C’era una volta l’inclusione

di Monica Piolanti

L’episodio di cronaca che vede un bambino di nove anni, con una diagnosi certificata di disturbo da deficit di attenzione e iperattività, finire al centro di un intervento dei carabinieri e di un provvedimento di allontanamento scolastico, non è che il sintomo acuto di una patologia sistemica ben più profonda. Non si può che leggere in questa vicenda il fallimento simultaneo di tre pilastri fondamentali della nostra convivenza civile: l’efficacia dell’amministrazione scolastica, la tenuta dei modelli educativi inclusivi e la corretta applicazione del diritto alla tutela del minore. Ci troviamo di fronte a una scuola che, messa alle strette dalla complessità, abdica al proprio ruolo di agenzia educativa per rifugiarsi in una logica di pubblica sicurezza.

L’evocazione delle forze dell’ordine per gestire l’intemperanza di un bambino di nove anni rappresenta una ferita simbolica quasi insanabile. La pedagogia dovrebbe essere l’arte della mediazione, lo spazio del “possibile” dove il conflitto viene trasformato in opportunità di apprendimento. Invece, l’ingresso dei carabinieri in un’aula di scuola primaria segna il confine invalicabile dell’impotenza adulta.

Continua a leggere

Loading

Dalla motivazione intrinseca di Bruner al Magister delle Indicazioni Nazionali 2025

di Cinzia Mion
Con il superamento del neo-comportamentismo che puntava sulle “motivazioni estrinseche” (votazione numerica, competitività, pensiero riflettente: restituzione del libro di testo o della lezione del docente) si afferma la psicologia cognitiva, la cui strada fu aperta da Bruner. Si privilegiano così non solo i prodotti ma assumono maggiore rilevanza i “processi cognitivi”, soprattutto quelli complessi (soluzioni di problemi, apprendimento per “scoperta”, strategie di memoria e di studio, metacognizione, comprensione profonda e duratura, ecc) ed allora quale sarà la molla dell’apprendimento?
Acquistano rilievo gli elementi che rendono attraente un compito cognitivo (sorpresa, novità e disposizione del soggetto). Viene concettualizzata la “motivazione intrinseca” come “stato di grazia” del soggetto, bambino o adulto, che avverte il bisogno di acquisire competenza e autonomia.

L’uomo non può dipendere da un processo casuale di apprendimento: egli deve essere “educato”. Ciò prevede l’Istituzione scuola. Dovremo allora studiare quali fattori rendano fonte di soddisfazione il processo di apprendimento scolastico…così come si attua nell’atmosfera artificiale della scuola. Questa affermazione introduce il tema delle motivazioni intrinseche che sono innate nel processo ontogenetico e filogenetico e che si caratterizzano per essere autogratificanti. Queste sono la curiosità epistemica, il desiderio di competenza e il bisogno di identificazione . E’ stato Bruner a sottolineare la differenza abissale tra motivazione “estrinseca” vale a dire slegata al “senso” dell’apprendimento sollecitato, (ricerca del buon voto, investimento sulla “prestazione”, molla per la deleteria competizione in classe ) e motivazione invece “intrinseca”, autogratificante perché soddisfacente il bisogno soggiacente la motivazione stessa.
Il bambino esprime subito la sua curiosità esplorativa cominciando da quando lascia cadere gli oggetti dal seggiolone per vedere se fanno tutti la stessa fine “verticale”, poi continua con i “perché”…fino ad esaurire l’adulto.
Per quanto attiene il desiderio di competenza egli ben presto lo comunica attraverso la frase lapidaria “da solo”, mangiare da solo, vestirsi da solo, camminare da solo, ecc.
Questo per quanto riguarda lo sviluppo ontogenetico. Per quanto attiene quello filogenetico invece si afferma che se l’uomo fin dal suo apparire non fosse stato dotato da queste spinte fortissime alla curiosità e al desiderio di competenza non avrebbe avuto l’opportunità di conoscere il mondo circostante al fine di poterlo padroneggiare, difendersi e poter quindi sopravvivere.

