Educare all’interiorità

di Monica Piolanti

In un’epoca segnata da un’accelerazione tecnologica senza precedenti, l’umanità si trova a varcare una soglia che non è solo tecnica, ma profondamente ontologica. L’intelligenza artificiale non è più una promessa del futuro o un confinato strumento di calcolo; è diventata il tessuto connettivo della nostra quotidianità, un’architettura invisibile che modella i nostri desideri, orienta le nostre scelte e ridefinisce i confini della nostra identità. La cronaca recente, dominata dallo sviluppo vertiginoso di modelli generativi capaci di sostituire l’uomo in compiti intellettuali complessi, ci pone dinanzi a un interrogativo ineludibile: cosa resta dell’umano quando la macchina imita perfettamente la sua capacità logica e creativa? Se un algoritmo può scrivere una poesia o diagnosticare una malattia, dove risiede oggi il valore insostituibile della nostra presenza nel mondo? La risposta a questa sfida non può risiedere in una chiusura nostalgica né in un entusiasmo acritico, ma richiede la fondazione di una «Nuova paideia». Si avverte l’urgenza di un progetto educativo che non si limiti a fornire competenze digitali — ormai rapidamente deperibili — ma che si radichi in una dimensione che nessuna stringa di codice potrà mai colonizzare: l’interiorità. È qui, nel nucleo silenzioso del sé, che si gioca la partita per la libertà e la dignità dell’essere umano nel XXI secolo. Continua a leggere

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Crescere con mamma e papà

di Monica Barisone

STARE NELLA RELAZIONE PER IMPARARE E PER INSEGNARE

Passeggiando in prossimità di un parco, qualche tempo fa, ho notato due carrozzine, due mamme che chiacchieravano camminando l’una accanto all’altra ed ho potuto immaginare i due bimbi o bimbe addormentati al calduccio del loro accogliente contenitore a ruote. Quel parco è solitamente frequentato da persone che si allenano o che portano a spasso il proprio cane. Ho recuperato poi, con piacere, altri ricordi recenti analoghi e ho sperato con tutto il cuore in una inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni.

Viviamo in un’epoca in cui, a fronte di una denatalità cronica, abbiamo assistito ad un incremento significativo dei nuclei con un cucciolo d’animale da compagnia. Alcuni studi affermano che tra i due fenomeni esiste una correlazione, o meglio che si stia verificando uno spostamento di competenze e bisogni relazionali, nonché di energia emotiva, sul rapporto con gli animali domestici anziché sugli umani.

Altre ricerche (E. Kubinyi, 2025) interpretano questi dati in termini di ‘trasformazione delle reti sociali’, cioè, più che di sostituzione, del dover sopperire a relazioni umane ‘danneggiate o assenti ’, del poter rispondere in qualche modo al bisogno profondo di accudire ed essere accuditi. Il fatto, poi, che allevare il proprio figlio sia divenuta una esperienza solitaria, senza il supporto della comunità parentale, che tali reti si siano rotte o siano troppo lasche, può far sì che le persone avvertano il rischio di solitudine nell’esperienza educativa.
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Dalla motivazione intrinseca di Bruner al Magister delle Indicazioni Nazionali 2025

di Cinzia Mion
Con il superamento del neo-comportamentismo che puntava sulle “motivazioni estrinseche” (votazione numerica, competitività, pensiero riflettente: restituzione del libro di testo o della lezione del docente) si afferma la psicologia cognitiva, la cui strada fu aperta da Bruner. Si privilegiano così non solo i prodotti ma assumono maggiore rilevanza i “processi cognitivi”, soprattutto quelli complessi (soluzioni di problemi, apprendimento per “scoperta”, strategie di memoria e di studio, metacognizione, comprensione profonda e duratura, ecc) ed allora quale sarà la molla dell’apprendimento?

Acquistano rilievo gli elementi che rendono attraente un compito cognitivo (sorpresa, novità e disposizione del soggetto). Viene concettualizzata la “motivazione intrinseca” come “stato di grazia” del soggetto, bambino o adulto, che avverte il bisogno di acquisire competenza e autonomia.

