Il patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia non è mai stato così fragile, ma ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni trascende la semplice divergenza di opinioni: siamo di fronte a un vero e proprio scivolamento barbarico della critica. L’episodio della docente – professionista impeccabile e preparata – letteralmente “messa alla gogna” su una chat di WhatsApp per aver osato esercitare il proprio ruolo di guida attraverso una correzione, non è solo un atto di maleducazione digitale, è un autogol pedagogico di proporzioni catastrofiche. Ci troviamo dinanzi a un’inversione di ruoli che dovrebbe farci tremare: il genitore che si improvvisa revisore didattico senza averne i titoli, trasformando un’aula scolastica in un’arena da social network dove il linciaggio sostituisce il dialogo.
L’ossessione dei genitori di proteggere i figli da ogni forma di errore o frustrazione nasconde un’insicurezza profonda, una sorta di narcisismo riflesso. Intervenire con ferocia contro un segno rosso o un appunto metodologico significa, di fatto, impedire al bambino di sviluppare la resilienza necessaria per stare al mondo. Se il genitore si trasforma nel “sindacato” del figlio, il bambino smette di essere uno studente che impara dai propri sbagli e diventa un cliente intoccabile di un servizio che non può permettersi di contrariarlo. Continua a leggere→
Il Ministro dell’Istruzione e del Merito dall’avvio del suo mandato ha intrapreso una comunicazione politica, che si rivolge parzialmente al mondo della scuola, ma in primo luogo vuol raggiungere l’opinione pubblica mettendo l’opposizione politica e anche culturale in difficoltà. L’ultimo caso che potremmo chiamare “dei metal detector a scuola” interviene come sempre per punire, visto che non si è in grado di prevenire.
Nessuna scuola italiana (non mi azzardo a scrivere “del mondo”) ha mai permesso ai suoi studenti di venire a scuola armati di coltelli. Se qualche studente porta a scuola il coltello c’è un grosso problema educativo che riguarda tutta la comunità scolastica fatta da studenti omissivi (non denunciano niente perché hanno paura di ritorsioni da cui non saranno difesi), docenti minimizzanti, dirigenti timorosi di trovarsi davanti all’opinione pubblica per azioni repressive e di vasta risonanza. Ma quando un ragazzo muore a scuola per una pugnalata di un compagno allora si inaspriscono le pene, quasi che senza quell’inasprimento un accoltellatore non sia sempre finito in galera.
Lasciare la scelta sulla richiesta di attivare i metal detector alle scuole mi pare una vera follia, perché chiedendo l’intervento preventivò-repressivo le scuole comunicano all’opinione pubblica locale che hanno il dubbio che in quella scuola gli studenti possano entrare armati. Continua a leggere→
di Carlo Ridolfi (Attivista Culturale Indipendente)
Uno
Il dinamico duo Piantedosi-Valditara emana una direttiva congiunta dal titolo: “Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici”.
In essa, a partire dall’assunto di partenza: “La sicurezza è la condizione della autentica libertà”, si annuncia, di fatto, l’incarico ai Prefetti di monitorare le situazioni “di criticità” dentro e nei dintorni degli edifici scolastici, attuando le opportune misure di “prevenzione”, non dimenticando quelle repressive.
Due – Padova I
Poche ore dopo una (fin troppo?) solerte Dirigente Scolastica di un Istituto Comprensivo di Padova invia una Comunicazione alle famiglie (Scuola secondaria di primo grado) e ai docenti, nella quale li si informa che potranno verificarsi controlli e visite delle forze di polizia fuori e dentro la scuola.
Il tutto si inserisce: “…in una strategia più ampia volta a promuovere ambienti educativi, sicuri, regolati e inclusivi, nei quali studenti e studentesse possano crescere serenamente, sviluppando relazioni positive e un senso di responsabilità condivisa”.
Tre – Padova II
I rappresentanti di sette istituti secondari di secondo grado (“Nievo”, “Cornaro”, “Tito Livio”, “Galilei”, “Marchesi”, “Valle”, “Ferrari”, insieme alla Consulta provinciale degli studenti, inviano ai media locali un documento nel quale – anche facendo riferimento a due recenti casi di suicidio di giovani e giovanissimi – si chiede esplicitamente aiuto alle istituzioni.
“Emerge la solitudine”, scrivono gli studenti, “la fragilità emotiva e il senso di smarrimento e inadeguatezza che molti ragazzi vivono quotidianamente, senza saperle come affrontarli”. E, continuano: “Perfezionismo, ansia da prestazione e paura del fallimento sono dinamiche estremamente diffuse nelle nostre scuole”. Concludendo: “La scuola dovrebbe puntare non solo alla formazione professionale, ma anche a quella di donne e uomini nella loro interezza e complessità”.
