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Terza settimana di scuole chiuse. La scuola della vicinanza

arcobalenodi Raffaele Iosa

Inizia stamattina la terza settimana, in qualche regione la quarta, di scuole chiuse. Il corona virus imperversa. Ai nostri ragazzi tocca non solo stare a casa da scuola ma anche stare a casa e basta. Questo isolamento e assenza dalle strade quotidiane costa molto a noi ma ancora di più a loro.

E più si va avanti nel tempo più costerà. Ma anche insegnerà nuovi e antichi valori dell’esistenza, come il dolore, la speranza, la resilienza assieme alla rabbia, alla noia, all’anomia.

In questo periodo sono tornato a modo mio a lavorare: decine di messaggi fb, molte telefonate, ho letto l’iradiddio di idee, visto materiali i più vari mandatimi da insegnanti. Detesto questa maledetta pensione che mi vorrebbe “in quiescenza”. Quindi fin che posso parlo e scrivo, appassionato dallo straordinario (inatteso e unico nella storia) evento collettivo di apprendimento sul campo che la grandissima parte degli insegnanti sta facendo per rispondere all’emergenza, inventandosi cose di tutti i colori per salvare una relazione con i loro bambini e ragazzi. Uno slancio pedagogico vero, che rende questa fase opposta rispetto alla tradizione: impariamo facendo non ascoltando, lavoriamo più che a scuola, non riusciamo a levarci via l’assenza. Di loro.

 
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Questa fase richiede fantasia e passione, e non “linee guida”

maestradi Raffaele Iosa

Da vecchio maestro quasi settantenne (quindi costretto a filare la lana in casa) mando un grosso bacio simbolico (non si può baciare!) tutti i PRESIDI, tutte le MAESTRE, le PROF, gli EDUCATORI che in tutti i modi virtuali e di varia fantasia (fino ai piccioni viaggiatori) stanno agendo attivamente per tenere in tutti i modi un qualche rapporto con i loro bambini e ragazzi.
Prima ancora del modo, prima ancora dei contenuti, il valore grande di questo impegno è offrire LA VITA ai loro alunni, la RELAZIONE umana continua ai loro alunni a casa in un periodo che non è vacanza ma di difficile e inquietante fase sociale, in un momento in cui la natura oscura sembra attentare alla nostra umanità e libertà. Non lasciare soli i ragazzi è essenziale. È pedagogia pura. Trovo disdicevoli e ridicoli i rancorosi proclami di insegnanti contrari a qualsiasi cosa si faccia con mille scuse para sindacali di pessimo gusto corporativo. Quelli che chiedono solo i commi bizantini, mentre i loro bambini e alunni hanno bisogno di sentire che li pensiamo, che li vogliamo, che ci dispiace non stare fisicamente con loro. Che queste “vacanze” non ci piacciono. Ci vuole solidarietà educativa vera. Che sia col computer, col telefono, col piccione viaggiatore va bene tutto.
E non servono “linee guida” del MIUR (ovviamente concertate coi sindacati) che dicano cosa sì e cosa no fare. L’epoca chiede fantasia e passione per una straordinaria solidarietà, non regole da pattume burocratico.

Meno bistecche, più bambini

bimbo_leggedi Raffaele Iosa

I principi inglesi Harry di Windsor e Meghan hanno deciso di avere solo 2 figli per ridurre i cambiamenti climatici. A quanto pare anche i reali sono suggestionati da teorie pseudo scientifiche anglosassoni per cui più bambini nascono più aumenta il CO2 che riscalda la terra. E con loro c’è anche l’ex ministro Labour (!!!) della sanità. D’altra parte già Jonathan Swift, l’autore dei Viaggi di Gulliver,  nel ’700 propose di mangiare i bambini per contrastare la carestia delle isole britanniche.  Merita riflettere sulla pazzia “scientifica” di alcune teorie. Continua a leggere

Pedagogia dell’inclusione o dell’imperfezione?

di Raffaele Iosa,  già dirigente tecnico del Miur

Il declino dell’inclusione

E’ in corso da tempo una crisi strutturale di ciò che nel sociale e nelle politiche educative abbiamo per anni chiamato inclusione. Sarà per l’ età, ma pur essendo il sottoscritto per natura ottimista, vedo fenomeni macro e micro tali da poter dire che l’inclusione sembra oggi solo un benevolo mantra ripetitivo di un quasi-nulla concreto, nonostante buone eccezioni. Ho sempre pensato che il destino delle persone con disabilità, come dei poveri, come di chi non rientra nel mainstream, dipende dalla più vasta ideologia che connota una società. Che oggi non è inclusiva.

Prendo largo il pensiero su come sta l’inclusione scolastica (pur con le azioni di qualità sempre più rare) perché mi pare che la crisi non sia organizzativa né di un buon o cattivo decreto, e neppure di finanziamenti o di leggi, ma nel clima complessivo di un’epoca. Che oggi dice chiusura e non apertura. Restando alla scuola, leggo per esempio di soloni che sgridano la scuola perché boccia poco, di accademici che fanno l’apologia della lezione frontale, di nostalgici del latino, di insegnanti intolleranti verso gli alunni, di genitori violenti verso gli insegnanti.

Dominano nel mondo i muri, la paura dell’altro, l’egocentrismo identitario. Le parole sono cattive, le invettive riempiono i social, il mondo è fatto di nemici. Non è sufficiente dire che la “crisi” di solidarietà sia un fatto solo economico, c’è di più: tornano i lupi. E anche a scuola tornano i lupi.

Un piccolo esempio. Mi occupo da anni, pur in pensione, di “bambini cattivi”, cioè quei bimbetti di 5/7 anni che menano i compagni, che non stanno mai fermi, antipatici e rumorosi. La clinica li incasella come “oppositivi provocatori” e gironzolano tecniche comportamentiste per contenerli come fossero i piccioni di Skinner. Eppure ogni bambino cattivo è diverso dagli altri e ha qualche dote. In un recente caso ho dovuto contenere l’ira dei genitori (gli altri) senza alcuna etica né pietà, capaci solo di chiedere un carceriere a tempo pieno e l’applicazione del Regio Decreto del 1928 fino all’ espulsione. Giuro: 20 anni fa non era sempre così. E’ cambiata l’aria prima che la scuola.

Nel breve di questo testo, vediamo le priorità critiche del presente, nello sguardo complessivo. Continua a leggere