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L’errore di essere genitori

di Monica Piolanti

Il patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia non è mai stato così fragile, ma ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni trascende la semplice divergenza di opinioni: siamo di fronte a un vero e proprio scivolamento barbarico della critica. L’episodio della docente – professionista impeccabile e preparata – letteralmente “messa alla gogna” su una chat di WhatsApp per aver osato esercitare il proprio ruolo di guida attraverso una correzione, non è solo un atto di maleducazione digitale, è un autogol pedagogico di proporzioni catastrofiche. Ci troviamo dinanzi a un’inversione di ruoli che dovrebbe farci tremare: il genitore che si improvvisa revisore didattico senza averne i titoli, trasformando un’aula scolastica in un’arena da social network dove il linciaggio sostituisce il dialogo.

L’ossessione dei genitori di proteggere i figli da ogni forma di errore o frustrazione nasconde un’insicurezza profonda, una sorta di narcisismo riflesso. Intervenire con ferocia contro un segno rosso o un appunto metodologico significa, di fatto, impedire al bambino di sviluppare la resilienza necessaria per stare al mondo. Se il genitore si trasforma nel “sindacato” del figlio, il bambino smette di essere uno studente che impara dai propri sbagli e diventa un cliente intoccabile di un servizio che non può permettersi di contrariarlo. Continua a leggere

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Sicurezza, prevenzione e libertà: i giovani vanno messi al sicuro, ma forse anche ascoltati

di Carlo Ridolfi  (Attivista Culturale Indipendente)

Uno

Il dinamico duo Piantedosi-Valditara emana una direttiva congiunta dal titolo: “Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici”.
In essa, a partire dall’assunto di partenza: “La sicurezza è la condizione della autentica libertà”, si annuncia, di fatto, l’incarico ai Prefetti di monitorare le situazioni “di criticità” dentro e nei dintorni degli edifici scolastici, attuando le opportune misure di “prevenzione”, non dimenticando quelle repressive.

Due – Padova I

Poche ore dopo una (fin troppo?) solerte Dirigente Scolastica di un Istituto Comprensivo di Padova invia una Comunicazione alle famiglie (Scuola secondaria di primo grado) e ai docenti, nella quale li si informa che potranno verificarsi controlli e visite delle forze di polizia fuori e dentro la scuola.
Il tutto si inserisce: “…in una strategia più ampia volta a promuovere ambienti educativi, sicuri, regolati e inclusivi, nei quali studenti e studentesse possano crescere serenamente, sviluppando relazioni positive e un senso di responsabilità condivisa”.

Tre – Padova II

I rappresentanti di sette istituti secondari di secondo grado (“Nievo”, “Cornaro”, “Tito Livio”, “Galilei”, “Marchesi”, “Valle”, “Ferrari”, insieme alla Consulta provinciale degli studenti, inviano ai media locali un documento nel quale – anche facendo riferimento a due recenti casi di suicidio di giovani e giovanissimi – si chiede esplicitamente aiuto alle istituzioni.
“Emerge la solitudine”, scrivono gli studenti, “la fragilità emotiva e il senso di smarrimento e inadeguatezza che molti ragazzi vivono quotidianamente, senza saperle come affrontarli”. E, continuano: “Perfezionismo, ansia da prestazione e paura del fallimento sono dinamiche estremamente diffuse nelle nostre scuole”. Concludendo: “La scuola dovrebbe puntare non solo alla formazione professionale, ma anche a quella di donne e uomini nella loro interezza e complessità”.

Quattro – Fuori sacco

Una (bravissima) Dirigente Scolastica, durante una riunione online per l’organizzazione di un convegno, afferma: “Al giorno d’oggi il DS è addestrato a eseguire le direttive del Ministero”.

Qualche riflessione

Sarei più propenso a pensare che “la libertà è la condizione dell’autentica sicurezza”.
Libertà di abitare per molte ore al giorno edifici scolastici in cui non piova dentro, i soffitti non minaccino di crollare, le prese di corrente non dondolino con i fili penzolanti e così via.
Libertà di dirigere (se fossi un DS) partendo dai princìpi della Costituzione della Repubblica Italiana, di insegnare (se fossi un insegnante) sulla base della mia sacrosante autonomia professionale, di imparare (se fossi uno studente) potendo obiettare con l’uso del pensiero critico a eventuali affermazioni o contenuti che non mi convincono, libertà (se fossi, come sono e fui, un padre) di poter interloquire con l’istituzione scolastica non per sostituirmi (non ne ho le competenze) al lavoro altrui o (peggio) per fare il sindacalista dei miei figli e contrattare le valutazioni, ma per dialogare nella convinzione che la scuola non dovrebbe essere un fortino assediato, ma uno dei luoghi di progettazione e di attivazione di azioni educative orientate a rinsaldare il legame sociale.

