a pagamento: ce ne sono un’infinità, non sono a buon mercato, ma non averli rischia di farvi scavalcare da chi li ha fatti.

Conclusioni

Questo pezzo, in realtà, più che essere una guida per l’aspirante docente che vuole entrare in ruolo (e vi assicuro che quel che ho scritto corrisponde alla realtà), vuole essere una piccola denuncia, rivolta a chi non è un addetto ai lavori, riguardo a come la Scuola italiana recluta una buona parte del suo personale docente.
Quante volte avete sentito parlare del problema del precariato nella Scuola? Tantissime, vero? E immagino che nell’immaginario collettivo il docente precario sia quello che lavora sempre nella stessa scuola, anno per anno, senza mai poter ottenere il ruolo perché la Pubblica Amministrazione non bandisce i concorsi.
Bene, questa descrizione è vera solo per una ristretta minoranza di persone. Sono tante di più quelle che lavorano come precari non per mancanza di concorsi ma perché non li hanno mai superati (o magari non li hanno mai nemmeno affrontati). Se ottengono, ogni anno, la cattedra è solo perché il meccanismo di assegnazione delle supplenze favorisce chi ha tanto servizio alle spalle.

Chi lavora da tempo continuerà a farlo e continuerà a chiedere una sanatoria.
E quante volte abbiamo assistito alle lamentele di docenti che si sono autodefiniti deportati, esiliati o immobilizzati? Lo sapete che i docenti deportati sono quelli che erano da anni in una graduatoria per il ruolo che non scorreva e hanno accettato volontariamente di trasferirsi altrove, pur di ottenere una cattedra in ruolo? E che i docenti esiliati/immobilizzati sono coloro i quali hanno vinto il concorso fuori regione e, visto che non riescono a tornare con la mobilità, pretenderebbero farlo per altre vie?
Ma se i posti non ci sono, come si fa? Si creano cattedre senza alunni, si spostano i bambini? Mistero.
Sono solo tre paginette, ma ci trovate tanti dei motivi per cui la Scuola italiana non funziona: la mancanza di programmazione dei percorsi ordinari di reclutamento, le immancabili sanatorie, i ricorsi, l’impossibilità di espellere da scuola i docenti che fanno danni, l’anzianità di servizio come principale fonte di diritti, il business delle abilitazioni all’estero e dei corsi di formazione che servono solo ad accumulare punti.

Va bene discutere di massimi sistemi, ma forse è meglio che tutti i portatori di interesse della scuola inizino ad interessarsi anche di quei meccanismi pratici che rischiano di minare alle fondamenta qualsiasi tentativo di riforma della scuola.

Potremo, in teoria, avere la scuola migliore del mondo, ma se reclutiamo gli insegnanti a suon di sanatorie non c’è da stupirsi se i risultati saranno pessimi.