Valutazione formativa: serve solo alla primaria?

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di Raimondo Giunta

 

 

 

LA VALUTAZIONE COME AIUTO

La valutazione che per legge diventa formativa nella scuola primaria è ancora un’illustre sconosciuta nella secondaria di secondo grado, dove sarebbe una vera rivoluzione, un cambiamento di paradigma se cominciasse ad essere praticata con coerenza e continuità.
E’ in riferimento a questa prevalente situazione che si intende parlarne.

La valutazione formativa non ha come oggetto diretto il profitto scolastico, ma la relazione pedagogica del processo formativo, che viene valutata per poterla migliorare in modo che l’alunno sia aiutato a identificare, a superare le sue difficoltà e a progredire.
”La valutazione formativa mira a consentire all’alunno di sapere perchè è riuscito in un caso e non in un altro. (. . . . . ) L’obiettivo di questo tipo di valutazione è in effetti di confrontare l’alunno con se stesso e di aiutarlo a compensare le difficoltà identificate da lui e per lui”(De Peretti).
E’ la volontà di favorire e sostenere gli apprendimenti degli alunni a caratterizzare la valutazione formativa. Lo scopo della valutazione formativa è quello di aiutare ciascuno alunno ad apprendere e non quello di rendere conto agli altri del suo rendimento.
La valutazione formativa è essenzialmente un’operazione di natura pedagogica; le funzioni annesse sono, secondo Ch.  Hadji, quelle di: rassicurazione (sostenere la fiducia in sè dell’alunno); assistenza (fornire dei riferimenti, dare dei punti d’appoggio per progredire); feed-back (dare al più presto possibile un’informazione utile sulle tappe raggiunte e sulle difficoltà incontrate); dialogo (nutrire un vero dialogo insegnante-alunno, fondandolo su dati precisi).
La valutazione formativa è una valutazione del durante e non del dopo; ha la funzione di migliorare, orientare e controllare il processo di apprendimento, il comportamento dell’alunno e dell’insegnante nella prospettiva della padronanza degli obiettivi di apprendimento.
Ha un’intenzione di aiuto individualizzato, ma anche di specchio per il docente. Il successo dell’apprendimento è un risultato che si deve alle procedure di correzione e di aggiustamento continuo del processo di formazione, nei casi in cui si riscontrano delle difficoltà. La valutazione formativa è pensata come contributo alla regolazione degli apprendimenti e come contributo alla regolazione dell’insegnamento. Si fonda sulla confidenza e non sulle minacce, sulla cooperazione tra docenti e alunni.
”La regolazione non è un momento specifico dell’azione pedagogica, ma una sua componente permanente”(Ph. Perrenoud).
La regolazione messa in atto dall’insegnante ha un senso se ispira e sostiene la regolazione del processo di apprendimento che deve mettere in atto l’alunno.

OSSERVAZIONE O VALUTAZIONE FORMATIVA?

A Perrenoud, però, il concetto di valutazione formativa non garba parecchio; a suo parere per avere un’educazione su misura è meglio parlare di osservazione formativa: “L’osservazione formativa è un affare tra insegnante e alunno. E’ una dimensione del rapporto educativo, la cui forma e intensità variano in funzione delle difficoltà e dei bisogni. (. . . ) E’ meglio parlare di osservazione formativa piuttosto che di valutazione, considerato come questo termine sia associato alla misura, alle classificazioni, alle pagelle. (. . . ) Osservare è costruire una rappresentazione realistica degli apprendimenti, delle loro condizioni, delle loro modalità, dei loro meccanismi, dei loro risultati”.

Che cosa si dovrebbe osservare nelle attività di apprendimento degli alunni?
Interesse e partecipazione, pertinenza degli interventi; persistenza di automatismi impropri; modalità di esecuzione dei compiti; grado di autonomia e spirito di collaborazione; difficoltà a trasferire; originalità; capacità di analisi e riflessiva etc.
L’elenco dei comportamenti da osservare è ancora più vasto e perfettibile e a seguirlo si renderebbe impossibile questa operazione; è alquanto ragionevole, pertanto,  praticare l’osservazione in modo pragmatico sulla scorta delle esperienze fatte e delle necessità che emergono in un preciso momento dell’attività di formazione.
Se l’osservazione formativa deve avere una qualche efficacia  è opportuno disporre di procedure snelle di lavoro.