Inoltre: sono convinto che i ragazzi e le ragazze vadano davvero visti e davvero ascoltati. Sarebbe magnifico se nelle città si organizzassero appuntamenti in cui, una volta tanto, non fossero adulti più o meno empatici o esperti più o meno a buon mercato a spiegare ai giovani come sono fatti e cosa dovrebbero fare per esser migliori, ma parlassero i giovani e gli adulti stessero ad ascoltare.

Invece di cianciare di ‘resilienza’, ‘merito’, metal detector o altro, perché non proviamo ad aprire gli occhi e le orecchie (e le menti e i cuori)?

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Adolescenti all’arma bianca

di Giovanni Fioravanti

Il gesto estremo di uno studente che accoltella e uccide un compagno ci trova ancora una volta impreparati, disorientati. Non può essere, neppure a diciannove anni, che la responsabilità sia tutta e sola di chi ha compiuto quell’atto inconsulto e neppure può stare tutta in chi a 15 anni gira con il coltello in tasca e come gruppo sociale sceglie di essere parte di una baby gang.

Più di mezzo secolo fa Piero Angela scriveva un libro divulgativo, che avrebbe trovato conferma negli esiti delle neuroscienze: L’uomo e la marionetta. Titolo significativo. Non siamo liberi, cultura e natura tirano i fili delle nostre azioni. Eredità genetica e ambiente in cui cresciamo e viviamo ci modellano, ci formano, ci condizionano.

Il nostro cervello e la nostra personalità vengono manipolati quotidianamente senza che ce ne accorgiamo. Le nostre idee e il nostro comportamento non sono affatto scelti liberamente, ma sono il risultato dell’azione combinata di tutto ciò. La biologia ha dimostrato che la parola e il farmaco hanno un’azione sostanzialmente simile nel cervello: entrambi inducono cambiamenti biochimici e molecolari nell’organizzazione cerebrale. La società dei media, dei social, della pubblicità, dei consumi da tempo ha fatto tesoro di queste armi invisibili.

Di tale impasto è, dunque, la sostanza della nostra identità che è lo specchio  in cui ci riconosciamo, ma è uno specchio che può andare improvvisamente in frantumi, così può accadere che la ricerca affannata di ricomporlo induca a gesti disperati, inconsulti che si traducono nella follia della violenza.

È necessario che apprendiamo da subito, già all’esordio in questo mondo, a gestire questo specchio. La riuscita non è responsabilità solo nostra, occorre che ogni attore in commedia faccia la sua parte a iniziare dagli adulti. C’è un ruolo da sostenere e i copioni non mancano. È che viviamo in una società in cui questi copioni non si studiano, in cui è più facile punire che condividere le responsabilità, in cui è più conveniente pensare all’adolescenza, che pure tutti abbiamo attraversato, come a un qualcosa da maneggiare con cautela, un luogo di passioni tristi, di inquietudini in cui chi è divenuto adulto ora rischia di perdersi o di uscirne impotente.

Il fatto è che questi copioni non li apprendono non solo i genitori, ma neppure coloro che per mestiere, che per mandato sociale hanno la responsabilità di crescere e di formare ragazze e ragazzi, come gli insegnanti e quanti con il gruppo dei giovani entrano in relazione con compiti educativi.

Non si tratta di stabilire se sul tema della adolescenza siano state scritte pagine di verità, non sta qui il problema, la verità è dinamica, quanto provvisoria, è sempre in divenire. Ma pagine che aiutino a riflette, a capire, a portare avanti la ricerca, a fornire strumenti di dialogo con se stessi e con i giovani, questo sì.

