C’era una volta l’inclusione

di Monica Piolanti

L’episodio di cronaca che vede un bambino di nove anni, con una diagnosi certificata di disturbo da deficit di attenzione e iperattività, finire al centro di un intervento dei carabinieri e di un provvedimento di allontanamento scolastico, non è che il sintomo acuto di una patologia sistemica ben più profonda. Non si può che leggere in questa vicenda il fallimento simultaneo di tre pilastri fondamentali della nostra convivenza civile: l’efficacia dell’amministrazione scolastica, la tenuta dei modelli educativi inclusivi e la corretta applicazione del diritto alla tutela del minore. Ci troviamo di fronte a una scuola che, messa alle strette dalla complessità, abdica al proprio ruolo di agenzia educativa per rifugiarsi in una logica di pubblica sicurezza.

L’evocazione delle forze dell’ordine per gestire l’intemperanza di un bambino di nove anni rappresenta una ferita simbolica quasi insanabile. La pedagogia dovrebbe essere l’arte della mediazione, lo spazio del “possibile” dove il conflitto viene trasformato in opportunità di apprendimento. Invece, l’ingresso dei carabinieri in un’aula di scuola primaria segna il confine invalicabile dell’impotenza adulta.

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L’errore di essere genitori

di Monica Piolanti

Il patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia non è mai stato così fragile, ma ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni trascende la semplice divergenza di opinioni: siamo di fronte a un vero e proprio scivolamento barbarico della critica. L’episodio della docente – professionista impeccabile e preparata – letteralmente “messa alla gogna” su una chat di WhatsApp per aver osato esercitare il proprio ruolo di guida attraverso una correzione, non è solo un atto di maleducazione digitale, è un autogol pedagogico di proporzioni catastrofiche. Ci troviamo dinanzi a un’inversione di ruoli che dovrebbe farci tremare: il genitore che si improvvisa revisore didattico senza averne i titoli, trasformando un’aula scolastica in un’arena da social network dove il linciaggio sostituisce il dialogo.

L’ossessione dei genitori di proteggere i figli da ogni forma di errore o frustrazione nasconde un’insicurezza profonda, una sorta di narcisismo riflesso. Intervenire con ferocia contro un segno rosso o un appunto metodologico significa, di fatto, impedire al bambino di sviluppare la resilienza necessaria per stare al mondo. Se il genitore si trasforma nel “sindacato” del figlio, il bambino smette di essere uno studente che impara dai propri sbagli e diventa un cliente intoccabile di un servizio che non può permettersi di contrariarlo. Continua a leggere

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Insegnare con autorità vuol dire anche che il maestro deve tornare ad essere un testimone

di Monica Piolanti

In un’epoca dominata dall’ossessione per la misurazione delle competenze e dalla digitalizzazione spinta dei processi di apprendimento, la scuola sembra aver smarrito il cuore pulsante della sua missione. Siamo immersi in una narrazione educativa che privilegia l’efficienza algoritmica, dove il docente viene spesso ridotto a un facilitatore di flussi informativi o a un burocrate della valutazione. Eppure, il disagio che attraversa le nostre aule – dai fenomeni di ritiro sociale degli studenti alla crisi di prestigio della professione docente – ci urla che l’accumulo di nozioni non basta più a sostenere il senso del restare a scuola. In questo scenario di frammentazione, emerge con urgenza la necessità di riscoprire cosa significhi davvero «insegnare con autorità». Non si tratta di invocare un ritorno a modelli disciplinari anacronistici o a una gerarchia fondata sulla paura, ma di comprendere che l’unico argine alla deriva nichilista del sapere è la capacità del maestro di farsi testimone. Oggi più che mai, l’autorità non nasce dal ruolo, ma dalla capacità di dimostrare che il sapere non è un oggetto inerte, ma una forza vitale capace di trasformare l’esistenza di chi lo incontra.

