Dalla tirannia del voto ad una democratizzazione del processo valutativo

di Monica Piolanti

Il dibattito sulla valutazione scolastica si colloca oggi in una fase di acuta e ineludibile crisi valutativa, un crocevia critico tra le istanze di trasparenza e rendicontazione della società e le necessità intrinseche di un apprendimento autenticamente significativo. Nell’attuale paradigma educativo, ossessionato dalla prestazione misurabile e da ranking internazionali, il voto numerico non è semplicemente uno strumento burocratico, ma è assurto a una vera e propria istituzione sociale che riflette e amplifica le pressioni esterne sul sistema.

L’attualità ci impone di superare la dicotomia sterile tra valutare e misurare, riscoprendo il profondo afflato etico che dovrebbe permeare ogni atto valutativo. La scuola, in un’epoca di rapidi mutamenti sociali e tecnologici, non può permettersi il lusso di perpetuare pratiche che compromettono il benessere emotivo e la genuina curiosità intellettuale degli studenti. L’analisi rigorosa dell’impatto dei voti rivela una serie di effetti iatrogeni non trascurabili, veri e propri pericoli che minano l’ecosistema educativo.

In primo luogo, l’enfasi esclusiva sul voto promuove in modo pervasivo la motivazione estrinseca, spostando il focus dall’amore intrinseco per il sapere al conseguimento del risultato numerico. Lo studente non si chiede più cosa ha appreso, ma quanto vale il suo apprendimento in una scala decimale o letterale, riducendo la complessità del processo cognitivo a un’unica e sintetica etichetta.

Questo determina un apprendimento superficiale e strategico, spesso limitato alla memorizzazione a breve termine e funzionale alla verifica, a discapito dello sviluppo di competenze metacognitive e di transfer duraturo. Il voto, inoltre, ha un impatto profondo sulla percezione di sé dello studente, innescando meccanismi di ansia da risultato e paura del fallimento che possono sfociare in fenomeni di burnout precoce e auto-sabotaggio. L’utilizzo di un numero singolo, spesso percepito come oggettivo e definitivo, ignora la multidimensionalità dell’intelligenza e l’unicità del percorso di crescita, contribuendo a un sistema di etichettamento che rischia di tradursi in una profezia che si autoavvera. Continua a leggere

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Valutare senza voti si può e le norme lo consentono

di Giulio Iraci

In alcuni recenti post su Facebook Max Bruschi, esperto di legislazione scolastica, ha chiarito le modifiche introdotte dal DPR 135/2025 al “Regolamento recante valutazione del secondo ciclo di istruzione”.
Tra le novità, ce n’è una particolarmente rilevante per chi insegna (e per chi apprende).

Il nuovo decreto, all’art. 4 comma 1-bis, stabilisce infatti che la «valutazione periodica e finale […] è espressa in decimi», con ciò ribadendo la libertà di valutazione in itinere per la scuola superiore già riconosciuta per la primaria e per la secondaria di primo grado dalla legge 150/2024.
Sul punto Bruschi è categorico: «La valutazione in itinere e l’adozione o non adozione del voto per le singole prove resta affare del docente. Nessuno può imporre l’adozione del voto nelle prove in itinere».

Valutare in itinere senza voti dunque non è un’eresia pedagogica, il capriccio di qualche docente: è un diritto professionale.
Eppure su questo punto specifico, e sulla valutazione in generale, permane molta confusione.

Voti e valutazione

Può sembrare sorprendente, ma tra le questioni scolastiche meno conosciute c’è proprio quella che più incide sulla vita delle studentesse e degli studenti: la valutazione.
Chiunque di noi ne ha avute decine, in alcuni casi centinaia; ma sapremmo spiegare, ad esempio, la differenza tra valutazione e voto? La risposta, in molti casi, è no.
Eppure saperlo è importante, perché da ciò possono dipendere molti aspetti della vita scolastica (e non solo).

