Per capire la Sicilia, prima e dopo Niscemi

di Raimondo Giunta

Mafia, separatismo e autonomia nella Sicilia del secondo dopoguerra

Oggi, forse perché da tante speranze e da tanti progetti del passato si misura la distanza e se ne constata il fallimento, ci si può avvicinare con maggiore serenità a temi come mafia, separatismo e autonomia, sgombrando, nei limiti del possibile, il terreno da miti e pregiudizi. Sono argomenti che possono essere trattati singolarmente, ma solo considerandoli insieme si può avere una visione d’insieme e comprendere gli intrecci che li hanno legati. È opportuno prendere in esame gli anni che vanno dal 1943 al 1947, periodo in cui mafia, separatismo e autonomia si incontrano e si scontrano. Sono anni in cui emergono nuovi protagonisti, movimenti e progetti politici, e si verificano fatti destinati a condizionare la storia siciliana fino ai nostri giorni. Eventi che non nascono dal nulla e che richiedono uno sguardo retrospettivo per essere compresi.

Il 1943 fu un anno di svolta nella guerra contro il nazifascismo: sbarco degli Alleati in Sicilia, vittoria sovietica a Stalingrado, sconfitta dell’Armir sul Don, caduta di Mussolini. Nel caos seguito al crollo del regime, e in presenza delle truppe alleate, ricompaiono i partiti sciolti durante il ventennio fascista; riemerge la mafia, che si diceva debellata; riappare l’autonomismo, mai del tutto dimenticato da una parte della classe dirigente siciliana, ma che in quel momento assume anche la forma del separatismo.

Nel corso dell’Ottocento la Sicilia si era configurata come terra tendenzialmente eversiva rispetto agli assetti politico-istituzionali esistenti. Le cause di questa insofferenza vanno ricercate nella condizione economico-sociale del mondo contadino, nell’avversione di parte della classe dirigente verso il governo centrale e nella presenza della mafia. Dopo l’Unità d’Italia, l’isola non vide realizzarsi significativi progressi sul piano della giustizia sociale; la creazione del mercato nazionale e l’abolizione del sistema protezionistico indebolirono il sistema produttivo siciliano, mentre l’aumento della pressione fiscale gravò soprattutto sui ceti popolari. Continua a leggere

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Le lacrime di coccodrilo di chi disprezza la cultura dell’inclusione

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Raimondo Giunta

Sono anni che si parla di emergenza educativa, ma non si è voluto trovare le parole giuste per parlare alla mente e al cuore dei giovani. Solo disprezzo della cultura dell’accoglienza e dell’inclusione e, per non farsi mancare nulla, anche delegittimazione di tutto quanto ha reso fino a ieri credibile e aperto il mondo della scuola.

I giovani che riempiono la scuola, soprattutto nelle medie e nelle grandi città, costituiscono una realtà molto complessa, a volte inquietante e indecifrabile, anche a motivo della loro sempre più frastagliata composizione sociale e della loro diversa provenienza nazionale. A molti di loro la famiglia non ha avuto e non ha il coraggio di parlare di limitazione, di sacrificio, di rinuncia, di gradualità, di responsabilità e di altruismo. Il conflitto intergenerazionale, quando esplode, non viene affrontato ma, temendolo, viene spesso evitato. Non è considerato un fatto naturale del rapporto tra adulti e giovani, che bisogna saper gestire, ma una difficoltà, un ostacolo sul quale si tende a soprassedere. Spesso, nemmeno in condizioni disperate, quando serve al loro benessere e alla loro incolumità, si riesce a dire no e a formulare un divieto.
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Violenza a scuola, ormai è una escalation continua

di Raimondo Giunta

Mancava l’assassinio di uno studente a scuola e alla fine è arrivato anche questo. Finora si era parlato della violenza nei confronti degli insegnanti e del personale della scuola, fatta di insulti, minacce e aggressioni; del bullismo e della violenza fisica nei confronti degli alunni ritenuti deboli; dei furti e dei danneggiamenti alle strutture e agli arredi scolastici; degli episodi ripetuti di omofobia e di razzismo e, recentemente, degli elenchi delle ragazze da violentare.