L’essenza profonda dell’insegnamento, dunque, non risiede nella trasmissione enciclopedica di contenuti, né nella sterile padronanza di tecniche didattiche di ultima generazione. Come ci suggeriscono le riflessioni più acute della pedagogia contemporanea e della psicoanalisi applicata all’educazione, insegnare con autorità significa, prima di tutto, abitare una soggettività capace di farsi testimonianza. Troppo spesso, nel dibattito pubblico sulla scuola, si confonde l’autorità con l’autoritarismo, o la competenza con l’accumulo di nozioni. Tuttavia, le riflessioni pedagogiche più profonde ci ricordano che la parola del maestro acquista forza solo quando contesta l’idea di un sapere separato dalla vita. Un magistero autentico non permette che la conoscenza diventi l’ombra spenta dell’esistenza, ma al contrario, si adopera affinché sapere e vita non corrano su binari paralleli destinati a non incontrarsi mai.

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L’algoritmo non ci farà innamorare (o forse sì)

di Monica Piolanti

Cari colleghi, sediamoci un attimo idealmente tra i banchi, magari proprio in quegli ultimi posti dove il Wi-Fi prende meglio e lo sguardo dei nostri ragazzi si perde dentro uno schermo retroilluminato. Dobbiamo parlarci con franchezza, perché mentre noi ci affanniamo a spiegare ancora il valore immortale del “Passero solitario”, cercando di far vibrare le corde della sensibilità leopardiana, fuori – e dentro – le loro tasche sta avvenendo una mutazione antropologica silenziosa e spietata. È una rivoluzione che non possiamo più permetterci di ignorare o, peggio, di snobbare con la solita sufficienza nostalgica di chi crede che “ai nostri tempi fosse meglio”. Il problema non è il tempo che passa, ma lo spazio che si restringe: quello dell’anima.

Avete mai sentito parlare dell’“Abele digitale”? È un concetto che scuote le fondamenta della nostra pedagogia. È quella parte di noi, e dei nostri studenti, che rischia di surclassare definitivamente il “Caino reale”. Siamo di fronte a un processo in cui l’algoritmo non è più uno strumento, ma un sovrano assoluto che ha deciso di sostituirsi al destino, al caso e, purtroppo, alla necessaria fatica del corteggiamento. Leggendo le analisi di Yuval Noah Harari e incrociandole con i dati inquietanti emersi dagli studi Kaspersky su un campione di diciottomila persone in ventisette paesi, emerge un quadro che dovrebbe far tremare i polsi a ogni educatore: il 43% degli utenti delle app di dating dichiara di voler incontrare solo persone suggerite dall’algoritmo. Continua a leggere

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Accettare la diversità: “C’era una volta mia madre”

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Monica Piolanti

In un’epoca in cui i termini “inclusione” e “diversità” dominano l’agenda sociale e politica, e si moltiplicano le iniziative per abbattere ogni forma di barriera, l’attenzione si concentra spesso sulle istituzioni: la scuola, il lavoro, gli spazi pubblici. Eppure, il primo e più cruciale campo di battaglia per l’accettazione della diversità è sempre rimasto quello più intimo e complesso: la famiglia.
È proprio in questa dinamica essenziale che si inserisce l’analisi di “C’era una volta mia madre”, il film di Ken Scott tratto dal romanzo autobiografico di Roland Perez. Al di là della storia personale, che celebra la figura eccentrica e inarrestabile di Esther, madre del protagonista, l’opera solleva questioni di impatto universale, prime fra tutte il tema della diversità e della disabilità infantile e l’ardua accettazione da parte del genitore.

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Violenza giovanile: il limite è la parola

di Monica Piolanti

L’attualità ci presenta uno scenario sociale in cui gli atti di violenza giovanile non sono più incidenti isolati, ma manifestazioni di un disagio profondo e diffuso. Assistiamo a un fenomeno che trascende la semplice devianza o la contestazione, configurandosi piuttosto come l’affermazione di un codice brutale in cui il potere sul più debole e il successo effimero e immediato fungono da uniche, per quanto misere, ideologie. La cronaca, spesso amplificata dal palcoscenico dei media digitali, espone la fragilità di una generazione che, priva di punti di riferimento stabili, si aggrappa alla pulsione non mediata come surrogato di un ideale.

