Non piegarsi, l’ultima trincea

di Monica Piolanti

Viviamo in un’epoca di paradossi anestetizzati. Siamo immersi in una democrazia procedurale che celebra il diritto all’espressione mentre, nei fatti, restringe ferocemente i confini del pensabile attraverso un ritorno a logiche di controllo che sanno di vecchio. Il mondo attuale, dominato dall’algoritmo e dalla velocità del consumo, ha barattato la profondità della riflessione con l’efficienza della performance. In questo scenario, il dissenso non serve più reprimerlo col manganello: basta renderlo irrilevante, annegarlo nel rumore bianco della rete o, peggio, sanzionarlo in nome di un ritrovato ordine muscolare. La libertà è diventata uno slogan pubblicitario, mentre la scuola — che dovrebbe essere il luogo dove s’impara a respirare — rischia di trasformarsi nel braccio operativo di un sistema che non vuole cittadini critici, ma utenti certificati, flessibili e, soprattutto, mansueti.

Johann Wolfgang von Goethe scriveva: “Sempre resistere alle forze contrarie, non piegarsi mai”. Non è il consiglio rassicurante di un vecchio saggio da appendere al muro della presidenza; è una postura, un modo di stare al mondo. È il richiamo alla tua dignità di essere umano che, mentre tutto ti spinge ad appiattirti, decide di puntare i piedi e farsi scoglio. Oggi, nella nostra scuola, applicare questa massima è un atto rivoluzionario, quasi sovversivo. Perché le “forze contrarie” hanno mutato pelle: non sono più solo i tetti che crollano o gli stipendi che offendono la nostra professionalità; oggi il nemico è un’ideologia strisciante che ha ridotto la cultura a una voce di bilancio e l’insegnamento a una pratica di sorveglianza e punizione. Continua a leggere

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La riforma Valditara non esiste

di Monica Piolanti

L’aria che si respira nelle sale insegnanti e nei corridoi del Ministero, in questo inizio di 2026, è densa di una strana elettricità. Si parla di rivoluzioni, di “cambiamento epocale”, di una scuola che finalmente volta pagina. Eppure, grattando via la vernice fresca dei comunicati stampa e dei post sui social, la sensazione per chi la scuola la vive tra codici e dinamiche di classe è quella di un déjà-vu persistente. Tra il “dire” normativo e il “fare” pedagogico continua a scorrere un oceano di burocrazia che nessuna circolare sembra poter prosciugare. Mi rivolgo a voi con la franchezza di chi sa che la propaganda non ha mai pagato le bollette della didattica: quello a cui assistiamo è, purtroppo, molto rumore per nulla.

Diciamocelo chiaramente: la “Riforma Valditara” non esiste. Non nel senso che manchino i decreti – quelli abbondano e ingolfano le caselle email delle segreterie – ma nel senso che manca l’ossatura di una vera riforma organica. Osservo un assemblaggio di norme eterogenee che ricordano più un’operazione di restyling che una nuova architettura di sistema. Una riforma vera, come furono la Gentile o la Berlinguer (nel bene o nel male), sposta le fondamenta. Qui, invece, stiamo ridipingendo le pareti di un edificio che ha infiltrazioni strutturali mai risolte. Continua a leggere

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La crisi della democrazia e delle regole in Italia e nel mondo. Italia: dati vs opinioni

di Rodolfo Marchisio

Gallino, già tempo fa scriveva che la crisi attuale, nel frattempo peggiorata, è collegata a 3 fattori:

  1. La sconfitta della idea dell’eguaglianza (e della eguaglianza e del valore dei diritti e delle regole collegate aggiungerei).
  2. La morte del pensiero critico (e la impossibilità di essere correttamente informati, causa la industria delle Fake, la strategia della distrazione – Choamsky- sempre attive (anche l’intervento in Venezuela ne è parte) che portano alla rinuncia, al disinteresse, alla astensione dal giudizio e dal “prendere posizione” che è base della democrazia. Compresa la astensione dal voto ed il giudizio: “sono tutti uguali, non ci posso fare niente”).
  3. La vittoria della stupidità (alimentata dai social, dalla arroganza, dall’odio – Bauman, modernità liquida, assenza di valori solidi, anche se sbagliati – rifiuto della complessità e disprezzo della autorevolezza La fine della conoscenza e della competenza, Nichols – Anche perché oggi la rete da parola a tutti – Eco – ed 1 vale 1.