MOTIVAZIONI INTRINSECHE A SCUOLA.

Per fare in modo che si attivino queste motivazioni intrinseche, ben esplorate da Bruner, il docente non può far leva semplicemente sulla “trasmissione“ (Nuove Indicazioni 2025) delle conoscenze ma deve preparare il terreno, come si suol dire. Ciò significa che “l’unità nuova di apprendimento” va presentata attraverso la “problematizzazione“ della situazione, collegandosi comunque a certi argomenti pregressi già scandagliati; successivamente va sollecitata una “discussione” con i ragazzi presentando appunto l’argomento in modo da far scaturire il “dubbio”, una “discrepanza”, un cosiddetto “inciampo cognitivo” che attivi la curiosità e anche quella che Bruner stesso chiama ”’andar oltre l’informazione data”. Ossia attivare l’intelligenza connettiva che mette in relazione un evento con una possibile causa, senza che qualcuno te lo spieghi o te lo anticipi, attraverso la formulazioni delle cosiddette ipotesi. Ipotesi fra l’altro sollecitate già dalla scuola dell’infanzia, come prescrivono le Indicazioni 2012!
L’IDENTIFICAZIONE

Tutti i bambini poi hanno bisogno di amore, approvazione , sostegno. Esiste una identificazione con le figure primarie (genitori) ma anche quella con figure secondarie (docenti) soprattutto con alcuni in particolare. In effetti i docenti posseggono in sommo grado una qualità rara, un certo tipo di competenza desiderata, ma il fatto più importante è che tale qualità, tale competenza, siano acquisibili mediante interazione.
Il maestro però non è sufficiente che sia “magis” per insegnare ad assumere certi atteggiamenti verso l’apprendimento stesso, la cosiddetta passione per la conoscenza, sempre autogratificante… Deve essere in grado di collegarsi al profondo bisogno umano di rispondere agli altri e di cooperare con essi in vista di un obiettivo comune. Questo rispondere sulla base della reciprocità ad altri membri della stessa specie rappresenta il fondamento della società umana. Laddove è richiesta un’azione comune, laddove è necessaria la reciprocità perché il gruppo possa raggiungere un obiettivo, sembrano entrare in gioco processi che inducono l’individuo all’apprendimento, che lo stimolano a conseguire la competenza necessaria per formare il gruppo…(v. la sezione o la classe come “comunità” nelle Indicazioni precedenti).
L’enfasi che ho posto sulla tematica delle motivazioni intrinseche, fino alla mia veneranda età, rappresenta un attaccamento allo studio e alla ricerca psicopedagogica che non mi ha mai abbandonato e che ho cercato di trasmettere agli altri : allievi o “compagni di strada”. Dimostra inoltre anche la nostalgia per un periodo in cui la scuola sapeva attivare un grande amore per il funzionamento magico della mente e non semplicemente per la conoscenza in sé, fra l’altro “trasmessa” e non “scoperta”.
Grazie Bruner.

Loading

L’errore di essere genitori

di Monica Piolanti

Il patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia non è mai stato così fragile, ma ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni trascende la semplice divergenza di opinioni: siamo di fronte a un vero e proprio scivolamento barbarico della critica. L’episodio della docente – professionista impeccabile e preparata – letteralmente “messa alla gogna” su una chat di WhatsApp per aver osato esercitare il proprio ruolo di guida attraverso una correzione, non è solo un atto di maleducazione digitale, è un autogol pedagogico di proporzioni catastrofiche. Ci troviamo dinanzi a un’inversione di ruoli che dovrebbe farci tremare: il genitore che si improvvisa revisore didattico senza averne i titoli, trasformando un’aula scolastica in un’arena da social network dove il linciaggio sostituisce il dialogo.