La radice di questa esplosione della violenza non è da ricercare in un eccesso di rigore normativo, ma, al contrario, in un vuoto lasciato dall’erosione delle figure simboliche di contenimento. Quando la società intera, e in parte il mondo adulto, sembra convalidare l’idea che ogni desiderio debba essere soddisfatto immediatamente e senza conseguenze, si disattiva il meccanismo cruciale che trasforma la forza grezza in desiderio civilizzato. I raggruppamenti giovanili, spesso definiti con termini che richiamano la criminalità organizzata, nascono in questo contesto di “tutto è permesso”, dove la coesione del gruppo si fonda sulla condivisione di una prassi autodistruttiva e violenta, e non su un progetto ideale costruttivo. Il motore di questa condotta non è lottare “contro” un sistema, ma agire al di fuori di ogni sistema di regole, nell’illusione di una onnipotenza effimera.

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Genitori a scuola, Galli Della Loggia propone un’analisi superficiale che alimenta il qualunquismo

di Monica Piolanti

La posizione del Professor Ernesto Galli della Loggia, così come articolata nell’intervista sul ruolo dei genitori a scuola, rilasciata alla Tecnica dellla Scuola, non può che suscitare profonda perplessità in chiunque abbia una conoscenza anche superficiale della pedagogia moderna e delle dinamiche sociali contemporanee.

Affermare con tanta perentorietà che i genitori debbano essere “via dalla scuola” e che la loro presenza sia un “termine contraddittorio” rispetto all’insegnamento è un’affermazione non solo anacronistica, ma che rivela una pericolosa incomprensione della funzione educativa complessa che la scuola è chiamata ad assolvere nel XXI secolo. Ma come si fa a sentire certe cose, quando l’evidenza empirica e normativa punta nella direzione opposta?

In primo luogo, è necessario smantellare la sua tesi centrale: che l’unico interesse dei genitori sia la “promozione dei figli” e che, per questo, essi interferiscano con l’autorità didattica. Questo è un riduzionismo sociologico e psicologico inaccettabile. La maggior parte dei genitori impegnati non desidera un voto regalato, ma un percorso formativo trasparente e di qualità che garantisca al proprio figlio gli strumenti per affrontare la vita. La preoccupazione per il successo scolastico non è una mera caccia al diploma, ma un riflesso della cura parentale per il futuro e per le opportunità del figlio in una società sempre più competitiva. La paura o l’ansia che talvolta sfociano in comportamenti iper-protettivi o inappropriati non sono la causa del fallimento della scuola, ma un sintomo di una fragilità del patto educativo e di una comunicazione istituzionale carente. Laddove la scuola è autorevole, trasparente nei criteri e proattiva nel dialogo, lo spazio per l’invadenza irrazionale si riduce drasticamente. Continua a leggere

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Il libro “Cuore”: perché non usarlo per “lezioni” di educazione civica?

di Monica Piolanti

Il sistema educativo italiano si confronta oggi con sfide inedite, caratterizzate da una crescente frammentazione sociale, una iper digitalizzazione che talvolta depotenzia la comunicazione interpersonale profonda e la necessità impellente di rifondare le basi dell’educazione civica come prassi esistenziale e sensibilità etica. In questo contesto, l’accelerazione dei processi culturali e la tendenza a privilegiare skill puramente tecnico-strumentali rischiano di sacrificare la dimensione formativa legata ai valori condivisi e all’identità nazionale intesa nel senso più lato di coesione civica.

L’emergenza di una diffusa anomia valoriale, spesso manifestata nel bullismo o in atteggiamenti di indifferenza verso la cosa pubblica, pone dirigenti, docenti e famiglie di fronte all’esigenza di riscoprire architravi pedagogici in grado di veicolare i principi fondamentali di solidarietà, rispetto e patriottismo civile.

La disattenzione verso le radici storico-letterarie della pedagogia italiana è un vulnus che merita una riflessione critica.
Per esempio, l’introduzione dell’Educazione Civica come disciplina trasversale (ai sensi della Legge 92/2019 nonché del Decreto Ministeriale n. 183 del 7 settembre 2024 che adotta le Nuove Linee guida per l’insegnamento trasversale dell’Educazione civica, in vigore dall’anno scolastico 2024/’25) ha evidenziato la necessità di materiali e approcci che sappiano toccare la sfera emotiva degli studenti, superando l’astrattezza delle norme, ma i “curricula” faticano ancora a integrare opere letterarie che abbiano storicamente assolto a questa funzione di collante socio-culturale.