Quattro – Fuori sacco
Una (bravissima) Dirigente Scolastica, durante una riunione online per l’organizzazione di un convegno, afferma: “Al giorno d’oggi il DS è addestrato a eseguire le direttive del Ministero”.
Qualche riflessione
Sarei più propenso a pensare che “la libertà è la condizione dell’autentica sicurezza”.
Libertà di abitare per molte ore al giorno edifici scolastici in cui non piova dentro, i soffitti non minaccino di crollare, le prese di corrente non dondolino con i fili penzolanti e così via.
Libertà di dirigere (se fossi un DS) partendo dai princìpi della Costituzione della Repubblica Italiana, di insegnare (se fossi un insegnante) sulla base della mia sacrosante autonomia professionale, di imparare (se fossi uno studente) potendo obiettare con l’uso del pensiero critico a eventuali affermazioni o contenuti che non mi convincono, libertà (se fossi, come sono e fui, un padre) di poter interloquire con l’istituzione scolastica non per sostituirmi (non ne ho le competenze) al lavoro altrui o (peggio) per fare il sindacalista dei miei figli e contrattare le valutazioni, ma per dialogare nella convinzione che la scuola non dovrebbe essere un fortino assediato, ma uno dei luoghi di progettazione e di attivazione di azioni educative orientate a rinsaldare il legame sociale.
Inoltre: sono convinto che i ragazzi e le ragazze vadano davvero visti e davvero ascoltati. Sarebbe magnifico se nelle città si organizzassero appuntamenti in cui, una volta tanto, non fossero adulti più o meno empatici o esperti più o meno a buon mercato a spiegare ai giovani come sono fatti e cosa dovrebbero fare per esser migliori, ma parlassero i giovani e gli adulti stessero ad ascoltare.
Invece di cianciare di ‘resilienza’, ‘merito’, metal detector o altro, perché non proviamo ad aprire gli occhi e le orecchie (e le menti e i cuori)?
Si intitola “Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici” l’ordinanza firmata ieri 28 gennaio dai Ministri Valditara e Piantedosi. Si tratta dell’ordinanza preannunciata dopo i fatti di La Spezia e riferita ai cosiddetti metal detector.
Ma andiamo ad una analisi del testo così da comprendere bene di cosa si tratta.
La gatta frettolosa fa i gattini ciechi
Mi spiega AI Overwiew che il celebre proverbio italiano insegna come l’agire con troppa fretta porti a errori, risultati scadenti o conseguenze negative. Il detto sottolinea l’importanza di dedicare il giusto tempo e la dovuta calma a ogni attività per garantire un esito positivo, piuttosto che operare in modo precipitoso.
Leggendo l’ordinanza si possono trovare diverse conferme al detto popolare. Elenco qui di seguito alcune sviste o errori formali che certo non ci si aspetterebbe di trovare in un testo firmato da due ministri:
nella versione in PDF pubblicata da molti siti di informazione scolastica e anche da quotidiani (ad esempio da Il foglio ) non si trova né la data né il numero di protocollo dell’ordinanza. La data – e l’ora – la si desume solo dal timbro della firma digitale del ministro Piantedosi;
l’ordinanza è in primo luogo indirizzata ai Prefetti della Repubblica, ai commissari di governo delle province autonome di Trento e Bolzano e al presidente della Regione Val d’Aosta. Poi “AI SIGG. DIRIGENTI DEGLI UFFICI SCOLASTICI REGIONALI”. Si tratta, con tutta evidenza, di una figura insistente! Come è noto esistono i Direttori Generali degli uffici scolastici regionali ma non i dirigenti regionali. Forse al Ministero degli interni non ne hanno contezza ma dovrebbe averla di certo il Ministero dell’Istruzione e del Merito. La confusione tra dirigenti scolastici (ovvero i legali rappresentanti delle singole autonomie scolastiche) e Dirigenti scolastici regionali torna anche nel testo (riporto da pag. 1: In tale quadro, il ruolo dei Prefetti e quello dei Dirigenti scolastici assume una centralità decisiva. Per favorire il più efficace raccordo delle iniziative volte a prevenire ogni forma di illegalità presso gli istituti scolastici, i sigg. Prefetti, d’intesa con i Dirigenti scolastici regionali, convocheranno apposite sedute del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica,…) da dove appare l’importanza del ruolo dei DS. Tuttavia poi il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza viene convocato dai prefetti d’intesa con i dirigenti scolastici regionali. E qui non ci si capisce più niente. Cosa vuol dire? Che il prefetto di Parma convoca il Comitato provinciale di Parma d’intesa con il Direttore Generale dell’USR dell’Emilia Romagna? Oppure d’intesa con il dirigente dell’Ufficio Territoriale di Parma (che è un ufficio dell’USR ER)? Oppure d’intesa con i dirigenti scolastici come parrebbe dedursi dal testo? Ma quali? Tutti? Alcuni? In base a cosa? Insomma non si capisce.
