C’era una volta l’inclusione

di Monica Piolanti

L’episodio di cronaca che vede un bambino di nove anni, con una diagnosi certificata di disturbo da deficit di attenzione e iperattività, finire al centro di un intervento dei carabinieri e di un provvedimento di allontanamento scolastico, non è che il sintomo acuto di una patologia sistemica ben più profonda. Non si può che leggere in questa vicenda il fallimento simultaneo di tre pilastri fondamentali della nostra convivenza civile: l’efficacia dell’amministrazione scolastica, la tenuta dei modelli educativi inclusivi e la corretta applicazione del diritto alla tutela del minore. Ci troviamo di fronte a una scuola che, messa alle strette dalla complessità, abdica al proprio ruolo di agenzia educativa per rifugiarsi in una logica di pubblica sicurezza.

L’evocazione delle forze dell’ordine per gestire l’intemperanza di un bambino di nove anni rappresenta una ferita simbolica quasi insanabile. La pedagogia dovrebbe essere l’arte della mediazione, lo spazio del “possibile” dove il conflitto viene trasformato in opportunità di apprendimento. Invece, l’ingresso dei carabinieri in un’aula di scuola primaria segna il confine invalicabile dell’impotenza adulta.

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Le lacrime di coccodrilo di chi disprezza la cultura dell’inclusione

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Raimondo Giunta

Sono anni che si parla di emergenza educativa, ma non si è voluto trovare le parole giuste per parlare alla mente e al cuore dei giovani. Solo disprezzo della cultura dell’accoglienza e dell’inclusione e, per non farsi mancare nulla, anche delegittimazione di tutto quanto ha reso fino a ieri credibile e aperto il mondo della scuola.

I giovani che riempiono la scuola, soprattutto nelle medie e nelle grandi città, costituiscono una realtà molto complessa, a volte inquietante e indecifrabile, anche a motivo della loro sempre più frastagliata composizione sociale e della loro diversa provenienza nazionale. A molti di loro la famiglia non ha avuto e non ha il coraggio di parlare di limitazione, di sacrificio, di rinuncia, di gradualità, di responsabilità e di altruismo. Il conflitto intergenerazionale, quando esplode, non viene affrontato ma, temendolo, viene spesso evitato. Non è considerato un fatto naturale del rapporto tra adulti e giovani, che bisogna saper gestire, ma una difficoltà, un ostacolo sul quale si tende a soprassedere. Spesso, nemmeno in condizioni disperate, quando serve al loro benessere e alla loro incolumità, si riesce a dire no e a formulare un divieto.
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Accettare la diversità: “C’era una volta mia madre”

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Monica Piolanti

In un’epoca in cui i termini “inclusione” e “diversità” dominano l’agenda sociale e politica, e si moltiplicano le iniziative per abbattere ogni forma di barriera, l’attenzione si concentra spesso sulle istituzioni: la scuola, il lavoro, gli spazi pubblici. Eppure, il primo e più cruciale campo di battaglia per l’accettazione della diversità è sempre rimasto quello più intimo e complesso: la famiglia.
È proprio in questa dinamica essenziale che si inserisce l’analisi di “C’era una volta mia madre”, il film di Ken Scott tratto dal romanzo autobiografico di Roland Perez. Al di là della storia personale, che celebra la figura eccentrica e inarrestabile di Esther, madre del protagonista, l’opera solleva questioni di impatto universale, prime fra tutte il tema della diversità e della disabilità infantile e l’ardua accettazione da parte del genitore.

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3 dicembre: Giornata mondiale delle persone con disabilità

di Monica Piolanti

Il 3 dicembre il mondo celebra la Giornata Internazionale delle persone con disabilità. Questo non è un semplice promemoria etico, ma la bussola per la strategia di sviluppo della nostra Repubblica. La scuola non è mai stata solo un luogo di formazione, ma oggi, di fronte alle sfide epocali del declino demografico e della rapidità tecnologica, essa si configura come il principale strumento di investimento sul futuro del Paese, l’azione più strategica che una nazione possa compiere per garantire la propria resilienza e prosperità futura.

La posta in gioco è la stessa sopravvivenza del sistema socio-economico italiano, e la sua resilienza si misura dalla capacità di non disperdere alcun potenziale. Il primo imperativo è ribaltare la percezione della scuola da un costo sociale a un asset cruciale per lo sviluppo. I dati demografici non lasciano spazio a interpretazioni: meno nascite significano meno contribuenti, meno innovatori, e una pressione insostenibile sul sistema di welfare. In questo scenario, ogni singolo studente, specialmente se appartiene alle categorie fragili, con Disabilità o Bisogni Educativi Speciali (BES), non è un costo, ma una risorsa preziosa la cui piena attivazione è vitale per il sistema. L’urgenza educativa e sociale è quantificabile: l’Italia conta oltre 600.000 ragazzi tra i 6 e i 23 anni con DSA, BES, disabilità o disturbi emotivi. Questo numero, in continuo aumento, richiede “misure educative di inclusione” non più derogabili. Questo ampio spettro di difficoltà, unito alla “diffusa e strutturale” crisi della salute mentale in età evolutiva, sta portando la scuola a “spostare l’attenzione dalla qualità dell’apprendimento alla dimensione terapeutica”. Il rischio è che la scuola, anziché istruire, diventi un ammortizzatore sociale sovraccarico. A questa sfida neuropsicologica si aggiunge il dramma socio-economico, con 1,3 milioni di bambini e adolescenti che vivono in povertà assoluta in Italia. Crescere in contesti fragili, dove un “clima di insicurezza influisce negativamente sul benessere psicologico”, genera un rischio di dispersione che si traduce in una nazione che si arricchisce in diseguaglianze, con meno competenze e una costruzione relazionale ridotta. Continua a leggere

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Bisogni educativi speciali: perché si stanno moltiplicando?