I dati sulla dispersione scolastica, suggeriscono una crisi di senso che non può essere affrontata solo con riforme strutturali, ma richiede una ricostruzione identitaria a partire dai testi fondativi che hanno plasmato l’immaginario collettivo delle generazioni precedenti, ancorandoli al presente con una rinnovata metodologia didattica Continua a leggere

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Dalla tirannia del voto ad una democratizzazione del processo valutativo

di Monica Piolanti

Il dibattito sulla valutazione scolastica si colloca oggi in una fase di acuta e ineludibile crisi valutativa, un crocevia critico tra le istanze di trasparenza e rendicontazione della società e le necessità intrinseche di un apprendimento autenticamente significativo. Nell’attuale paradigma educativo, ossessionato dalla prestazione misurabile e da ranking internazionali, il voto numerico non è semplicemente uno strumento burocratico, ma è assurto a una vera e propria istituzione sociale che riflette e amplifica le pressioni esterne sul sistema.

L’attualità ci impone di superare la dicotomia sterile tra valutare e misurare, riscoprendo il profondo afflato etico che dovrebbe permeare ogni atto valutativo. La scuola, in un’epoca di rapidi mutamenti sociali e tecnologici, non può permettersi il lusso di perpetuare pratiche che compromettono il benessere emotivo e la genuina curiosità intellettuale degli studenti. L’analisi rigorosa dell’impatto dei voti rivela una serie di effetti iatrogeni non trascurabili, veri e propri pericoli che minano l’ecosistema educativo.

In primo luogo, l’enfasi esclusiva sul voto promuove in modo pervasivo la motivazione estrinseca, spostando il focus dall’amore intrinseco per il sapere al conseguimento del risultato numerico. Lo studente non si chiede più cosa ha appreso, ma quanto vale il suo apprendimento in una scala decimale o letterale, riducendo la complessità del processo cognitivo a un’unica e sintetica etichetta.

Questo determina un apprendimento superficiale e strategico, spesso limitato alla memorizzazione a breve termine e funzionale alla verifica, a discapito dello sviluppo di competenze metacognitive e di transfer duraturo. Il voto, inoltre, ha un impatto profondo sulla percezione di sé dello studente, innescando meccanismi di ansia da risultato e paura del fallimento che possono sfociare in fenomeni di burnout precoce e auto-sabotaggio. L’utilizzo di un numero singolo, spesso percepito come oggettivo e definitivo, ignora la multidimensionalità dell’intelligenza e l’unicità del percorso di crescita, contribuendo a un sistema di etichettamento che rischia di tradursi in una profezia che si autoavvera. Continua a leggere

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Integrazione sociale in classe: dalla osservazione alla pratica

di Monica Piolanti

Dalle osservazioni che ho svolto in classe come pedagogista ho dedotto la necessità di operare per attivare un percorso di integrazione sociale, avviato dalle insegnanti, ma non perseguito con la necessaria sistematicità. Non basta infatti dire ad Andrea quando disturba di tornare al posto o di fare silenzio, ma occorre programmare un percorso di ascolto dell’altro, che si ottiene lavorando insieme agli altri con strumenti adeguati. Il comportamento disturbante di Andrea, che si alza dal banco, parla ed interviene in modo non pertinente, rappresenta sicuramente un elemento problematico, ma lo è altrettanto il fatto che la classe non rispetti le basilari regole di comunicazione come: alzare la mano quando si interviene, aspettare che un compagno finisca di parlare, ascoltare, intervenire in modo pertinente.

Inoltre, tutta la classe percepisce i momenti di riflessione e di discussione come situazione di disagio e di forte impatto emotivo, ragione per cui la maggior parte degli alunni non partecipa alle discussioni, risponde in maniera non pertinente o, come è emerso dalle osservazioni, risponde a bassa voce avvicinandosi alla cattedra della maestra. Tale atteggiamento non aiuta a creare un clima di partecipazione e di aiuto reciproco tra compagni che dimostrano di avere paura del giudizio degli altri. Il rumore sempre piuttosto forte che si sente in aula, provoca disagio a tutta la classe.

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