L’ordinanza è poi inviata per conoscenza ad altri soggetti. In primis al Capo della Polizia e ai comandanti di Carabinieri e Guardia di Finanza. Ci si aspetterebbe di trovare in elenco anche i Dirigenti Scolastici ma non ci sono. C’é invece l’Anci. Ma non l’UPI. Cioè ci sono i Comuni (che hanno responsabilità sulle scuole del primo ciclo) ma non le Province rappresentate dall’UPI (Unione province italiane) che hanno responsabilità sulle strutture delle scuole secondarie di II Grado. Non pervenute poi le Città Metropolitane.
Viviamo in un’epoca di paradossi anestetizzati. Siamo immersi in una democrazia procedurale che celebra il diritto all’espressione mentre, nei fatti, restringe ferocemente i confini del pensabile attraverso un ritorno a logiche di controllo che sanno di vecchio. Il mondo attuale, dominato dall’algoritmo e dalla velocità del consumo, ha barattato la profondità della riflessione con l’efficienza della performance. In questo scenario, il dissenso non serve più reprimerlo col manganello: basta renderlo irrilevante, annegarlo nel rumore bianco della rete o, peggio, sanzionarlo in nome di un ritrovato ordine muscolare. La libertà è diventata uno slogan pubblicitario, mentre la scuola — che dovrebbe essere il luogo dove s’impara a respirare — rischia di trasformarsi nel braccio operativo di un sistema che non vuole cittadini critici, ma utenti certificati, flessibili e, soprattutto, mansueti.
Johann Wolfgang von Goethe scriveva: “Sempre resistere alle forze contrarie, non piegarsi mai”. Non è il consiglio rassicurante di un vecchio saggio da appendere al muro della presidenza; è una postura, un modo di stare al mondo. È il richiamo alla tua dignità di essere umano che, mentre tutto ti spinge ad appiattirti, decide di puntare i piedi e farsi scoglio. Oggi, nella nostra scuola, applicare questa massima è un atto rivoluzionario, quasi sovversivo. Perché le “forze contrarie” hanno mutato pelle: non sono più solo i tetti che crollano o gli stipendi che offendono la nostra professionalità; oggi il nemico è un’ideologia strisciante che ha ridotto la cultura a una voce di bilancio e l’insegnamento a una pratica di sorveglianza e punizione. Continua a leggere→
L’aria che si respira nelle sale insegnanti e nei corridoi del Ministero, in questo inizio di 2026, è densa di una strana elettricità. Si parla di rivoluzioni, di “cambiamento epocale”, di una scuola che finalmente volta pagina. Eppure, grattando via la vernice fresca dei comunicati stampa e dei post sui social, la sensazione per chi la scuola la vive tra codici e dinamiche di classe è quella di un déjà-vu persistente. Tra il “dire” normativo e il “fare” pedagogico continua a scorrere un oceano di burocrazia che nessuna circolare sembra poter prosciugare. Mi rivolgo a voi con la franchezza di chi sa che la propaganda non ha mai pagato le bollette della didattica: quello a cui assistiamo è, purtroppo, molto rumore per nulla.
Diciamocelo chiaramente: la “Riforma Valditara” non esiste. Non nel senso che manchino i decreti – quelli abbondano e ingolfano le caselle email delle segreterie – ma nel senso che manca l’ossatura di una vera riforma organica. Osservo un assemblaggio di norme eterogenee che ricordano più un’operazione di restyling che una nuova architettura di sistema. Una riforma vera, come furono la Gentile o la Berlinguer (nel bene o nel male), sposta le fondamenta. Qui, invece, stiamo ridipingendo le pareti di un edificio che ha infiltrazioni strutturali mai risolte. Continua a leggere→
Gli storici antichi narrano senza battere ciglio vicende di inaudita crudeltà, che hanno avuto come protagonisti, indistintamente o quasi, tutti gli uomini che avevano nelle loro mani le sorti di città e di popoli; sotto questo aspetto i fatti raccontati nella Bibbia e quelli raccontati dai grandi storici dell’antichità greco-romana non sono per nulla diversi. Si resta sbalorditi, senza parole, di fronte agli orrori che popolano la storia umana. La mancanza di pietas degli storici antichi ci dà una terribile ed efficace rappresentazione delle nefaste conseguenze che scaturiscono dalla lotta per il potere o dal desiderio di conquiste territoriali.