L’ossessione dei genitori di proteggere i figli da ogni forma di errore o frustrazione nasconde un’insicurezza profonda, una sorta di narcisismo riflesso. Intervenire con ferocia contro un segno rosso o un appunto metodologico significa, di fatto, impedire al bambino di sviluppare la resilienza necessaria per stare al mondo. Se il genitore si trasforma nel “sindacato” del figlio, il bambino smette di essere uno studente che impara dai propri sbagli e diventa un cliente intoccabile di un servizio che non può permettersi di contrariarlo. Continua a leggere

Loading

La scuola non funziona, ma il Ministro vince grazie alla sua comunicazione politica

di Stefano Stefanel

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito dall’avvio del suo mandato ha intrapreso una comunicazione politica, che si rivolge parzialmente al mondo della scuola, ma in primo luogo vuol raggiungere l’opinione pubblica mettendo l’opposizione politica e anche culturale in difficoltà. L’ultimo caso che potremmo chiamare “dei metal detector a scuola” interviene come sempre per punire, visto che non si è in grado di prevenire.

Nessuna scuola italiana (non mi azzardo a scrivere “del mondo”) ha mai permesso ai suoi studenti di venire a scuola armati di coltelli. Se qualche studente porta a scuola il coltello c’è un grosso problema educativo che riguarda tutta la comunità scolastica fatta da studenti omissivi (non denunciano niente perché hanno paura di ritorsioni da cui non saranno difesi), docenti minimizzanti, dirigenti timorosi di trovarsi davanti all’opinione pubblica per azioni repressive e di vasta risonanza. Ma quando un ragazzo muore a scuola per una pugnalata di un compagno allora si inaspriscono le pene, quasi che senza quell’inasprimento un accoltellatore non sia sempre finito in galera.

Lasciare la scelta sulla richiesta di attivare i metal detector alle scuole mi pare una vera follia, perché chiedendo l’intervento preventivò-repressivo le scuole comunicano all’opinione pubblica locale che hanno il dubbio che in quella scuola gli studenti possano entrare armati. Continua a leggere

Loading

Sicurezza, prevenzione e libertà: i giovani vanno messi al sicuro, ma forse anche ascoltati

di Carlo Ridolfi  (Attivista Culturale Indipendente)

Uno

Il dinamico duo Piantedosi-Valditara emana una direttiva congiunta dal titolo: “Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici”.
In essa, a partire dall’assunto di partenza: “La sicurezza è la condizione della autentica libertà”, si annuncia, di fatto, l’incarico ai Prefetti di monitorare le situazioni “di criticità” dentro e nei dintorni degli edifici scolastici, attuando le opportune misure di “prevenzione”, non dimenticando quelle repressive.

Due – Padova I

Poche ore dopo una (fin troppo?) solerte Dirigente Scolastica di un Istituto Comprensivo di Padova invia una Comunicazione alle famiglie (Scuola secondaria di primo grado) e ai docenti, nella quale li si informa che potranno verificarsi controlli e visite delle forze di polizia fuori e dentro la scuola.
Il tutto si inserisce: “…in una strategia più ampia volta a promuovere ambienti educativi, sicuri, regolati e inclusivi, nei quali studenti e studentesse possano crescere serenamente, sviluppando relazioni positive e un senso di responsabilità condivisa”.

Tre – Padova II

I rappresentanti di sette istituti secondari di secondo grado (“Nievo”, “Cornaro”, “Tito Livio”, “Galilei”, “Marchesi”, “Valle”, “Ferrari”, insieme alla Consulta provinciale degli studenti, inviano ai media locali un documento nel quale – anche facendo riferimento a due recenti casi di suicidio di giovani e giovanissimi – si chiede esplicitamente aiuto alle istituzioni.
“Emerge la solitudine”, scrivono gli studenti, “la fragilità emotiva e il senso di smarrimento e inadeguatezza che molti ragazzi vivono quotidianamente, senza saperle come affrontarli”. E, continuano: “Perfezionismo, ansia da prestazione e paura del fallimento sono dinamiche estremamente diffuse nelle nostre scuole”. Concludendo: “La scuola dovrebbe puntare non solo alla formazione professionale, ma anche a quella di donne e uomini nella loro interezza e complessità”.