Il voto è una comunicazione sintetica, che traduce in numeri o parole l’esito di un percorso di apprendimento. Il termine valutazione invece ha un significato più ampio e può riferirsi sia al voto sia al processo per giungere all’esito di quel percorso.
Come insegna la docimologia, il voto è soltanto uno dei modi con cui si valuta, non la valutazione stessa. Continua a leggere

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Uno sfregio al sacro rito della Maturità

di Giovanni Fioravanti

Non sono capace di celebrare l’esame di “Stato” né tanto meno quello di “Maturità” come il ministro Valditara promette di tornare a chiamarlo.  Non amo i riti di passaggio che considero una esclusiva tribale. Non mi piacciono gli adulti che stabiliscono cosa sia positivo o negativo per i giovani, che sentenziano che mettersi alla prova aiuta a formare alla vita.

Specie se questi adulti politicamente e professionalmente si occupano di scuola e non hanno alcun pudore nel manifestare la loro mancanza di equilibrio e di razionalità nel relazionarsi con le condotte, per loro sempre sorprendenti, dei giovani.

Persistono nell’assurda reazione di punire l’impegno nell’apprendimento a causa di un comportamento riprovevole, inaugurata con l’introduzione del cinque in condotta e della conseguente bocciatura.

Ti castigo nell’apprendimento dove invece meriteresti, anziché  a conseguenza dei tuoi comportamenti per i quali hai demeritato, finendo per penalizzare una buona condotta al posto di quella oggetto di riprovazione. In questo modo gli adulti educatori della scuola riescono a toccare il vertice dell’assurdità, pretendendo semmai che i giovani poi comprendano la lezione impartita. Ti avvilisco, non riconosco le tue capacità, i tuoi risultati, ti umilio, ti abbasso, ti faccio ripetere l’anno, come se questo potesse migliorare il tuo comportamento anziché inasprirlo, con quale nesso logico resta inesorabilmente inspiegato. Continua a leggere

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Sii maturo, ma a modo mio: i “consigli” di Valditara in stile Foucault

di Aluisi Tosolini

In queste settimane è montata una ben strana discussione, nata a partire dal rifiuto di pochissimi studenti che al colloquio dell’esame di stato si sono rifiutati di parlare / rispondere alle domande dell’attonita commissione, motivando questa scelta come una protesta nei confronti della scuola stessa e del suo modo di (non) considerare gli studenti. Tutta presa da miti tardo performativi aziendalisti, quando non da teorie del tipo “per apprendere occorre soffrire”. Quale è stata la risposta del mondo della scuola di fronte a queste scene? Mi pare che le varie risposte possano essere racchiuse in alcuni “idealtipi”.

  1. Docenti (e altri attori vari del mondo scolastico) attoniti. Non capiscono il senso della protesta. Capiscono però che si tratta di un modo per dire che il loro lavoro viene svalutato. Alcuni alzano le spalle e se fregano (posizione tra le più diffuse nel mondo della scuola, non fosse altro che per istinto di sopravvivenza), altri si incazzano (dopo Trump il termine mi pare sia stato definitivamente sdoganato) e (sui social) dicono ai ragazzi e alle ragazze che l’esame è una cosa seria, mica come un like sui social.
  2. Docenti (pochi) e commentatori vari (psicologi, antropologi, educatori vari, oppositori del Valditara pensiero) plaudono alla scelta dei ragazzi ma in sostanza degli stessi se ne fregano perché a loro interessa mettere in evidenza che la scuola fa un po’ schifo e che la colpa, ovviamente, è di chi fa il ministro dell’istruzione e dei suoi accoliti
  3. Docenti (pochissimi) e commentari vari (in numero altrettanto esiguo) che dicono: e se provassimo ad ascoltarli, questi ragazzi? Magari capiremmo qualcosa di più. Magari non saremo d’accordo ma dovremmo comunque ascoltarli. Proviamo a sentire la loro voce, il loro vissuto.
  4. Il ministro Valditara e l’On Sasso (più tutta una schiera di giornali amici, seguaci vari, esperti a saltare sul carro del vincitore, come ha fatto persino uno dei sindacati dei dirigenti che rivendica a ogni piè sospinto l’autonomia) hanno invece pensato – geni – che la soluzione è semplice: basta cambiare legge sugli esami di stato così da poter bocciare chi fa scena muta (meglio: chi si rifiuta) al colloquio. La legge attuale, infatti, porta necessariamente al superamento dell’esame di stato se si arriva al colloquio con già 60 o più punti acquisiti con curriculum e due prove scritte. Sulla fattibilità di una simile norma ha già scritto stupendamente Reginaldo Palermo su Tecnica della scuola e rimando ai suoi interventi (link1, link 2). Discuto invece qui seguito non tanto il tecnicismo con cui il ministro cercherà di risolvere la questione quanto il senso profondo della sua posizione.