Questo ha a che fare con la crisi della democrazia, la violazione dei diritti e delle regole, col bullismo internazionale e nazionale a tutti i livelli, che è sotto gli occhi di tutti. Con la minaccia di conflitti e assenza di regole comunemente accettate. Con il golpe strisciante in atto nel nostro paese, dove ad es. il 31% dei cittadini vedrebbe di buon occhio un regime fascista e dove si sta modificando radicalmente la Costituzione, per rimanere al potere controllando tutto. In un regime non più veramente democratico si disprezza e dileggia l’avversario e ci si sottrae al dibattito, anche in Parlamento.
Proporrei, in base a ricerche ed inchieste di riflettere su questi temi, urgenti, su come e perché si sviluppano nel nostro paese e poi nel mondo. In base a dati non ad opinioni.

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Contrastare la violenza di chi è al potere è ancora possibile?

di Raimondo Giunta

Gli storici antichi narrano senza battere ciglio vicende di inaudita crudeltà, che hanno avuto come protagonisti, indistintamente o quasi, tutti gli uomini che avevano nelle loro mani le sorti di città e di popoli; sotto questo aspetto i fatti raccontati nella Bibbia e quelli raccontati dai grandi storici dell’antichità greco-romana non sono per nulla diversi. Si resta sbalorditi, senza parole, di fronte agli orrori che popolano la storia umana. La mancanza di pietas degli storici antichi ci dà una terribile ed efficace rappresentazione delle nefaste conseguenze che scaturiscono dalla lotta per il potere o dal desiderio di conquiste territoriali.

Diceva S. Weil: «Non c’è potere, ma soltanto corsa al potere e questa corsa è senza un termine, senza misura, per cui non c’è limite e misura agli sforzi che esige». La lotta per il potere finisce sempre per escludere ogni considerazione finalistica e per prendere il posto di tutti i fini. Lotta per il potere e soltanto per il potere. Questo ribaltamento tra mezzi e fini è insito, come suo inevitabile prodotto, nella volontà di potenza che spinge alle lotte per conquistare il predominio in una comunità o nel mondo.
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Andare oltre l’oblio, per non perdere la memoria del passato (e dei suoi orrori)

di Dario Missaglia

Forse, per comprendere la tendenza al tramonto della memoria, dovremmo capire fino in fondo il senso dell’oblio nelle vicende umane.

Su questo ha riflettuto a lungo Günther Anders, filosofo tedesco del Novecento, autore de Il sole di Hiroshima. In quel testo memorabile del 1958, a pochi anni dall’Apocalisse nucleare, Anders si interrogava su ciò che fosse accaduto nelle menti e nelle coscienze per rendere possibile dimenticare tutto. E vedeva drammaticamente proprio in questo una nuova distruzione, non meno terribile di quella avvenuta nell’agosto del 1945.

Il mistero dell’oblio. Mistero, perché fatichiamo a comprendere il meccanismo interiore che ci spinge a far prevalere il desiderio di cancellare quanto di peggio abbiamo vissuto. I pesi troppo ingombranti non ci aiutano a vivere: ci tormentano, ci esauriscono. E allora avanza la rimozione: cancellare l’evento tragico per andare oltre, certo, ma con il rischio di ricadere in tragedie analoghe.