Quattro – Fuori sacco

Una (bravissima) Dirigente Scolastica, durante una riunione online per l’organizzazione di un convegno, afferma: “Al giorno d’oggi il DS è addestrato a eseguire le direttive del Ministero”.

Qualche riflessione

Sarei più propenso a pensare che “la libertà è la condizione dell’autentica sicurezza”.
Libertà di abitare per molte ore al giorno edifici scolastici in cui non piova dentro, i soffitti non minaccino di crollare, le prese di corrente non dondolino con i fili penzolanti e così via.
Libertà di dirigere (se fossi un DS) partendo dai princìpi della Costituzione della Repubblica Italiana, di insegnare (se fossi un insegnante) sulla base della mia sacrosante autonomia professionale, di imparare (se fossi uno studente) potendo obiettare con l’uso del pensiero critico a eventuali affermazioni o contenuti che non mi convincono, libertà (se fossi, come sono e fui, un padre) di poter interloquire con l’istituzione scolastica non per sostituirmi (non ne ho le competenze) al lavoro altrui o (peggio) per fare il sindacalista dei miei figli e contrattare le valutazioni, ma per dialogare nella convinzione che la scuola non dovrebbe essere un fortino assediato, ma uno dei luoghi di progettazione e di attivazione di azioni educative orientate a rinsaldare il legame sociale.

Inoltre: sono convinto che i ragazzi e le ragazze vadano davvero visti e davvero ascoltati. Sarebbe magnifico se nelle città si organizzassero appuntamenti in cui, una volta tanto, non fossero adulti più o meno empatici o esperti più o meno a buon mercato a spiegare ai giovani come sono fatti e cosa dovrebbero fare per esser migliori, ma parlassero i giovani e gli adulti stessero ad ascoltare.

Invece di cianciare di ‘resilienza’, ‘merito’, metal detector o altro, perché non proviamo ad aprire gli occhi e le orecchie (e le menti e i cuori)?

Loading

Un sogno di pace

di Marco Guastavigna

Immagine che contiene testo, mappa Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Chi fosse interessato può scaricare HyperPacifistWriter in versione italiana e inglese, un software sperimentale progettato specificamente per la realizzazione di narrazioni antimilitariste attraverso un’interfaccia web contenuta in un unico file. L’applicazione si integra con il sistema di intelligenza artificiale locale Ollama, permettendo agli autori di generare testi che promuovono attivamente valori di pace e umanità. All’interno di HyperPacifistWriter, gli utenti possono navigare tra tre aree distinte per gestire la stesura del testo, consultare schemi narrativi predefiniti o attingere a un vasto database di materiali e personaggi. Di seguito diamo istruzioni tecniche per la configurazione del terminale, assicurando che il browser possa comunicare correttamente con i modelli linguistici selezionati. Grazie alla funzione di archiviazione, è possibile esportare il proprio lavoro in formato Markdown, facilitando un flusso di lavoro che unisce la creatività umana al supporto tecnologico etico.

Immagine che contiene testo, schermata, schermo, software Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

 

Loading

Prevenire, reprimere o educare? Idee poche ma ben confuse

di Aluisi Tosolini

Si intitola Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici l’ordinanza firmata ieri 28 gennaio dai Ministri Valditara e Piantedosi. Si tratta dell’ordinanza preannunciata dopo i fatti di La Spezia e riferita ai cosiddetti metal detector.

Ma andiamo ad una analisi del testo così da comprendere bene di cosa si tratta.

La gatta frettolosa fa i gattini ciechi

Mi spiega AI Overwiew che il celebre proverbio italiano insegna come l’agire con troppa fretta porti a errori, risultati scadenti o conseguenze negative. Il detto sottolinea l’importanza di dedicare il giusto tempo e la dovuta calma a ogni attività per garantire un esito positivo, piuttosto che operare in modo precipitoso. 