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Amarcord, dai voti alla scheda, ai giudizi descrittivi. E adesso?

di Monica Piolanti

Ricordo che, quando entrai in ruolo all’età di 20 anni nel lontano settembre 1983, compilavo e tenevo aggiornata la scheda personale dell’alunno contenente notizie sul bambino, sulla sua partecipazione alla vita della scuola, nonché le osservazioni sistematiche sul suo processo di apprendimento e sui livelli di maturazione raggiunti (Legge n. 517 del 1977).
Si trattava di una soluzione innovativa alternativa, davvero rivoluzionaria, a quei tempi, a quella che era la pratica valutativa tradizionale. Ricordo ancora i lenzuoli cartacei da riempire per iscritto con stile   amanuense e una pazienza certosina.  Nel susseguirsi degli anni la valutazione continuò ad essere oggetto di studio e di approfondimento da parte mia poiché mi rendevo conto che questo tema così importante, nonostante le varie modifiche ed introduzioni legislative, rimaneva nel mondo della scuola la “Cenerentola tanto bistrattata”.
Ogni volta che mi si presentava una qualche novità ministeriale in campo valutativo mi ci buttavo con anima e corpo pensando che quella fosse veramente un’occasione di crescita professionale; mi mettevo in gioco, ci credevo, e spendevo tutte le mie energie migliori per rivedere il modo di fare valutazione e il concetto stesso di valutazione nell’ottica del miglioramento. Continua a leggere

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Si chiama Esame di Stato e…

di Marco Guastavigna

… abbiamo raccolto un po’ di contributi degli accrocchi di intelligenza artificiale generativa alla liturgia di celebrazione dell’evento.

  1. ChatGPT agli studenti

🎓 Ragazzi, in bocca al lupo per l’esame di Stato! Ecco i miei consigli sintetici:

🧠 Ripassate con metodo – focalizzatevi su ciò che conta davvero, non tutto ha lo stesso peso.

📝 Simulate le prove – scrivere aiuta a chiarire idee e gestire i tempi.

📚 Siate trasversali – collegate discipline e attualità: fa la differenza.

😌 Gestite l’ansia – dormite, respirate, e ricordate: non è un giudizio su chi siete.

🗣️ Durante l’orale, parlate – meglio una riflessione imperfetta che il silenzio perfetto.

💡 Mostrate pensiero critico – non recitate, ragionate.

Ce la potete fare. E anche bene. 💪

Ecco due slogan motivazionali pensati per chi affronta l’esame di Stato:

🧭 “Non dimostrare quanto sai, ma chi sei quando pensi.”
(per incoraggiare la riflessione personale)

🔥 “L’esame è un ponte, non un giudizio: attraversalo a testa alta.”
(per ridimensionare la pressione e guardare avanti)

  1. ChatGPT agli insegnanti
  2. 🎓 Care e cari docenti,
  3. non temete i chatbot durante le prove scritte: non sono il nemico. Ecco perché:
  4. 🧠 Il pensiero non si copia – Un testo generato può offrire spunti, ma non sostituirà mai l’intelligenza viva di uno studente che sa rielaborare, collegare, sorprendere.
  5. 📌 Le prove ben costruite smascherano l’automatismo – Domande autentiche, con riferimenti concreti al percorso svolto in classe, rendono inefficace l’uso pedissequo dell’IA.
  6. 🎭 L’originalità non è simulabile – Chi copia da un chatbot resta piatto. Chi ha pensato con voi, invece, brilla per voce, stile e profondità.
  7. 📚 L’esame valuta un cammino – Un elaborato non è che un frammento: lo sguardo dell’insegnante riconosce il passo di chi ha davvero camminato.
  8. 💬 Dialogare con l’IA non è barare – Se uno studente ha imparato a usarla criticamente, ha acquisito una competenza in più, non in meno.
  9. In fondo, la vera sfida non è evitare le scorciatoie, ma rendere il viaggio troppo interessante per volerle prendere.