È l’opposto della rielaborazione, della resilienza: riflettere sulla durezza dell’evento per capire come superare il trauma e costruire nuove condizioni affinché non si ripeta.
La rimozione individuale prepara e alimenta la rimozione collettiva (che a sua volta cresce producendo nuove rimozioni individuali). Questo processo è agevolato dal sistema produttivo dominante, che ha bisogno di continuare a produrre per continuare ad accumulare. Non può fermarsi, non può permettersi soste riflessive. Il suo mito è l’eterno presente, la leggerezza e la velocità del non-pensiero, il culto di sé.

La resilienza è innanzitutto un processo sociale. Per superare, anche a livello individuale, una grave difficoltà, serve uno slancio solidale, un impegno collettivo: è ciò che talvolta accade quando facciamo i conti con tragedie come alluvioni o terremoti. Se la politica coglie questa potenzialità e la valorizza, allora la possibilità di un cambiamento diventa reale. Diversamente, il processo regredisce e si spegne nel mutismo o nella disperazione individuale. Continua a leggere

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L’algoritmo non ci farà innamorare (o forse sì)

di Monica Piolanti

Cari colleghi, sediamoci un attimo idealmente tra i banchi, magari proprio in quegli ultimi posti dove il Wi-Fi prende meglio e lo sguardo dei nostri ragazzi si perde dentro uno schermo retroilluminato. Dobbiamo parlarci con franchezza, perché mentre noi ci affanniamo a spiegare ancora il valore immortale del “Passero solitario”, cercando di far vibrare le corde della sensibilità leopardiana, fuori – e dentro – le loro tasche sta avvenendo una mutazione antropologica silenziosa e spietata. È una rivoluzione che non possiamo più permetterci di ignorare o, peggio, di snobbare con la solita sufficienza nostalgica di chi crede che “ai nostri tempi fosse meglio”. Il problema non è il tempo che passa, ma lo spazio che si restringe: quello dell’anima.

Avete mai sentito parlare dell’“Abele digitale”? È un concetto che scuote le fondamenta della nostra pedagogia. È quella parte di noi, e dei nostri studenti, che rischia di surclassare definitivamente il “Caino reale”. Siamo di fronte a un processo in cui l’algoritmo non è più uno strumento, ma un sovrano assoluto che ha deciso di sostituirsi al destino, al caso e, purtroppo, alla necessaria fatica del corteggiamento. Leggendo le analisi di Yuval Noah Harari e incrociandole con i dati inquietanti emersi dagli studi Kaspersky su un campione di diciottomila persone in ventisette paesi, emerge un quadro che dovrebbe far tremare i polsi a ogni educatore: il 43% degli utenti delle app di dating dichiara di voler incontrare solo persone suggerite dall’algoritmo. Continua a leggere

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Fonti fotografiche: qualche considerazione sul loro uso didattico

di Andrea Pozzetta (*)

Che cosa può raccontare un’immagine fotografica? Molteplici sono gli aspetti e le riflessioni su cui possiamo soffermarci quando analizziamo criticamente una fotografia: il soggetto e l’ambiente riprodotto, l’eventuale presenza di una didascalia, il supporto materiale, l’identità del fotografo, della committenza, il contesto storico in cui il documento è stato realizzato, l’ente conservatore, il criterio di catalogazione… Sono tutti aspetti che divengono essenziali, soprattutto quando intendiamo considerare e analizzare una fotografia come fonte storica, come strumento, cioè, per interpretare e interrogare il passato.

Alcune considerazioni a partire da due iniziative della Casa della Resistenza di Verbania

Proprio la tematica dell’analisi critica della fonte fotografica è stata al centro, nel corso dell’autunno 2025, di alcune iniziative organizzate dalla Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce, rivolte in particolare all’aggiornamento professionale degli insegnanti. La proposta formativa è sorta dalla convinzione che l’analisi critica delle fonti fotografiche abbia una grande valenza didattica e che attorno ad essa sia possibile generare pratiche e riflessioni per sviluppare in classe il pensiero critico e una lettura maggiormente consapevole delle immagini, di cui oggi siamo sommersi, sia online che offline.