Leggendo l’ordinanza si possono trovare diverse conferme al detto popolare. Elenco qui di seguito alcune sviste o errori formali che certo non ci si aspetterebbe di trovare in un testo firmato da due ministri:

  1. nella versione in PDF pubblicata da molti siti di informazione scolastica e anche da quotidiani (ad esempio da Il foglio ) non si trova né la data né il numero di protocollo dell’ordinanza. La data – e l’ora – la si desume solo dal timbro della firma digitale del ministro Piantedosi;
  2. l’ordinanza è in primo luogo indirizzata ai Prefetti della Repubblica, ai commissari di governo delle province autonome di Trento e Bolzano e al presidente della Regione Val d’Aosta. Poi “AI SIGG. DIRIGENTI DEGLI UFFICI SCOLASTICI REGIONALI”. Si tratta, con tutta evidenza, di una figura insistente! Come è noto esistono i Direttori Generali degli uffici scolastici regionali ma non i dirigenti regionali. Forse al Ministero degli interni non ne hanno contezza ma dovrebbe averla di certo il Ministero dell’Istruzione e del Merito. La confusione tra dirigenti scolastici (ovvero i legali rappresentanti delle singole autonomie scolastiche) e Dirigenti scolastici regionali torna anche nel testo (riporto da pag. 1: In tale quadro, il ruolo dei Prefetti e quello dei Dirigenti scolastici assume una centralità decisiva. Per favorire il più efficace raccordo delle iniziative volte a prevenire ogni forma di illegalità presso gli istituti scolastici, i sigg. Prefetti, d’intesa con i Dirigenti scolastici regionali, convocheranno apposite sedute del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica,…) da dove appare l’importanza del ruolo dei DS. Tuttavia poi il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza viene convocato dai prefetti d’intesa con i dirigenti scolastici regionali. E qui non ci si capisce più niente. Cosa vuol dire? Che il prefetto di Parma convoca il Comitato provinciale di Parma d’intesa con il Direttore Generale dell’USR dell’Emilia Romagna? Oppure d’intesa con il dirigente dell’Ufficio Territoriale di Parma (che è un ufficio dell’USR ER)? Oppure d’intesa con i dirigenti scolastici come parrebbe dedursi dal testo? Ma quali? Tutti? Alcuni? In base a cosa? Insomma non si capisce.
  3. L’ordinanza è poi inviata per conoscenza ad altri soggetti. In primis al Capo della Polizia  e ai comandanti di Carabinieri e Guardia di Finanza.  Ci si aspetterebbe di trovare in elenco anche i Dirigenti Scolastici ma non ci sono. C’é invece l’Anci. Ma non l’UPI. Cioè ci sono i Comuni (che hanno responsabilità sulle scuole del primo ciclo) ma non le Province rappresentate dall’UPI (Unione province italiane) che hanno responsabilità sulle strutture delle scuole secondarie di II Grado. Non pervenute poi le Città Metropolitane.

Continua a leggere

Loading

Violenza a scuola: la nuova linea del MIM (Ministero dell’Interno e del Merito)

(Attenzione: il titolo di questo intervento non contiene alcun errore…).

di Mario Maviglia

Lasciatemi subito dire che la recente direttiva firmata congiuntamente dal ministro dell’Istruzione e Merito e quello dell’Interno (avente come oggetto Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici), sul piano meramente tecnico mi ha profondamente deluso in quanto presenta una grave lacuna: tra i destinatari della direttiva (Prefetti, DG degli USR, Capo della Polizia, Comandante Generale dei Carabinieri, Comandante Generale della Guardia di Finanza, ANCI), manca l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), ossia l’Agenzia Federale statunitense che oggi appare (insieme all’IDF, Israel Defense Forces, e ai coloni israeliani della Cisgiordania) la più competente ed efficiente forza di polizia in grado di contrastare la violenza e l’illegalità, anche in ambito scolastico.
Il suo coinvolgimento (o, in subordine, quello dell’IDF o dei coloni israeliani) potrebbe innalzare in modo esponenziale la qualità degli interventi di contrasto e repressione della violenza giovanile e garantire condizioni di assoluta sicurezza negli edifici scolastici, oltre che la pace eterna a chi dovesse “interagire”, diciamo così, con poliziotti così ben addestrati. Purtroppo è stata privilegiata un’altra strada, molto più blanda e meno incisiva sul piano della sicurezza.

