Ombra neonazista: il vuoto che arma i nostri figli

di Monica Piolanti

L’arresto del diciassettenne a Perugia non è soltanto un’operazione di polizia perfettamente riuscita; è il punto di non ritorno di un sistema educativo e sociale che ha smesso di monitorare i confini tra la realtà quotidiana e l’abisso digitale. Quando un adolescente trasforma la propria camera da letto in una centrale operativa per pianificare un massacro scolastico, studiando nei minimi dettagli come colpire i propri compagni, non siamo di fronte a un semplice “folle” o a un caso isolato di disagio psichico. Siamo davanti a un prodotto purissimo e terribile di una società che ha appaltato l’educazione dei sentimenti ad algoritmi d’odio, forum anonimi e chat criptate. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare questa emorragia di senso che sta svuotando i nostri giovani, prima che il vuoto si trasformi definitivamente in polvere da sparo e piombo.

Il modello citato nelle carte dell’inchiesta, quello della Columbine, non è un semplice riferimento storico per esperti di cronaca nera; è un vero e proprio sintomo culturale. Quel massacro del 1999 è diventato, nel sottobosco digitale più oscuro, un canone estetico, una sorta di “liturgia della disperazione”. Per questi ragazzi, gli assassini del Colorado non sono mostri da condannare, ma figure quasi mitologiche, “santi” di un nichilismo armato che offre una via d’uscita gloriosa a un’esistenza percepita come mediocre, invisibile o priva di scopo. Continua a leggere

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 Il metodo e’ il merito (Nordio – Valditara uno stesso destino?)

di Nicola Puttilli

E’ stato ripetutamente rilevato come una delle principali cause che hanno portato alla sonora sconfitta del sì nell’ultimo referendum sulla giustizia, sia stata la totale indisponibilità del ministro Nordio (e con lui dell’intero governo) alla ricerca di una soluzione concordata tra le diverse parti interessate alla stessa riforma, a cominciare dall’ Associazione Nazionale Magistrati e, in ambito parlamentare, con le forze dell’opposizione. Sui diversi contenuti affrontati si sarebbe forse potuto trovare un’intesa senza toccare la Costituzione e quindi dover ricorrere alla prova referendaria. O forse no, ma un tentativo serio e approfondito in questo senso sarebbe stato doveroso.

In realtà anche questa vicenda non fa che dimostrare ancora una volta la volontà della maggioranza di agire in piena solitudine e autonomia nelle materie più delicate per la vita del Paese, per il solo fatto di aver avuto qualche voto in più alle elezioni.

Nel prossimo mese di settembre diventeranno operative le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo, ciò che si deve e come si deve conoscere nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado. In pratica le basi del sapere futuro di questo Paese. Continua a leggere

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Il “manifesto” del 13enne di Bergamo letto da tre diverse IA

di Piervincenzo Di Terlizzi e Aluisi Tosolini

Un esercizio di analisi linguistica e culturale che dovrebbe far riflettere chi lavora nella scuola

Il 27 marzo 2025, un ragazzo di 13 anni ha accoltellato la sua professoressa di francese all’interno di un istituto scolastico di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. Prima di compiere il gesto, aveva scritto un testo che i media hanno definito “manifesto”: una dichiarazione d’intenti in cui spiegava le motivazioni dell’atto, nominava la vittima e dimostrava di essere consapevole della propria impunità legale.

Abbiamo sottoposto quel testo a tre strumenti di intelligenza artificiale — Claude (Anthropic), ChatGPT (OpenAI) e Gemini (Google) — ponendo due domande precise: il testo è stato scritto con l’aiuto di una IA? E quali elementi culturalmente rilevanti emergono dalla sua analisi?
Le risposte convergono su punti importanti e divergono su altri. Vale la pena leggerle insieme, con attenzione.

La prima domanda: c’è la mano di una IA?

Tutti e tre i sistemi concordano su un punto di partenza: non ci sono prove tecniche decisive che il testo sia stato generato da un’intelligenza artificiale (in coda a questo nostro testo vengono riportare in allegato le analisi complete ricavate dall’iterazione con i tre LLM).

Claude individua nel testo tratti inequivocabilmente umani: le ripetizioni non corrette (“una vita così. Una vita piena di…”), il lessico misto che alterna parole comuni come “ragazzino magrolino” a termini più ricercati come “audacia” e “impunita”, e soprattutto quella che definisce “logica emotiva non mediata” — la sequenza di pensieri che riflette una rielaborazione personale del vissuto, non la struttura ordinata di un output automatico.