Dopo questo drammatico e sconvolgente omicidio, accaduto nell’Istituto Professionale di La Spezia “Domenico Chiodo”, viene da chiedersi se le scuole siano diventate un inferno, anche perché da tempo scuola e parte del mondo giovanile non marciano nella stessa direzione. Soprattutto viene da chiedersi come si debba affrontare la grande questione dell’educazione dei giovani; una questione che rinvia a diversi centri di responsabilità, ma in modo particolare e innanzitutto ai genitori e alla scuola. Non è un problema semplice e facile da affrontare, perché la responsabilità educativa è declinata in modo diverso da quanti se ne dovrebbero fare carico e non sempre da costoro viene esercitata con la dovuta collaborazione.

La responsabilità educativa nei confronti dei giovani ricade su chiunque, per ruolo o per età, con loro abbia o sia tenuto ad avere delle relazioni, anche se diverse per gradi di obbligatorietà. Nessuno, infatti, può essere responsabile nei confronti dei giovani come sono tenuti ad esserlo i genitori. La responsabilità educativa dei genitori costituisce “l’archetipo di ogni responsabilità” (H. Jonas) e si comprende come sia difficile rimediare ai danni procurati quando questa, come sempre più spesso accade, non viene esercitata, perché ai giovani mancheranno la guida, il buon esempio, i consigli e la cura nello sviluppo delle proprie facoltà, nella costruzione di capacità di relazione, nella formazione del carattere, nella sollecitazione a sapere e a capire. Verrebbe a mancare una parte importante della preparazione alla vita in società. Continua a leggere

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Contrastare la violenza di chi è al potere è ancora possibile?

di Raimondo Giunta

Gli storici antichi narrano senza battere ciglio vicende di inaudita crudeltà, che hanno avuto come protagonisti, indistintamente o quasi, tutti gli uomini che avevano nelle loro mani le sorti di città e di popoli; sotto questo aspetto i fatti raccontati nella Bibbia e quelli raccontati dai grandi storici dell’antichità greco-romana non sono per nulla diversi. Si resta sbalorditi, senza parole, di fronte agli orrori che popolano la storia umana. La mancanza di pietas degli storici antichi ci dà una terribile ed efficace rappresentazione delle nefaste conseguenze che scaturiscono dalla lotta per il potere o dal desiderio di conquiste territoriali.

Diceva S. Weil: «Non c’è potere, ma soltanto corsa al potere e questa corsa è senza un termine, senza misura, per cui non c’è limite e misura agli sforzi che esige». La lotta per il potere finisce sempre per escludere ogni considerazione finalistica e per prendere il posto di tutti i fini. Lotta per il potere e soltanto per il potere. Questo ribaltamento tra mezzi e fini è insito, come suo inevitabile prodotto, nella volontà di potenza che spinge alle lotte per conquistare il predominio in una comunità o nel mondo.
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L’OCSE pensa della scuola ciò che pensa delle aziende

di Raimondo Giunta

LE INDAGINI PISA

L’Ocse è un organismo economico internazionale, fondato da alcuni paesi europei, dal Canada e dagli Usa il 30 settembre 1961, con lo scopo di difendere e di promuovere l’economia di mercato, ma in virtù delle sue indagini sui risultati scolastici degli alunni quindicenni, che hanno avuto inizio a partire dal 2000, ha di fatto preso un posto dominante nell’ambito delle politiche educative. Le sue indagini, trasformate di fatto nelle olimpiadi dei sistemi di istruzione dei paesi partecipanti, godono di grande prestigio e sono prese in considerazione e venerate dalle pubbliche autorità di molte nazioni, preoccupate e dispiaciute quando trovano il proprio sistema di istruzione nelle parti basse delle graduatorie che vengono compilate…

Alle indagini PISA, finora con scadenza triennale, partecipa un numero sempre crescente di nazioni, che di fatto accettano in questo modo un quadro concettuale che incominciano a rispettare e poi a mettere in pratica. Le prove delle indagini hanno finito per dare una spinta alla denazionalizzazione dei sistemi educativi. La lettura, la matematica e le scienze, ambito delle indagini, diventano il fulcro di ogni curriculum per i quindicenni delle nazioni partecipanti e di fatto istituiscono una gerarchia delle discipline scolastiche. Un primato adatto alle aspettative di economie che una volta collaboravano e ora confliggono in ambito mondiale.