In ogni caso, sempre rimanendo sul piano tecnico, la direttiva presenta qualche elemento di novità che merita di essere segnalato. Infatti si dice che le misure di controllo debbono rientrare all’interno di una strategia complessiva con l’obiettivo di creare contesti educativi sicuri e regolati. Per questo motivo “il ruolo dei Prefetti e quello dei Dirigenti scolastici assume una centralità decisiva”. Per la verità, i Dirigenti scolastici (intesi come Capi d’Istituto) non sono tra i destinatari della direttiva. E in effetti, più avanti, si specifica che “i sigg. Prefetti, d’intesa con i Dirigenti scolastici regionali, convocheranno apposite sedute del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, quale luogo di analisi e sintesi delle coordinate generali dell’attività di vigilanza e controllo, secondo un indirizzo unitario che tenga conto delle priorità emerse e delle esigenze rappresentate”. E dunque si fa riferimento ad altri Dirigenti (“scolastici regionali”).

Continua a leggere

Loading

La crisi della democrazia nel mondo

di Rodolfo Marchisio

“Smettiamola di vivere dentro una bugia”. M. Carney

Siamo in guerra, la terza guerra mondiale come diceva Papa Francesco. 1- Non si tratterà, salvo il gioco gli scoppi tra le mani, di una guerra nucleare che è troppo distruttiva, definitiva, che non ha vincitori (anche chi vincesse governerebbe sul deserto) e che non conviene, perché oggi ci sono i mezzi tecnici (IA, droni, missili…) che rendono di più sia in termini bellici, che in termini di guadagno da parte delle industrie di armi e di quelle per la ricostruzione (Gaza, Ucraina). Specie se come la Russia si possono mandare al macello 450 mila uomini in un anno. Specie se si fa la guerra ai civili come a Gaza, in Ucraina e come la storia insegna dalla 2° guerra mondiale in poi. Una situazione nuova, complessa, con pochi autocrati pazzi che non si attaccano tra loro così ognuno può prendere quello che vuole, ma che “bullizzano” gli altri.
Dall’equilibrio del terrore all’equilibrio della conquista. Una guerra di dazi, colpi di mano, ricatti da parte di chi vuole controllare tutto: non esistono più regole o alleanze, ma possesso, controllo da parte del più forte. E chi ostacola è il nemico.
3. Occorrerebbero istituzioni internazionali e nazionali più forti in senso democratico per il controllo e le regole, ma le istituzioni, le regole non vengono più rispettate, la democrazia è in crisi, rinnegata, talora derisa e l’UE è vaso di coccio, divisa, disorientata, indecisa (Ucraina o Groenlandia?). Oggi le regole non valgono più se non si hanno i mezzi per farle rispettare e chi non è funzionale al mio interesse egocentrico ed al mio controllo è contro.

Comitati di affari si sostituiscono alle istituzioni.

Gli USA, patria di una storicamente strana democrazia l’hanno esportata nel mondo, dalla 2° guerra mondiale in poi, con colpi di stato, napalm, torture. Oggi sono l’esempio della crisi forte e forse irreversibile della democrazia liberale e della sua sostituzione con il bullismo autoritario, tecnologico, economico e dei comitati di affari. Di questo si lamenta ormai anche il Congresso.

Cerchiamo di fare un quadro, in base a ricerche, dati, pareri di esperti di
cosa sta succedendo.
Già classificati da Economist da anni come democrazia di serie B gli USA, con Italia e Giappone, stanno scivolando verso la serie C. Da “democrazia con problemi” a “democrazia ibrida”, residua, contradditoria ed autoritaria, molto dubbia, appena un passo sopra le dittature.
Anche in questo caso un prototipo.

