di Monica Piolanti
L’arresto del diciassettenne a Perugia non è soltanto un’operazione di polizia perfettamente riuscita; è il punto di non ritorno di un sistema educativo e sociale che ha smesso di monitorare i confini tra la realtà quotidiana e l’abisso digitale. Quando un adolescente trasforma la propria camera da letto in una centrale operativa per pianificare un massacro scolastico, studiando nei minimi dettagli come colpire i propri compagni, non siamo di fronte a un semplice “folle” o a un caso isolato di disagio psichico. Siamo davanti a un prodotto purissimo e terribile di una società che ha appaltato l’educazione dei sentimenti ad algoritmi d’odio, forum anonimi e chat criptate. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare questa emorragia di senso che sta svuotando i nostri giovani, prima che il vuoto si trasformi definitivamente in polvere da sparo e piombo.
Il modello citato nelle carte dell’inchiesta, quello della Columbine, non è un semplice riferimento storico per esperti di cronaca nera; è un vero e proprio sintomo culturale. Quel massacro del 1999 è diventato, nel sottobosco digitale più oscuro, un canone estetico, una sorta di “liturgia della disperazione”. Per questi ragazzi, gli assassini del Colorado non sono mostri da condannare, ma figure quasi mitologiche, “santi” di un nichilismo armato che offre una via d’uscita gloriosa a un’esistenza percepita come mediocre, invisibile o priva di scopo. Continua a leggere
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