Diceva S. Weil: «Non c’è potere, ma soltanto corsa al potere e questa corsa è senza un termine, senza misura, per cui non c’è limite e misura agli sforzi che esige». La lotta per il potere finisce sempre per escludere ogni considerazione finalistica e per prendere il posto di tutti i fini. Lotta per il potere e soltanto per il potere. Questo ribaltamento tra mezzi e fini è insito, come suo inevitabile prodotto, nella volontà di potenza che spinge alle lotte per conquistare il predominio in una comunità o nel mondo. Continua a leggere→
Forse, per comprendere la tendenza al tramonto della memoria, dovremmo capire fino in fondo il senso dell’oblio nelle vicende umane.
Su questo ha riflettuto a lungo Günther Anders, filosofo tedesco del Novecento, autore de Il sole di Hiroshima. In quel testo memorabile del 1958, a pochi anni dall’Apocalisse nucleare, Anders si interrogava su ciò che fosse accaduto nelle menti e nelle coscienze per rendere possibile dimenticare tutto. E vedeva drammaticamente proprio in questo una nuova distruzione, non meno terribile di quella avvenuta nell’agosto del 1945.
Il mistero dell’oblio. Mistero, perché fatichiamo a comprendere il meccanismo interiore che ci spinge a far prevalere il desiderio di cancellare quanto di peggio abbiamo vissuto. I pesi troppo ingombranti non ci aiutano a vivere: ci tormentano, ci esauriscono. E allora avanza la rimozione: cancellare l’evento tragico per andare oltre, certo, ma con il rischio di ricadere in tragedie analoghe.
È l’opposto della rielaborazione, della resilienza: riflettere sulla durezza dell’evento per capire come superare il trauma e costruire nuove condizioni affinché non si ripeta.
La rimozione individuale prepara e alimenta la rimozione collettiva (che a sua volta cresce producendo nuove rimozioni individuali). Questo processo è agevolato dal sistema produttivo dominante, che ha bisogno di continuare a produrre per continuare ad accumulare. Non può fermarsi, non può permettersi soste riflessive. Il suo mito è l’eterno presente, la leggerezza e la velocità del non-pensiero, il culto di sé.
La resilienza è innanzitutto un processo sociale. Per superare, anche a livello individuale, una grave difficoltà, serve uno slancio solidale, un impegno collettivo: è ciò che talvolta accade quando facciamo i conti con tragedie come alluvioni o terremoti. Se la politica coglie questa potenzialità e la valorizza, allora la possibilità di un cambiamento diventa reale. Diversamente, il processo regredisce e si spegne nel mutismo o nella disperazione individuale. Continua a leggere→
Puntualmente anche in questo avvento (che, per i non cristiani, ricordo essere il periodo liturgico di 4 settimane che precede il Natale e nel quale si celebra, appunto, l’attesa della nascita di Gesù di Nazaret) molte sono state le polemiche. Consuete e a questo punto esse stesse tradizionali.
Polemiche per cosa?
Per l’assenza del presepe nelle scuole, per i canti di Natale senza Gesù e cose simili.
Dove è Gesù di Nazaret?
Viste le polemiche uno si aspetterebbe di trovare presepi e canti sacri a ogni piè sospinto non solo fuori dalle scuole ma anche nelle stesse nuove indicazioni nazionali pubblicate il 9 dicembre 2025.
Mi sono così messo di impegno per verificare se fosse vero e, seguendo le orme delle mitiche tre città, Atene Roma Gerusalemme, sono andato a cercare Gesù, Nazaret, Betlemme e Presepe nel testo delle indicazioni nazionali.
Con mia assoluta sorpresa ho scoperto che non c’è alcuna ricorrenza per queste parole nel testo delle indicazioni nazionali.
E, a dire il vero, non c’è da nessuna altra parte o quasi nella iconografia odierna del Natale. Continua a leggere→
Capire le differenze e i punti in comune del sindacalismo di base mi ha sempre incuriosito. Al punto che mi sono rivolto al capitale digitale.
Ed ecco i risultati, che in redazione ci sono sembrati interessanti e che abbiamo deciso di pubblicare.
Prima di tutto il report di ricerca, approfondita e affidata perplexity.ai