Sarà proprio così? L’osservazione non è una semplice registrazione, ma una raccolta guidata e consapevole di dati, che va orientata secondo schemi, concetti e ipotesi precisi; non ci sono dati nudi e puri. L’osservazione formativa essendo orientata da specifiche intenzioni, non può non preludere alla formulazione di un giudizio.
”L’osservatore costruisce l’oggetto della sua percezione analizzandolo nello stesso tempo in cui lo registra. Il valutatore non avendo come scopo semplicemente di vedere, ma di pronunciarsi su ciò che vede, tesserà con le sue parole una tela che articola dati osservabili e idee, rappresentazioni, progetti, intenzioni etc per fare nascere del senso”(Ch. Hadji).
L’osservazione non copre l’intero campo della valutazione formativa, anche se ne è la base più significativa e imprescindibile.

IL RUOLO DELL’ALUNNO

La valutazione formativa è un modello affascinante, ma richiede impegno e rigore per metterla in atto. Uno dei suoi principi costitutivi è che possa svilupparsi solo con procedure in cui l’alunno deve partecipare e dare il suo contributo. Il risultato di maggiore pregio che si deve conseguire con la valutazione formativa è la capacità di autovalutazione dell’alunno. Se l’apprendimento è per tutta la vita, è fondamentale imparare a sapere gestire il proprio rapporto al sapere sia in un contesto scolastico-formale, sia nell’ambiente sociale più informale: per sapere valutare le proprie forze e i propri punti deboli, per decidere le scelte delle tappe successive a quelle raggiunte.
L’autovalutazione è una pratica di valutazione, ma è anche un’attività di apprendimento.
E’ apprendimento a sapere agire, a sapere guidare meglio le proprie strategie d’azione e renderle più efficaci. L’autovalutazione “è una maniera di incoraggiare gli alunni a riflettere su ciò che hanno appreso, a cercare i metodi per migliorare il proprio rendimento e a pianificare ciò che permetterà loro di progredire e di raggiungere i propri obiettivi. In quanto tale essa comprende competenze in termini di gestione del tempo, di negoziazione, di comunicazione con gli insegnanti e con i pari, d’autodisciplina e un di più di riflessività, di spirito critico e di valutazione”(P. Broadfoot).
L’autovalutazione è il contributo più cospicuo che l’alunno può dare alla valutazione formativa, ma non può assorbire il contributo che spetta all’insegnante.

Per praticare l’autovalutazione è necessaria la trasparenza dei criteri di valutazione: solo avendo una visione globale del compito da svolgere e degli obiettivi ad esso connessi e da realizzare gli alunni possono sviluppare le competenze metacognitive indispensabili per gestire e padroneggiare tale compito.

VALUTAZIONE FORMATIVA E DIFFERENZIAZIONE

La valutazione formativa è funzionale alla differenziazione dell’insegnamento per un’educazione su misura ed è naturale e necessario che si eserciti soprattutto con gli alunni in difficoltà, essendole connaturale non ricorrere a procedure uniformi e standardizzabili.  La valutazione formativa è comprensibile dentro una scelta di individualizzazione dell’insegnamento e di differenziazione degli interventi. Differenziare significa mettere in atto procedure di trattamento delle difficoltà allo scopo di facilitare il raggiungimento degli obiettivi dell’insegnamento; differenziare significa privilegiare l’alunno, i suoi bisogni e le sue possibilità; differenziare è avere cura della persona; differenziare è tenere presente gli stili cognitivi degli alunni per valorizzarne gli approcci a loro consueti. Nella pratica della valutazione formativa trova una soluzione pedagogica ragionevole la gestione degli errori.
Ben compreso e interpretato l’errore può diventare un’opportunità per la regolazione del processo di formazione, perchè dà informazioni sul grado di padronanza raggiunto da un alunno e sulle difficoltà che incontra nel processo di apprendimento