ChatGPT aggiunge un’osservazione importante: la coerenza del testo potrebbe dipendere in parte da una rielaborazione giornalistica. La sintassi è “abbastanza pulita”, ma questo potrebbe essere il risultato di trascrizioni o editing redazionale, non necessariamente di una IA. Il modello OpenAI riconosce comunque che il testo è “compatibile con un adolescente di 13 anni” dotato di buona competenza linguistica e forte carica emotiva. Continua a leggere

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Gino Paoli non c’è più, ma la gatta resterà per sempre con noi

Questo è un ricordo semplice per uno dei più grandi cantautori italiani di sempre.
La scheda, curata, da Riccarda Viglino, offre l’opportunità di riflettere su un testo poetico straordinario che rimarrà per sempre nel nostro immaginario.
La scheda potete stamparla e usarla in classe con gli alunni,

“La gatta” (1960) di Gino Paoli è una canzone autobiografica che celebra con malinconia la vita semplice e povera in una soffitta di Boccadasse (Genova), contrapposta al successo successivo. Simboleggia la felicità trovata nelle piccole cose, come la compagnia della sua gatta “Ciacola”, la chitarra e la vista del mare. 

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L’eredità di Habermas e il destino dell’educazione: la scuola come ultima sfera pubblica

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Monica Piolanti

La scomparsa di Jeürgn Habermas segna la fine del “secolo breve” della ragione comunicativa e ci pone davanti a una domanda che brucia tra i banchi di scuola: è ancora possibile capirsi? Habermas è stato l’ultimo grande ottimista della ragione, colui che ha creduto fermamente che il linguaggio non servisse solo a dare ordini o a manipolare il prossimo, ma a costruire ponti. Per chi vive nel mondo della scuola, la sua lezione non è un pezzo di storia della filosofia da inserire nel programma di quinta superiore, ma il fondamento stesso del nostro agire quotidiano. In un’epoca segnata dalla frammentazione, dobbiamo chiederci se la scuola non sia rimasta l’ultimo laboratorio in cui l’identità si costruisce non per esclusione, ma per confronto.

Il concetto cardine che Habermas ci consegna è quello di agire comunicativo. Per il filosofo di Düsseldorf, la verità non è qualcosa che uno possiede e l’altro deve subire, ma il risultato di un discorso libero da dominazioni. Portare questo concetto in classe significa ribaltare la didattica frontale e autoritaria per trasformarla in una comunità di ricerca. Se la società fuori dalle mura scolastiche è diventata un’arena di monologhi incrociati, dove la polarizzazione impedisce il riconoscimento dell’altro, la scuola deve restare lo spazio “protetto” dove si impara a dare ragioni delle proprie opinioni. Non basta avere un’idea; bisogna saperla sostenere con argomenti che l’altro possa comprendere e, eventualmente, contestare. Questa è la base della cittadinanza attiva che troppo spesso citiamo nei documenti burocratici senza caricarla di senso profondo. Continua a leggere

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Verso la maturità: cento giorni per guardare indietro e andare avantidi

di Martina Palma 
C’è un momento, durante l’ultimo anno di liceo, in cui il tempo sembra improvvisamente accelerare. Non è l’inizio dell’anno scolastico né il giorno dell’esame di Stato. È un punto preciso nel mezzo: quello dei cento giorni alla maturità. Una data simbolica, attesa e celebrata da generazioni di studenti, che segna l’inizio del conto alla rovescia verso la fine di un percorso lungo cinque anni.
Non si tratta soltanto di un numero sul calendario, ma di una sorta di confine invisibile tra ciò che siamo stati fino a oggi e ciò che diventeremo.
Frequento il quinto anno di liceo a Quartu Sant’Elena, in provincia di Cagliari. È una scuola impegnativa, ricca di programmi e di richieste. Non è sempre semplice affrontare lo studio quotidiano, le verifiche, le interrogazioni e le lunghe ore sui libri. Eppure, proprio dentro queste difficoltà si nasconde forse il valore più grande di questo percorso.

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La scuola, che fastidio!!

di Stefano Stefanel

“Io non so più cos’è normale. O un’allucinazione. Se sono matto io. Non è che voglia litigare. Ho solo qualche osservazione. Un pensiero mio”. Prendo a prestito il ritornello e l’impostazione di una canzonetta di Ditonellapiaga a Sanremo per provare a vedere se a scuola oggi c’è qualcosa che non quadra. Vediamo.

  • La riforma contenutistica dell’esame di stato (Che Fastidio!)
  • L’apprezzamento del maggior sindacato dei dirigenti scolastici al nuovo esame di maturità (Che Fastidio!)
  • La Carte del docente che non viene finanziata per tempo (Che Fastidio!)
  • La gestione del precariato (Che Fastidio!)
  • Le Nuove Indicazioni 2025 (Che Fastidio!)
  • Le lodi del Ministro per gli iscritti al 4+2 e non agli altri studenti (Che Fastidio!)
  • La valutazione dei dirigenti scolastici fatta su carta (Che Fastidio!)
  • I dirigenti scolastici che hanno snobbato la valutazione e poi si lamentano del punteggio preso (Che Fastidio!)
  • I dirigenti scolastici che si sono lodati tramite social per la valutazione ricevuta (Che Fastidio!)