Allora mi sono chiesto se la cultura professionale che ho accumulato in quarantacinque anni di lavoro nella scuola potesse essere tuttora utile a tentare di interpretare l’origine di quel gesto e cosa sarebbe stato necessario fare per poterlo prevenire.

Ognuno ha i suoi maestri. E io mi sono rivolto a loro: Erikson, Winnicott, Lacan.

Prendi Erikson, ti pone immediatamente di fronte al tema dell’identità, della mancata costruzione di un’identità stabile, tipica delle crisi psicosociali dell’adolescenza. La mancata costruzione di un’identità stabile può sfociare in comportamenti aggressivi quando il giovane non trova riconoscimento sociale né ruoli adeguati. L’incapacità di integrare tra loro aspettative familiari, scolastiche e del gruppo dei pari può minacciare la tenuta della propria identità, produrre confusione di ruolo e perdita di senso, allora scatta la molla dell’autodifesa ricorrendo all’atto violento come tentativo disperato di affermare la propria identità o di reagire al timore della propria cancellazione sociale.

Avere un senso vuol dire avere una direzione da seguire capace di dare  un significato alla propria identità. Investe lo sviluppo psicosociale degli individui, oggi quanto mai trascurato dagli adulti e dalla società in cui viviamo, che invece dovrebbero essere in grado di offrire ruoli e riconoscimento a ragazze e ragazzi.

Famiglie fragili, scuole sovraccariche, assenza di mediazione riducono le possibilità di risolvere positivamente le crisi.

Ma l’identità in cui crediamo di riconoscerci può essere un vero sé o un falso sé. Winnicott ci dice che il vero sé è il prodotto della nostra storia relazionale con adulti capaci di contenere e regolare le emozioni fin da bambini, relazioni che mantengono le  loro tracce nell’adolescenza, scuola e famiglia sono i luoghi che possono funzionare come prolungamento di tali relazioni. Insegnanti e genitori che ascoltano, che danno limiti chiari ma contenenti, che permettono il gioco simbolico e la parola, favoriscono lo sviluppo del vero sé. Al contrario, ambienti freddi, punitivi o disattenti favoriscono l’isolamento, la vergogna e la ricerca di soluzioni drammatiche per affermare la propria esistenza.

Se un giovane non ha avuto esperienze ripetute di essere accolto, nominato e contenuto, la sua aggressività non si trasforma in comunicazione ma resta un’energia distruttiva rivolta verso l’altro. L’aggressività è spesso un linguaggio quando le parole mancano. L’atto diventa allora un messaggio tragico: non solo un atto di distruzione, ma una richiesta di riconoscimento che non ha trovato canali simbolici adeguati. Questo non giustifica la violenza, ma orienta la risposta verso la necessità di creare spazi dove il disagio possa essere nominato e trasformato. Servono adulti capaci di contenere, spazi che permettano la parola e la simbolizzazione, e politiche che investano nella qualità delle relazioni fin dall’infanzia.

Umiliazioni, pettegolezzi, la diffusione di immagini compromettenti sui social, possono portare a percepire che la propria identità è stata smentita pubblicamente. La reazione violenta può allora essere letta come un tentativo di difendere o ricostruire quell’immagine perduta, una risposta immaginaria che cerca di colmare il vuoto interno.

Lacan insiste sul fatto che il soggetto si costituisce nelle parole, non esiste un io pre-linguistico che agisce indipendentemente dalle parole e dai discorsi che lo nominano. Insulti, voci di corridoio, immagini condivise non sono meri contenuti, sono interventi simbolici che riorganizzano la posizione del soggetto nell’ordine sociale. La scuola, il gruppo dei pari, la rete parlano e definiscono, possono confermare o cancellare l’immagine che il soggetto ha di se stesso. Un’offesa pubblica può essere percepita come una cancellazione del proprio essere, e l’atto violento diventa allora un modo per imporre un nuovo discorso, per forzare l’Altro a riconoscere una presenza che si sente negata.

Le reti simboliche: famiglia, scuola, media e social network forniscono immagini e discorsi che strutturano le identificazioni. Nell’ adolescenza, quando l’Io è ancora fragile, le identificazioni di gruppo possono essere decisive. La dinamica del branco, la spettacolarizzazione digitale, la mancanza di figure adulte che nominino e riconoscano il disagio, creano un terreno in cui la frattura soggettiva può radicalizzarsi. La violenza diventa allora anche effetto di una rete simbolica che non ha saputo contenere o trasformare il conflitto.