Il convegno internazionale Sguardi e racconti. Narrare e rappresentare la storia delle resistenze attraverso la fotografia e il successivo incontro Storia e memoria della Resistenza in classe hanno così tentato di gettare le basi per il consolidamento di una comunità di apprendimento professionale sulla didattica della storia a partire da una riflessione sull’utilizzo e sulla corretta interpretazione delle fotografie della Resistenza. Dagli interventi dei numerosi relatori, dai materiali da loro messi a disposizione, dai dibattiti e dalle discussioni collettive sono emerse numerose riflessioni sull’uso didattico delle immagini fotografiche: un utilizzo che, di fronte alle sfide e alle opportunità della digitalizzazione (e di fronte all’esplosione del fenomeno dei fake), deve essere sempre più consapevole e informato ai rischi che essa comporta.

Come è stato osservato durante gli incontri formativi, la ricerca storica si avvale delle fotografie (e in generale delle fonti iconografiche) da minor tempo rispetto alle fonti scritte. A lungo, infatti, le immagini sono state utilizzate esclusivamente come strumenti di corredo, come materiale utile ad arricchire apparati aggiuntivi rispetto ai testi, con una funzione quasi esclusivamente decorativa. Ancora oggi, poi, le immagini sono spesso impiegate per “alleggerire” una narrazione e come generica illustrazione, anziché come strumento di interpretazione del passato, da interrogare e da contestualizzare. Esempio di questo utilizzo distorto sono i manuali scolastici di storia: quasi tutti ricchissimi, oltre ogni misura, di immagini; immagini prive, però, di fonti, indicazioni di provenienza, dati di contestualizzazione.

D’altra parte, numerose relazioni presentate durante il convegno internazionale di ottobre hanno fatto emergere quanto una fotografia (soprattutto prodotta in un contesto di guerra) possa essere una fonte ambigua e problematica. È diffusa, ad esempio, la percezione per cui una fotografia sia di per sé una testimonianza del “vero” o espressione pura di autenticità. Si tratta di un’impressione da sfatare che sorge, forse, da un altro luogo comune che vedrebbe la fotografia come prodotto meccanico e impersonale. Tutto ciò deve essere riconsiderato. Fondamentale, infatti, è sempre stata la soggettività del fotografo che, attraverso la macchina e dietro di essa, trasmette una visione del mondo, una cultura, una richiesta da parte di un committente. Un fotografo, spesso, sceglie che cosa riprodurre e che cosa non riprodurre, quando riprodurlo, dove, come. La fotografia è perciò espressione di un punto di vista, è una fonte parziale, tutt’altro che oggettiva. Come poi la storiografia sulla Resistenza ha dimostrato, un’immagine fotografica può essere frutto di ricostruzioni, di messe in scena. Di più: una fotografia può essere manipolata, decontestualizzata, strumentalizzata per usi politici e propagandistici. L’odierno dominio delle immagini sui mass media ci espone totalmente a questo quotidiano rischio di usi, abusi e strumentalizzazioni.

Tutto ciò significa che esistono fotografie “vere” e fotografie “false”? Come è emerso dagli incontri didattici, in realtà, non esistono fotografie false, poiché di per sé un’immagine fotografica non è mai falsa. Possono esistere, piuttosto, ricostruzioni, manipolazioni e decontestualizzazioni, le quali ci possono comunque dire moltissimo sul contesto in cui sono state create, dei messaggi che hanno voluto trasmettere, della cultura del fotografo o del committente. Anche la propaganda comunica qualcosa e persino un’immagine fortemente manipolata mantiene un fondamentale e insostituibile carattere documentale. Ciò che è necessario, dunque, è individuare quando un’immagine ha subito manipolazioni o quando si presta a facili strumentalizzazioni. L’utilizzo didattico delle fotografie, insomma, deve sempre partire dalla considerazione che queste sono fonti ambigue, che necessitano di competenze e di capacità di analisi critica per essere interrogate in modo adeguato.