L’OCSE nelle sue indagini fino ad un certo punto prende in carico i contesti di ogni paese, perché diventerebbe complicato istituire confronti internazionali tra i paesi partecipanti. Il focus delle indagini PISA è sulle capacità di affrontare e risolvere i problemi della vita quotidiana e sulla capacità di riuscire a continuare ad apprendere in futuro. Di fatto sono indagini radicate sull’approccio per competenze, declinato in questo caso in funzione dei bisogni dell’economia della società della conoscenza. L’enfasi sulle competenze da parte degli organismi europei ha fatto il resto e ha rinforzato la spinta all’internazionalizzazione di un curriculum, orientato verso competenze intellettuali come comprendere, dedurre, coordinare, applicare, analizzare, trasferire, interpretare, valutare, padroneggiare processi d’astrazione e verso le competenze socio-emozionali necessarie alla collaborazione, all’apertura mentale, all’interazione con gli altri, alla regolazione emotiva (Unione Europea 2018). Continua a leggere

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Ma davvero l’Europa ha radici cristiane?

di Raimondo Giunta

Non ho voluto ascoltare nessun intervento di quanti hanno partecipato al raduno organizzato da un giornale, il cui editore fa buoni affari con le industrie militari, disgustato e preoccupato per gli 800 miliardi previsti per le armi, che in gran parte saranno pagate con la devastazione di quel poco che ancora esiste di stato sociale nelle nazioni europee. Non so quindi se hanno affrontato il tema delle radici cristiane dell’Europa, che di tanto in tanto viene richiamato e riproposto per designare una delle differenze più significative rispetto ad altre culture e ad altre civiltà.
Differenze in meglio per intenderci…Considerato che prima o poi verrà ripreso in vario modo anche a scuola, provo a dire qualcosa con gli strumenti a mia disposizione, chiedendomi innanzitutto se abbia ancora un senso nel terzo millennio parlare di Europa cristiana e in che cosa consista questa sua specifica connotazione.
Finora la riflessione che si è svolta su questo tema impegnativo è oscillata tra nostalgia, rifiuto e tentativi di imposizione. Alcuni ne hanno parlato come se non ci potessero essere valori senza Cristianesimo.
Se appare immotivata la riduzione della civiltà europea alla storia e ai valori del Cristianesimo, tuttavia non è ragionevole pensare che si possa cancellare ciò che ad ogni piè sospinto ci ricorda la sua continua, millenaria presenza tra gli uomini che hanno abitato la terra d’Europa. Continua a leggere

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Apprendere ad apprendere, ma per che cosa?

di Raimondo Giunta

La molteplicità delle agenzie formative come anche il ritmo inesauribile di innovazione e di sviluppo delle conoscenze che bisogna possedere per non restare ai margini dell’attuale società ridisegnano i compiti che la scuola deve affrontare.
La complessità del problema è costituita dal fatto che le altre agenzie (media soprattutto) hanno qualcosa che la scuola non sempre possiede: la capacità di seduzione e di coinvolgimento.
A prima vista sembra quasi impossibile vincere la sfida per coltivare nei giovani il desiderio e il piacere di apprendere. Si dice con monotonia sempre più assillante che per inserirsi in una società, segnata dalle continue trasformazioni dei suoi assetti economico-sociali e dalle innovazioni permanenti del patrimonio tecnologico e scientifico, e per essere capaci di dominare l’incertezza che per questi motivi si viene a determinare occorra un considerevole bagaglio di saperi e di competenze e soprattutto che si debba essere capaci di imparare ad apprendere.
Se ne è fatto un principio, uno scopo e anche uno slogan.