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Luisa Limone

“Capita che difficoltà momentanee, perfino fisiologiche nella crescita del bambino, vengano considerate invece l’incipit di un disturbo e siano oggetto di neurodiagnosi precoce – ha sottolineato la garante Marina Terragni e non invece di un progetto educativo che costituirebbe la vera prevenzione e perfino la vera cura. ”

30 luglio 2025. Le parole della Garante dell’infanzia sull’eccesso di neurodiagnosi infantili riportate (con quelle del pedagogista Daniele Novara) nell’articolo di ieri sull’Avvenire da Luciano Moia (nel primo commento c’è il link) individuano la neurodiagnosi precoce  come uno dei tre grandi rischi per l’infanzia (gli altri due sono l’esposizione agli schermi digitali e la fragilità delle famiglie – e meno male che si enunmera anche come fattore concorrente la fragilità econonomica e sociale).

A suo tempo, sono trascorsi ben più di un decennio dalla introduzione dei BES e oltre vent’anni dall’attenzione legislativa verso i Disturbi Specifici dell’Apprendimento e la personalizzazione dei percorsi, non mancarono le denunce di tali possibili effetti, compresi i vantaggi intossicanti dell’etichettamento. Continua a leggere

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Autismo in aumento, non è facile spiegarne le ragioni

di Stefano Venturino

Quando si parla di autismo, si sente dire ogni cosa e il DSM-5 non aiuta a chiarire la situazione. Soprattutto quando si analizzano i dati che dimostrano un crescere delle diagnosi, molti mostrano sfiducia nel sistema e si ritiene probabile una tendenza alla sovradiagnosi o diagnosi sbagliate che colmano mancanze o disagi educativi all’interno del nucleo familiare di riferimento.
Tali affermazioni non tengono del tutto conto però di una specifica chiave di lettura offerta dal DSM-5: ovvero che la diagnosi di una neurodivergenza viene fatta solo se in presenza di un reale e concreto disagio.
Nonostante io sia convinto che la maggior parte dei medici del SSN non abbia intenzione alcuna di effettuare diagniosi di autismo o ADHD nei loro pazienti senza valide ragioni, sono consapevole di ciò che accade invece nel privato e il mercato che si è costruito intorno all’argomento.
E l’eccessiva medicalizzazione.
E la caccia ai bimbi ADHD e autistici in alcune scuole a partire soprattutto dall’infanzia in nome di una deresponsabilizzazione educativa.

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Fra decreto continuità e corsi Indire: dove soffia il vento dell’inclusione

di Paola Di Michele

Quest’anno scolastico è stato caratterizzato da un’ampia congerie di provvedimenti che hanno parzialmente riformulato il ruolo e la funzione dell’insegnante specializzato su sostegno. Mi riferisco al DM 32/2025 che introduce la continuità su richiesta della famiglia e previa approvazione del GLO e del Dirigente Scolastico e all’attivazione dei corsi Indire per la sanatoria dei titoli esteri di specializzazione e di coloro che abbiano tre anni di servizio.

Da parte di alcuni si invoca, inoltre, la creazione di una cattedra ad hoc, come se il sostegno didattico fosse una disciplina a sé stante.

Si tratta di una serie di provvedimenti che inducono ad una riflessione sulla direzione intrapresa rispetto alla figura dell’insegnante di sostegno e, di riflesso, dall’inclusione tutta.
Dove ci porta, tutto questo? Quali possibili implicazioni, sia sul versante giuslavoristico, sia sul versante prettamente pedagogico? Continua a leggere

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Scuola infanzia Santa Maria delle Vittorie di Susegana in visita alla moschea. Dov’è lo stupore?

di Aluisi Tosolini

Molti, nei giorni scorsi, si sono stupiti. Altri sono ricorsi a parole fortissime – e di pura maniera – come Alberto Villanova, capogruppo della Lega in Regione Veneto che ha commentato: «Immagini che fanno gelare il sangue nelle vene», altri ancora, come l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint che già si distinse per aver osteggiato in tutti i modi la libertà di culto a Monfalcone, hanno tuonato che «Qui non si parla di educazione ma di fondamentalismo bello e buono con un Imam che non ha perso l’occasione di catechizzare i giovani alunni».

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Disabilità: enorme aumento delle certificazioni secondo l’Istat

Nel mese di marzo 2025 l’Istat ha presentato il consueto rapporto annuale sulla disabilità nella scuola.
Rispetto al 1999 il numero delle certificazioni è pressoché quadruplicato.
Il fenomeno è in continua crescita, al ritmo del 6% annuo.
Aumentano in particolare i casi di autismo e di disturbo oppositivo-provocatorio
Di questo parliamo nella video-intervista a Raffaele Iosa.

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