di Monica Piolanti
In un’epoca segnata da un’accelerazione tecnologica senza precedenti, l’umanità si trova a varcare una soglia che non è solo tecnica, ma profondamente ontologica. L’intelligenza artificiale non è più una promessa del futuro o un confinato strumento di calcolo; è diventata il tessuto connettivo della nostra quotidianità, un’architettura invisibile che modella i nostri desideri, orienta le nostre scelte e ridefinisce i confini della nostra identità. La cronaca recente, dominata dallo sviluppo vertiginoso di modelli generativi capaci di sostituire l’uomo in compiti intellettuali complessi, ci pone dinanzi a un interrogativo ineludibile: cosa resta dell’umano quando la macchina imita perfettamente la sua capacità logica e creativa? Se un algoritmo può scrivere una poesia o diagnosticare una malattia, dove risiede oggi il valore insostituibile della nostra presenza nel mondo? La risposta a questa sfida non può risiedere in una chiusura nostalgica né in un entusiasmo acritico, ma richiede la fondazione di una «Nuova paideia». Si avverte l’urgenza di un progetto educativo che non si limiti a fornire competenze digitali — ormai rapidamente deperibili — ma che si radichi in una dimensione che nessuna stringa di codice potrà mai colonizzare: l’interiorità. È qui, nel nucleo silenzioso del sé, che si gioca la partita per la libertà e la dignità dell’essere umano nel XXI secolo. Continua a leggere
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