La valutazione formativa per essere efficace non può essere un esercizio individuale di qualche isolato insegnante, nè essere praticata solo per un tratto di tempo. Richiede continuità e collegialità. Andare verso la valutazione formativa significa rinunciare a fare della selezione il nodo permanente del rapporto pedagogico. La valutazione formativa non ha una vocazione selettiva e in qualche modo suggerisce di sostituire una relazione potenzialmente conflittuale con una fondata sulla cooperazione. E’ l’uso che si fa delle informazioni raccolte sulle attività dell’alunno a rendere formativa la valutazione.
”Ciò che è formativo è la decisione di mettere la valutazione al servizio della crescita dell’alunno e di ricercare tutti i mezzi suscettibili per agire in questo senso”(Ch. Hadji)

VALUTAZIONE FORMATIVA VERSUS VALUTAZIONE SOMMATIVA?

Valutazione sommativa e valutazione formativa vanno distinte, ma non contrapposte, anche perchè prima o poi viene posto il problema se e come possano essere utilizzati i dati raccolti nell’esercizio della valutazione formativa ai fini di un giudizio complessivo del rendimento scolastico di un alunno. Operazione che si fa abitualmente a fine anno di corso o a chiusura di un curriculum scolastico un po’ dappertutto, per tutti gli alunni, anche se con valenze pubblico-sociali diverse da nazione a nazione e anche quando non si procede ad alcuna forma di selezione. La difficoltà a far confluire i dati della valutazione formativa in quella sommativa deriva dal fatto che la prima ha come esigenza fondamentale quella di far progredire un alunno, mentre l’altra ha l’esigenza di classificarlo e di situarlo tra altri alunni.

Nascendo da intenzioni diverse e raccolti con metodologie proprie, che sono quelle dell’osservazione, i dati della valutazione formativa non possono essere utilizzati facilmente per farli pesare aritmeticamente nella valutazione sommativa. L’approccio di questo tipo di valutazione è sostanzialmente qualitativo e i suoi risultati non si possono tradurre facilmente in dati numerici, tali da permettere o la media o la somma dei punti.
Perrenoud suggerisce di tentare un’armonizzazione senza calcoli specifici e precisi, basata sull’esperienza. Altrimenti si corre il rischio di un disimpegno da parte degli alunni a partecipare ad un’attività che non conterebbe nulla ai fini dalla valutazione finale, alla quale si dà ancora un grande valore. La valutazione formativa è un’innovazione di costume e non sempre incontra i favori degli alunni e delle famiglie, abituati e spinti dall’utilitarismo di moda e di massa a considerare più il valore formale e pubblico del voto ai fini della carriera scolastica, che non il possesso reale di una competenza, di un sapere.

“La valutazione formativa è ancora allo stadio dell’utopia, certamente importante, ma utopico”(Ch. Hadji).

Merita di essere considerata un ideale perché ”si mette deliberatamente al servizio di un fine che le dà senso, divenendo un momento determinante dell’azione pedagogica; essa si propone sia di contribuire ad una evoluzione dell’alunno, sia di dire lo stato attuale della cosa.” (Ch. Hadji).
I modelli ideali, però, fanno fatica a diventare operativi senza studio e impegno. . .  L’armonizzazione della valutazione formativa e della valutazione sommativa rimane, pertanto, un’impresa artigianale, tendenzialmente intuitiva. Forse solo col portfolio si può tentare l’impresa, se viene esplicitamente costruito per rendere conto del progresso nella padronanza di un sapere. Nella valutazione formativa prevale, tuttavia, la prospettiva della regolazione e dell’aiuto; nella valutazione sommativa il riconoscimento sociale degli apprendimenti, le esigenze di attestazione e di certificazione.