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Nuova perla dal ministero dell’istruzione: il voto in condotta e le sue conseguenze sull’Esame e di Stato

di Cosimo Quero

Cosa prevede l’ordinanza per lo svolgimento dell’Esame di Stato? Il voto in condotta può pregiudicare la “maturità degli studenti”? Qual è il senso nascosto dell’ordinanza emessa dal ministro Valditara?

L’ordinanza per lo svolgimento dell’esame di Stato, secondo una legge approvata lo scorso anno, prevede:

• Solo chi avrà ottenuto un voto pari o superiore a 9 in condotta potrà conseguire il punteggio più alto agli esami.
• Chi ottiene 6 in condotta dovrà discutere un elaborato di cittadinanza attiva e solidale assegnato dal Consiglio di classe.

• Se uno studente ha un voto in condotta inferiore a 6, non verrà ammesso alla maturità.

Diciamo subito che non vi è relazione fra condotta sanzionata e ammissione agli esami.

Le sanzioni “giuste”, fondate sul piano educativo, con “comprensione del valore formativo” e ravvedimento, quando opportunamente emendate con comportamenti “riparativi” e comprese nella loro necessità, con risarcimento e restauro dei danni provocati, non possono né debbono giustificare una “scuola della paura”, autoritaria, escludente, incostituzionale.
L’ordinanza Valditara, invece, rappresenta una stretta sul voto in condotta, uno strumento punitivo, non educativo, con palese confusione tra condotta e profitto.

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La valutazione dei dirigenti scolastici, ma per valutare cosa?


di Stefano Stefanel
Qualche giorno fa improvvisamente la piattaforma FUTURA, 4.0 che registra tutti i corsi che si stanno svolgendo in Italia in attuazione del PNRR.ISTRUZIONE, ha introdotto un assurdo filtro che ha fatto per qualche giorno diventare le procedure di gestione complicate, lunghe, inutilmente burocratizzate. Nelle chat dei dirigenti scolastici è partita una serie di post di protesta che sono andati avanti per un paio di giorni finché il MIM non ha fatto marcia indietro. Sempre più spesso le chat dei dirigenti e i post sui vari social stigmatizzano la burocrazia oppressiva: tutto questo rientra nella logica propria dei social che sono molto più facilmente attivabili per indignazione, piuttosto che per proposta. Cioè, se noi ci indigniamo di qualcosa abbiamo audience sui social, se proponiamo qualcosa cadiamo nel dimenticatoio. Dal punto di vista dei contenuti l’idea ministeriale di inserire un filtro nella piattaforma era peregrina e burocratica oltre che inutile e le proteste logiche. Quindi nulla da segnalare.

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Il voto: un oggetto nazional-popolare

di Giancarlo Cerini

Prima e dopo il voto, dentro e fuori la scuola

Le vicende di questi mesi in materia di valutazione (come il ripristino del voto in condotta e il ritorno dei voti numerici nella scuola di base, aboliti nel lontano 1977) segnalano un rapporto difficile tra le esigenze “interne” degli addetti ai lavori e le aspettative “esterne” della società. Ormai sembra che i valori che ispirano coloro che operano all’interno della scuola (pensiamo alle idee di inclusione, accoglienza, pari opportunità, solidarietà) siano assai lontani dalle tendenze della società civile (ove sembrano prevalere l’affermazione dell’individuo, la competizione, il successo). Anche la questione del voto (e più in generale della valutazione a scuola) non sfugge a questo dilemma. Chi sta a scuola, soprattutto in quella dell’obbligo, è legato ad una prospettiva di valutazione formativa, orientata a riconoscere e valorizzare l’apprendimento, piuttosto che a giudicarlo e sanzionarlo. Questi principi pedagogici stanno scritti anche nel testo delle Indicazioni per il curricolo del 2007 (e nelle linee guida del nuovo obbligo scolastico). In poche righe si delinea un coerente sistema, dall’osservazione diagnostica alla valutazione in itinere e a quella sommativa, con il preminente obiettivo di stimolare il miglioramento continuo degli allievi e di regolare l’iniziativa didattica degli insegnanti. Questa filosofia si estende anche all’azione della scuola e del sistema educativo nel suo complesso.