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E’ possibile razionalizzare l’attività didattica?

di Raimondo Giunta

A partire dagli anni ‘70 la programmazione didattica ha introdotto nelle relazioni educative il lessico (..e non solo) del mondo aziendale, per sradicare quello di derivazione umanistico-pedagogico, di cui si serviva la quasi totalità del personale insegnante. Scelta fatta con il consenso di parte dell’apparato ministeriale, di parte del sindacato, del mondo accademico e di non poche associazioni professionali per una svolta irreversibile verso la modernità.
Si coltivava (e si continua a coltivare) l’ambizione di replicare a scuola le strategie aziendali di massimizzazione dei risultati anche in presenza e in costanza di scarsità delle risorse disponibili. Le risorse scarse a scuola, oltre a quelle finanziarie come sanno anche le pietre, sono il tempo disponibile e l’attenzione degli alunni, sviata da mille sollecitazioni.
Si dovrebbero fare miracoli sfruttandole al meglio. Ma il meglio non è la fretta e nemmeno l’abbandono di quelli che per diversi motivi non tengono il ritmo e non riescono a farcela.
Solo la tracotanza intellettuale può fare credere che il processo di formazione può essere finalizzato ad ottenere i risultati che si vogliono in un determinato tempo e magari in un solo modo. Formare ed educare giovani, però, è alquanto diverso dal produrre bulloni o pezzi di ricambio, perchè il processo di formazione è diverso da quelli messi in atto in qualsiasi attività aziendale. Appartiene ad un altro pianeta. Continua a leggere

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Scuola e società: come possono dialogare?

di Raimondo Giunta

La natura del problema

La scuola vive dei suoi rapporti con la società; si alimenta delle sue esigenze, si muove sulla spinta dei suoi problemi. Scuola e società reciprocamente si richiamano; si dovrebbero aiutare, ma più spesso negli ultimi tempi confliggono.
Va da sè che per cogliere frutti buoni, però, è necessaria la loro stretta, solidale collaborazione, nella distinzione dei compiti e dei ruoli e nel rispetto delle funzioni professionali, culturali ed educative che in autonomia la scuola deve svolgere.
Se la scuola non entra in sintonia con i problemi della società e con i temi culturali del proprio tempo, prima o poi perde la propria ragione d’essere.

La riflessione su questo nodo cruciale dell’istruzione deve essere permanente e costituirsi come principio di orientamento nell’azione quotidiana a scuola, per evitare il rischio che si avviti e si impoverisca nella sua solitaria autoreferenzialità. La scuola non può tenere nè porte, nè finestre chiuse.
Operazione assurda e inefficace; ci penserebbero gli alunni e le famiglie eventualmente a portare dentro la scuola il mondo che sta fuori.
Il problema è come la scuola debba pensare e vivere le questioni che agitano la società e questo non è di pacifica e concorde soluzione. C’è un modo proprio della scuola per svolgere questo compito e solo rispettandone stile e natura si possono avere risultati utili. Continua a leggere

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Parlare ai giovani con autorità

di Raimondo Giunta Da tempo sono in palio il principio di autorità e il significato che può e dovrebbe avere nelle relazioni educative, nelle relazioni familiari e nelle relazioni sociali. Ogni tempo ne ha dato una particolare interpretazione e a noi compete, ogni giorno, tentarne una nuova senza illudersi che quanto sia stato cancellato sul piano intellettuale e sul piano del costume nelle lotte contro molte espressioni del principio di autorità, possa essere nostalgicamente richiamato in vita. C’ è stato un cammino secolare verso l’autonomia personale di giudizio e di azione che non può essere interrotto, nè messo in discussione. L’autorità nei nuclei familiari, nelle istituzioni e a scuola, oggi, deve essere ragionevole, consensuale, accettabile, ma anche confutabile. Anche se a volte sembra che oggi il problema non siano gli abusi nell’esercizio dell’autorità, ma l’autorità in quanto tale. Per parlare a scuola con autorità ai giovani, oggi, bisogna sapere esercitare attrazione; bisogna avere prestigio; bisogna possedere sapere. Le fondamenta dell’autorità sono l’esperienza, la competenza, l’apprezzamento dell’impegno per il bene comune, la sollecitudine, l’attenzione, la disponibilità, la persuasione e l’ascolto. Continua a leggere

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