Una risposta efficace non può limitarsi alla repressione esterna. Occorre intervenire sul piano simbolico: creare spazi dove il linguaggio possa nominare il disagio, potenziare la funzione riconoscente degli adulti, offrire mediazioni che riorganizzino le identificazioni. Interventi preventivi devono lavorare sulla rete di discorsi che costituiscono il soggetto: dalla formazione degli insegnanti alla gestione simbolica del conflitto, percorsi che permettano ai giovani di esprimere la propria frustrazione senza ricorrere all’atto, e una presenza adulta che non si limiti a punire ma sappia ascoltare e riformulare.

Ormai siamo all’emergenza, il tempo per ripensare la scuola e la famiglia sta per scadere.

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Insegnare con autorità vuol dire anche che il maestro deve tornare ad essere un testimone

di Monica Piolanti

In un’epoca dominata dall’ossessione per la misurazione delle competenze e dalla digitalizzazione spinta dei processi di apprendimento, la scuola sembra aver smarrito il cuore pulsante della sua missione. Siamo immersi in una narrazione educativa che privilegia l’efficienza algoritmica, dove il docente viene spesso ridotto a un facilitatore di flussi informativi o a un burocrate della valutazione. Eppure, il disagio che attraversa le nostre aule – dai fenomeni di ritiro sociale degli studenti alla crisi di prestigio della professione docente – ci urla che l’accumulo di nozioni non basta più a sostenere il senso del restare a scuola. In questo scenario di frammentazione, emerge con urgenza la necessità di riscoprire cosa significhi davvero «insegnare con autorità». Non si tratta di invocare un ritorno a modelli disciplinari anacronistici o a una gerarchia fondata sulla paura, ma di comprendere che l’unico argine alla deriva nichilista del sapere è la capacità del maestro di farsi testimone. Oggi più che mai, l’autorità non nasce dal ruolo, ma dalla capacità di dimostrare che il sapere non è un oggetto inerte, ma una forza vitale capace di trasformare l’esistenza di chi lo incontra.

L’essenza profonda dell’insegnamento, dunque, non risiede nella trasmissione enciclopedica di contenuti, né nella sterile padronanza di tecniche didattiche di ultima generazione. Come ci suggeriscono le riflessioni più acute della pedagogia contemporanea e della psicoanalisi applicata all’educazione, insegnare con autorità significa, prima di tutto, abitare una soggettività capace di farsi testimonianza. Troppo spesso, nel dibattito pubblico sulla scuola, si confonde l’autorità con l’autoritarismo, o la competenza con l’accumulo di nozioni. Tuttavia, le riflessioni pedagogiche più profonde ci ricordano che la parola del maestro acquista forza solo quando contesta l’idea di un sapere separato dalla vita. Un magistero autentico non permette che la conoscenza diventi l’ombra spenta dell’esistenza, ma al contrario, si adopera affinché sapere e vita non corrano su binari paralleli destinati a non incontrarsi mai.

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Le lacrime di coccodrilo di chi disprezza la cultura dell’inclusione

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Raimondo Giunta

Sono anni che si parla di emergenza educativa, ma non si è voluto trovare le parole giuste per parlare alla mente e al cuore dei giovani. Solo disprezzo della cultura dell’accoglienza e dell’inclusione e, per non farsi mancare nulla, anche delegittimazione di tutto quanto ha reso fino a ieri credibile e aperto il mondo della scuola.