Continua a leggere

Loading

Adolescenti all’arma bianca

di Giovanni Fioravanti

Il gesto estremo di uno studente che accoltella e uccide un compagno ci trova ancora una volta impreparati, disorientati. Non può essere, neppure a diciannove anni, che la responsabilità sia tutta e sola di chi ha compiuto quell’atto inconsulto e neppure può stare tutta in chi a 15 anni gira con il coltello in tasca e come gruppo sociale sceglie di essere parte di una baby gang.

Più di mezzo secolo fa Piero Angela scriveva un libro divulgativo, che avrebbe trovato conferma negli esiti delle neuroscienze: L’uomo e la marionetta. Titolo significativo. Non siamo liberi, cultura e natura tirano i fili delle nostre azioni. Eredità genetica e ambiente in cui cresciamo e viviamo ci modellano, ci formano, ci condizionano.

Il nostro cervello e la nostra personalità vengono manipolati quotidianamente senza che ce ne accorgiamo. Le nostre idee e il nostro comportamento non sono affatto scelti liberamente, ma sono il risultato dell’azione combinata di tutto ciò. La biologia ha dimostrato che la parola e il farmaco hanno un’azione sostanzialmente simile nel cervello: entrambi inducono cambiamenti biochimici e molecolari nell’organizzazione cerebrale. La società dei media, dei social, della pubblicità, dei consumi da tempo ha fatto tesoro di queste armi invisibili.

Di tale impasto è, dunque, la sostanza della nostra identità che è lo specchio  in cui ci riconosciamo, ma è uno specchio che può andare improvvisamente in frantumi, così può accadere che la ricerca affannata di ricomporlo induca a gesti disperati, inconsulti che si traducono nella follia della violenza.

È necessario che apprendiamo da subito, già all’esordio in questo mondo, a gestire questo specchio. La riuscita non è responsabilità solo nostra, occorre che ogni attore in commedia faccia la sua parte a iniziare dagli adulti. C’è un ruolo da sostenere e i copioni non mancano. È che viviamo in una società in cui questi copioni non si studiano, in cui è più facile punire che condividere le responsabilità, in cui è più conveniente pensare all’adolescenza, che pure tutti abbiamo attraversato, come a un qualcosa da maneggiare con cautela, un luogo di passioni tristi, di inquietudini in cui chi è divenuto adulto ora rischia di perdersi o di uscirne impotente.

Il fatto è che questi copioni non li apprendono non solo i genitori, ma neppure coloro che per mestiere, che per mandato sociale hanno la responsabilità di crescere e di formare ragazze e ragazzi, come gli insegnanti e quanti con il gruppo dei giovani entrano in relazione con compiti educativi.

Non si tratta di stabilire se sul tema della adolescenza siano state scritte pagine di verità, non sta qui il problema, la verità è dinamica, quanto provvisoria, è sempre in divenire. Ma pagine che aiutino a riflette, a capire, a portare avanti la ricerca, a fornire strumenti di dialogo con se stessi e con i giovani, questo sì.

Allora mi sono chiesto se la cultura professionale che ho accumulato in quarantacinque anni di lavoro nella scuola potesse essere tuttora utile a tentare di interpretare l’origine di quel gesto e cosa sarebbe stato necessario fare per poterlo prevenire.

Ognuno ha i suoi maestri. E io mi sono rivolto a loro: Erikson, Winnicott, Lacan.

Prendi Erikson, ti pone immediatamente di fronte al tema dell’identità, della mancata costruzione di un’identità stabile, tipica delle crisi psicosociali dell’adolescenza. La mancata costruzione di un’identità stabile può sfociare in comportamenti aggressivi quando il giovane non trova riconoscimento sociale né ruoli adeguati. L’incapacità di integrare tra loro aspettative familiari, scolastiche e del gruppo dei pari può minacciare la tenuta della propria identità, produrre confusione di ruolo e perdita di senso, allora scatta la molla dell’autodifesa ricorrendo all’atto violento come tentativo disperato di affermare la propria identità o di reagire al timore della propria cancellazione sociale.