Tutte queste riflessioni di ordine metodologico sono state affrontate a partire dal caso delle fotografie delle resistenze e, in particolare, della Resistenza italiana. Sono state analizzate, così, le diverse tipologie di produttori di immagini (i partigiani, gli Alleati, i nazifascisti) e di fotografi (professionisti o occasionali), le diverse fasi in cui i fotografi hanno operato (i momenti iniziali della Resistenza, l’insurrezione, la liberazione), i diversi obiettivi che essi si sono posti. Sono stati presentati, poi, alcuni giacimenti archivistici, come il patrimonio fotografico conservato negli istituti storici della Resistenza. Ne è emersa una realtà sfaccettata, con numerose e diversificate rappresentazioni, in cui si sono anche inserite logiche di mercato e di uso pubblico. Parallelamente, sono stati presentati anche esempi di buone pratiche per un utilizzo didattico di questo materiale, tra ricerche e realizzazioni di progetti che hanno connesso scuole e cittadinanza locale. È stato inoltre presentato il nuovo portale online della Casa della Resistenza (https://archivi.casadellaresistenza.it) attraverso cui è possibile consultare parte del patrimonio documentale digitalizzato, con fonti fotografiche che raccontano la storia del movimento partigiano sul territorio del Verbano Cusio Ossola, nonché banche dati, percorsi tra le fonti, bibliografie e risorse.

È emerso come lo studio critico delle fonti fotografiche e la comparazione tra diverse fotografie possano offrire grandi opportunità, poiché attraverso le buone pratiche di analisi delle fonti iconografiche è possibile raggiungere alcuni fondamentali obiettivi didattici: favorire la lettura consapevole delle immagini, innanzitutto; imparare a cercare informazioni sul contesto in cui le immagini sono state create e a lavorare su di esso; ragionare sugli eventuali o potenziali usi, manipolazioni, decontestualizzazioni. Si tratta, in sostanza, di concentrarsi non solo sullo scatto fotografico in sé, ma sul significato, sul contesto, su tutto quello che c’è attorno ad esso.

(*) referente scientifico della Casa della Resistenza di Verbania

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Guerra e pace: anche le scuole di Ivrea aderiscono all’iniziativa del MCE

L’iniziativa “Lettere di pace” promossa a livello nazionale dal Gruppo Educazione alla Pace del Movimento di Cooperazione educativa e diffusa sul territorio dalla associazione Gessetti Colorati ha coinvolto centinaia di bambini e bambine delle scuole primarie e dell’infanzia dell’eporediese.

Quello che qui proponiamo è il lavoro realizzato dagli alunni della classe IV Don Milani di Ivrea.

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Guerra e pace: le “ragioni” dell’intervento militare

Che gli esiti di un nuovo conflitto mondiale sarebbero devastanti per tutti è un fatto assolutamente certo.
Nonostante questo i venti di guerra continuano a soffiare.
Perché accade questo?
Marco Guastavigna ha provato a chiederlo alla IA, ed ecco il risultato.

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Fatti foste a viver con l’AI

di Marco Guastavigna

Abbiamo un po’ trascurato l’amico tuttofare-purché-in-digitale Peter O’Tool, che si rifarà però vivo al più presto.

Inauguriamo il nuovo anno presentando invece un fine intellettuale, organico ai tempi, l’eminente ed emerito professor Fuffologus Maximinux, autore di un famoso best-seller.

Cliccando sulla copertina si può raggiungere la nostra istruttiva ricostruzione della genesi di questo caposaldo ontologico, epistemologico, tassonomico ed etico a proposito di AI, squisitamente rappresentativo di molte delle opere che vanno per la maggior nel BelPaese.

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