I giovani che riempiono la scuola, soprattutto nelle medie e nelle grandi città, costituiscono una realtà molto complessa, a volte inquietante e indecifrabile, anche a motivo della loro sempre più frastagliata composizione sociale e della loro diversa provenienza nazionale. A molti di loro la famiglia non ha avuto e non ha il coraggio di parlare di limitazione, di sacrificio, di rinuncia, di gradualità, di responsabilità e di altruismo. Il conflitto intergenerazionale, quando esplode, non viene affrontato ma, temendolo, viene spesso evitato. Non è considerato un fatto naturale del rapporto tra adulti e giovani, che bisogna saper gestire, ma una difficoltà, un ostacolo sul quale si tende a soprassedere. Spesso, nemmeno in condizioni disperate, quando serve al loro benessere e alla loro incolumità, si riesce a dire no e a formulare un divieto.
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Violenza a scuola, ormai è una escalation continua

di Raimondo Giunta

Mancava l’assassinio di uno studente a scuola e alla fine è arrivato anche questo. Finora si era parlato della violenza nei confronti degli insegnanti e del personale della scuola, fatta di insulti, minacce e aggressioni; del bullismo e della violenza fisica nei confronti degli alunni ritenuti deboli; dei furti e dei danneggiamenti alle strutture e agli arredi scolastici; degli episodi ripetuti di omofobia e di razzismo e, recentemente, degli elenchi delle ragazze da violentare.

Dopo questo drammatico e sconvolgente omicidio, accaduto nell’Istituto Professionale di La Spezia “Domenico Chiodo”, viene da chiedersi se le scuole siano diventate un inferno, anche perché da tempo scuola e parte del mondo giovanile non marciano nella stessa direzione. Soprattutto viene da chiedersi come si debba affrontare la grande questione dell’educazione dei giovani; una questione che rinvia a diversi centri di responsabilità, ma in modo particolare e innanzitutto ai genitori e alla scuola. Non è un problema semplice e facile da affrontare, perché la responsabilità educativa è declinata in modo diverso da quanti se ne dovrebbero fare carico e non sempre da costoro viene esercitata con la dovuta collaborazione.

La responsabilità educativa nei confronti dei giovani ricade su chiunque, per ruolo o per età, con loro abbia o sia tenuto ad avere delle relazioni, anche se diverse per gradi di obbligatorietà. Nessuno, infatti, può essere responsabile nei confronti dei giovani come sono tenuti ad esserlo i genitori. La responsabilità educativa dei genitori costituisce “l’archetipo di ogni responsabilità” (H. Jonas) e si comprende come sia difficile rimediare ai danni procurati quando questa, come sempre più spesso accade, non viene esercitata, perché ai giovani mancheranno la guida, il buon esempio, i consigli e la cura nello sviluppo delle proprie facoltà, nella costruzione di capacità di relazione, nella formazione del carattere, nella sollecitazione a sapere e a capire. Verrebbe a mancare una parte importante della preparazione alla vita in società. Continua a leggere

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Non piegarsi, l’ultima trincea

di Monica Piolanti

Viviamo in un’epoca di paradossi anestetizzati. Siamo immersi in una democrazia procedurale che celebra il diritto all’espressione mentre, nei fatti, restringe ferocemente i confini del pensabile attraverso un ritorno a logiche di controllo che sanno di vecchio. Il mondo attuale, dominato dall’algoritmo e dalla velocità del consumo, ha barattato la profondità della riflessione con l’efficienza della performance. In questo scenario, il dissenso non serve più reprimerlo col manganello: basta renderlo irrilevante, annegarlo nel rumore bianco della rete o, peggio, sanzionarlo in nome di un ritrovato ordine muscolare. La libertà è diventata uno slogan pubblicitario, mentre la scuola — che dovrebbe essere il luogo dove s’impara a respirare — rischia di trasformarsi nel braccio operativo di un sistema che non vuole cittadini critici, ma utenti certificati, flessibili e, soprattutto, mansueti.

Johann Wolfgang von Goethe scriveva: “Sempre resistere alle forze contrarie, non piegarsi mai”. Non è il consiglio rassicurante di un vecchio saggio da appendere al muro della presidenza; è una postura, un modo di stare al mondo. È il richiamo alla tua dignità di essere umano che, mentre tutto ti spinge ad appiattirti, decide di puntare i piedi e farsi scoglio. Oggi, nella nostra scuola, applicare questa massima è un atto rivoluzionario, quasi sovversivo. Perché le “forze contrarie” hanno mutato pelle: non sono più solo i tetti che crollano o gli stipendi che offendono la nostra professionalità; oggi il nemico è un’ideologia strisciante che ha ridotto la cultura a una voce di bilancio e l’insegnamento a una pratica di sorveglianza e punizione. Continua a leggere

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