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Per capire la Sicilia, prima e dopo Niscemi

di Raimondo Giunta

Mafia, separatismo e autonomia nella Sicilia del secondo dopoguerra

Oggi, forse perché da tante speranze e da tanti progetti del passato si misura la distanza e se ne constata il fallimento, ci si può avvicinare con maggiore serenità a temi come mafia, separatismo e autonomia, sgombrando, nei limiti del possibile, il terreno da miti e pregiudizi. Sono argomenti che possono essere trattati singolarmente, ma solo considerandoli insieme si può avere una visione d’insieme e comprendere gli intrecci che li hanno legati. È opportuno prendere in esame gli anni che vanno dal 1943 al 1947, periodo in cui mafia, separatismo e autonomia si incontrano e si scontrano. Sono anni in cui emergono nuovi protagonisti, movimenti e progetti politici, e si verificano fatti destinati a condizionare la storia siciliana fino ai nostri giorni. Eventi che non nascono dal nulla e che richiedono uno sguardo retrospettivo per essere compresi.

Il 1943 fu un anno di svolta nella guerra contro il nazifascismo: sbarco degli Alleati in Sicilia, vittoria sovietica a Stalingrado, sconfitta dell’Armir sul Don, caduta di Mussolini. Nel caos seguito al crollo del regime, e in presenza delle truppe alleate, ricompaiono i partiti sciolti durante il ventennio fascista; riemerge la mafia, che si diceva debellata; riappare l’autonomismo, mai del tutto dimenticato da una parte della classe dirigente siciliana, ma che in quel momento assume anche la forma del separatismo.

Nel corso dell’Ottocento la Sicilia si era configurata come terra tendenzialmente eversiva rispetto agli assetti politico-istituzionali esistenti. Le cause di questa insofferenza vanno ricercate nella condizione economico-sociale del mondo contadino, nell’avversione di parte della classe dirigente verso il governo centrale e nella presenza della mafia. Dopo l’Unità d’Italia, l’isola non vide realizzarsi significativi progressi sul piano della giustizia sociale; la creazione del mercato nazionale e l’abolizione del sistema protezionistico indebolirono il sistema produttivo siciliano, mentre l’aumento della pressione fiscale gravò soprattutto sui ceti popolari. Continua a leggere

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L’errore di essere genitori

di Monica Piolanti

Il patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia non è mai stato così fragile, ma ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni trascende la semplice divergenza di opinioni: siamo di fronte a un vero e proprio scivolamento barbarico della critica. L’episodio della docente – professionista impeccabile e preparata – letteralmente “messa alla gogna” su una chat di WhatsApp per aver osato esercitare il proprio ruolo di guida attraverso una correzione, non è solo un atto di maleducazione digitale, è un autogol pedagogico di proporzioni catastrofiche. Ci troviamo dinanzi a un’inversione di ruoli che dovrebbe farci tremare: il genitore che si improvvisa revisore didattico senza averne i titoli, trasformando un’aula scolastica in un’arena da social network dove il linciaggio sostituisce il dialogo.

L’ossessione dei genitori di proteggere i figli da ogni forma di errore o frustrazione nasconde un’insicurezza profonda, una sorta di narcisismo riflesso. Intervenire con ferocia contro un segno rosso o un appunto metodologico significa, di fatto, impedire al bambino di sviluppare la resilienza necessaria per stare al mondo. Se il genitore si trasforma nel “sindacato” del figlio, il bambino smette di essere uno studente che impara dai propri sbagli e diventa un cliente intoccabile di un servizio che non può permettersi di contrariarlo. Continua a leggere

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La scuola non funziona, ma il Ministro vince grazie alla sua comunicazione politica

di Stefano Stefanel

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito dall’avvio del suo mandato ha intrapreso una comunicazione politica, che si rivolge parzialmente al mondo della scuola, ma in primo luogo vuol raggiungere l’opinione pubblica mettendo l’opposizione politica e anche culturale in difficoltà. L’ultimo caso che potremmo chiamare “dei metal detector a scuola” interviene come sempre per punire, visto che non si è in grado di prevenire.

Nessuna scuola italiana (non mi azzardo a scrivere “del mondo”) ha mai permesso ai suoi studenti di venire a scuola armati di coltelli. Se qualche studente porta a scuola il coltello c’è un grosso problema educativo che riguarda tutta la comunità scolastica fatta da studenti omissivi (non denunciano niente perché hanno paura di ritorsioni da cui non saranno difesi), docenti minimizzanti, dirigenti timorosi di trovarsi davanti all’opinione pubblica per azioni repressive e di vasta risonanza. Ma quando un ragazzo muore a scuola per una pugnalata di un compagno allora si inaspriscono le pene, quasi che senza quell’inasprimento un accoltellatore non sia sempre finito in galera.

Lasciare la scelta sulla richiesta di attivare i metal detector alle scuole mi pare una vera follia, perché chiedendo l’intervento preventivò-repressivo le scuole comunicano all’opinione pubblica locale che hanno il dubbio che in quella scuola gli studenti possano entrare armati. Continua a leggere

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