La valutazione, in sintesi, è finalizzata ad introdurre elementi di riflessività in tutti gli attori del sistema, a partire da insegnanti e allievi, per consentire loro di prendere decisioni a “ragion veduta”.

Dall’esterno, invece, proviene una spinta diversa, quella del controllo, della verifica, del rapporto costi/benefici, della tenuta del sistema, riassumibili nella domanda “quanto mi costi, quanto mi rendi?”. Sono istanze che risalgono all’introduzione dell’autonomia, alla legge 59 del 1997, là ove si ricorda che la scuola che gode di autonomia è tenuta a “render conto” della propria produttività culturale. Oggi la rendicontazione sociale (c.d. accountability) è ormai il cardine fondamentale di ogni sistema valutativo, capace di coniugare l’esigenza di trasparenza verso l’esterno, di affidabilità e leggibilità dei dati, di feed-back indispensabile per la scuola (che non può chiudersi a riccio nell’autoreferenzialità delle sue pratiche autovalutative).

Domande impegnative, ma indispensabili

Ma che cosa si valuta? Quali sono gli “oggetti” della valutazione? Tutto è misurabile o nulla è misurabile? C’è il rischio che l’apprendimento sia visto come una scatola nera inespugnabile, che ci si debba limitare a rilevare qualche prestazione/abilità parziale e visibile, mentre le competenze sarebbero condotte della persona ben più profonde, che chiamano in gioco risorse non solo cognitive, ma affettive, sociali, emotive (e quindi assai difficili da descriver, standardizzare, certificare). Da un lato occorre rifuggire da una idea naturalistica dell’apprendimento (a quel punto dove starebbe il valore aggiunto dell’istruzione a scuola, il guadagno di ciascuno rispetto al proprio punto di partenza?), ma anche dalla facile semplificazione che impoverisce la ricchezza dei processi di conoscenza a mere prestazioni comportamentali.

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Valutazione sommativa e in itinere: funzioni diverse, strumenti diversi

di Cristiano Corsini

 

Il dibattito sulla valutazione scolastica, sui voti e sulla media aritmetica (aritmetica, non matematica) tradisce un ragguardevole livello di fraintendimento dei termini impiegati. Questo fraintendimento, che talvolta riguarda anche gente che nella scuola lavora, è sintomatico del fatto che troppo spesso le pratiche didattiche sono governate da luoghi comuni e stereotipi più che da reali competenze. In poche parole, talvolta a scuola certe cose si fanno così perché “si è sempre fatto così” e tanto basta.
In questi ultimi mesi ho visitato decine di scuole e dialogato con centinaia di docenti, studenti, famiglie. Condivido con voi le domande che mi sono state poste più frequentemente e le risposte da me fornite.

I voti sono obbligatori ?
I voti sono obbligatori sulla scheda. Dalla scuola primaria in su, per ogni ambito disciplinare è obbligatorio un voto (numerico o non numerico) sulle schede di fine bimestre/trimestre/quadrimestre (valutazione periodica) e sulle schede di fine anno (valutazione finale).
Questo perché il voto sin dalla sua nascita ha una funzione rendicontativa/classificatoria. Infatti, il voto è una sintesi ordinale della valutazione: è sintetico e classificatorio. Non dice nulla sull’apprendimento ma consente di posizionare studentesse e studenti entro una graduatoria. Continua a leggere

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