Avere un senso vuol dire avere una direzione da seguire capace di dare  un significato alla propria identità. Investe lo sviluppo psicosociale degli individui, oggi quanto mai trascurato dagli adulti e dalla società in cui viviamo, che invece dovrebbero essere in grado di offrire ruoli e riconoscimento a ragazze e ragazzi.

Famiglie fragili, scuole sovraccariche, assenza di mediazione riducono le possibilità di risolvere positivamente le crisi.

Ma l’identità in cui crediamo di riconoscerci può essere un vero sé o un falso sé. Winnicott ci dice che il vero sé è il prodotto della nostra storia relazionale con adulti capaci di contenere e regolare le emozioni fin da bambini, relazioni che mantengono le  loro tracce nell’adolescenza, scuola e famiglia sono i luoghi che possono funzionare come prolungamento di tali relazioni. Insegnanti e genitori che ascoltano, che danno limiti chiari ma contenenti, che permettono il gioco simbolico e la parola, favoriscono lo sviluppo del vero sé. Al contrario, ambienti freddi, punitivi o disattenti favoriscono l’isolamento, la vergogna e la ricerca di soluzioni drammatiche per affermare la propria esistenza.

Se un giovane non ha avuto esperienze ripetute di essere accolto, nominato e contenuto, la sua aggressività non si trasforma in comunicazione ma resta un’energia distruttiva rivolta verso l’altro. L’aggressività è spesso un linguaggio quando le parole mancano. L’atto diventa allora un messaggio tragico: non solo un atto di distruzione, ma una richiesta di riconoscimento che non ha trovato canali simbolici adeguati. Questo non giustifica la violenza, ma orienta la risposta verso la necessità di creare spazi dove il disagio possa essere nominato e trasformato. Servono adulti capaci di contenere, spazi che permettano la parola e la simbolizzazione, e politiche che investano nella qualità delle relazioni fin dall’infanzia.

Umiliazioni, pettegolezzi, la diffusione di immagini compromettenti sui social, possono portare a percepire che la propria identità è stata smentita pubblicamente. La reazione violenta può allora essere letta come un tentativo di difendere o ricostruire quell’immagine perduta, una risposta immaginaria che cerca di colmare il vuoto interno.

Lacan insiste sul fatto che il soggetto si costituisce nelle parole, non esiste un io pre-linguistico che agisce indipendentemente dalle parole e dai discorsi che lo nominano. Insulti, voci di corridoio, immagini condivise non sono meri contenuti, sono interventi simbolici che riorganizzano la posizione del soggetto nell’ordine sociale. La scuola, il gruppo dei pari, la rete parlano e definiscono, possono confermare o cancellare l’immagine che il soggetto ha di se stesso. Un’offesa pubblica può essere percepita come una cancellazione del proprio essere, e l’atto violento diventa allora un modo per imporre un nuovo discorso, per forzare l’Altro a riconoscere una presenza che si sente negata.

Le reti simboliche: famiglia, scuola, media e social network forniscono immagini e discorsi che strutturano le identificazioni. Nell’ adolescenza, quando l’Io è ancora fragile, le identificazioni di gruppo possono essere decisive. La dinamica del branco, la spettacolarizzazione digitale, la mancanza di figure adulte che nominino e riconoscano il disagio, creano un terreno in cui la frattura soggettiva può radicalizzarsi. La violenza diventa allora anche effetto di una rete simbolica che non ha saputo contenere o trasformare il conflitto.

Una risposta efficace non può limitarsi alla repressione esterna. Occorre intervenire sul piano simbolico: creare spazi dove il linguaggio possa nominare il disagio, potenziare la funzione riconoscente degli adulti, offrire mediazioni che riorganizzino le identificazioni. Interventi preventivi devono lavorare sulla rete di discorsi che costituiscono il soggetto: dalla formazione degli insegnanti alla gestione simbolica del conflitto, percorsi che permettano ai giovani di esprimere la propria frustrazione senza ricorrere all’atto, e una presenza adulta che non si limiti a punire ma sappia ascoltare e riformulare.

Ormai siamo all’emergenza, il tempo per ripensare la scuola e la famiglia sta per scadere.

Loading