Insegnare per discipline o in modo interdisciplinare?

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di Raimondo Giunta

Ripensare e rifare la scuola si rivela sempre un’operazione complessa e difficile per la capacità di resistenza che ha dimostrato di avere la forma che le è stata data dall’inizio della storia moderna. Bisogna chiedersi, allora, se le difficoltà che la scuola incontra nell’affrontare i problemi che gli si presentano siano dovuti a questa stabilità o ad altro. La crisi della scuola, di cui si parla e di cui si è sicuri, di che natura è? A che cosa è dovuta? Lo smantellamento dell’impianto che dà forma alla scuola è davvero la condizione per assicurare quei risultati che possono corrispondere oggi alle aspettative  dell’opinione pubblica e di parte crescente e cospicua della società?

La scuola è stata ed è una istituzione  le cui regole interne,  codificatesi nel tempo, prefigurano una vita diversa rispetto a quella che si vive nell’ambiente  ad essa circostante; ma  se diversa è stata ed è la scuola non per questo è stata ed è estranea alla società di appartenenza.
E’ sempre esistito un certo grado di corrispondenza tra scuola e società.  D’altra parte una cosa è la separatezza rispetto alla società, un’altra è la condizione di isolamento o di incomunicabilità in cui a volte è venuta a trovarsi in tempi di tumultuosi cambiamenti rispetto al mondo del lavoro, dell’informazione, delle scienze e delle tecnologie.

La scuola si è definita oltre che con la sua separatezza soprattutto con la funzione di trasmissione dei saperi e delle conoscenze, filtrati e ricomposti nelle discipline scolastiche. Ragione per cui ripensare e cambiare la scuola significa soprattutto vedere fino a che punto si debba mantenere o si debba innovare il suo impianto disciplinare per potere svolgere nella società attuale le sue funzioni, con la stessa efficacia con la quale le ha svolte nel passato.
L’attuale ministro è dell’avviso che questo impianto debba saltare in aria e spinge perché nelle scuole secondarie di primo e secondo grado vengano abbattute le frontiere esistenti tra le discipline e si cominci a praticare l’interdisciplinarità, per mettersi finalmente dietro le spalle l’ultimo baluardo del fordismo a scuola (sic!), costituito dai curricoli fondati sulla separazione e diversità delle discipline. Come se la crisi della scuola consistesse in un difetto di metodologia e non di contenuti e di saperi nuovi e necessari.
Per evitare questo genere di fraintendimento, forse, si dovrebbe ribadire con forza che qualsiasi idea di scuola, di quella che c’è e di quella che si vorrebbe avere, dipende dalla configurazione dell’enciclopedia dei saperi, che si ritengono indispensabili per gli alunni e la società. Fino ad un certo punto dipende dai metodi didattici che si ritiene opportuno adottare.

Andiamo, allora, con ordine. La scuola ha avuto e dovrebbe ancora avere il compito di rendere disponibile per le nuove generazioni il patrimonio culturale, scientifico e professionale accumulato nella storia dell’uomo e della società alle quali appartengono. Un patrimonio di cognizioni infinitamente superiore alla capacità conoscitiva di ciascuno individuo e soprattutto di un individuo . . . in età scolare. E’ questa la funzione conoscitiva della scuola e non ci sono cambiamenti che la possano mettere  in discussione. Anzi. La prima missione della scuola è sempre quella di consentire l’apprendimento dei saperi fondamentali per la vita di una persona e per la vita di una società. E’ questo il compito fondativo dell’esistenza della scuola e non puo’ essere in alcun modo sminuito a vantaggio di altri compiti che si ritiene opportuno affrontare. §Se ci fosse ancora del buon senso, la funzione conoscitiva dovrebbe continuare ad essere svolta  senza ostacoli e imbarazzi .

Per consentire alla scuola di potere svolgere la funzione conoscitiva, che si esplica nella trasmissione dei saperi  e delle conoscenze,   è stato necessario svincolare il patrimonio culturale e conoscitivo tramandatoci dal “contesto concreto in cui si è potuto costituire, selezionarlo e riformularlo secondo criteri di:
a) segmentazione di ogni particolare sapere in parti combinabili le une con le altre;
b) omogeneità delle singole sequenze;
c)organizzazione di queste sequenze secondo un ordine di complessità crescente.

Il sapere in questo modo diventa disciplina di studio, ma viene separato dalla sua origine e dalla situazione storica di coloro che l’hanno elaborato.
Il sapere tecnico e scientifico è quello che maggiormente subisce questa sorte; viene strappato alla sua storia e consegnato a quello della scuola. L’ordine che viene dato ai contenuti non è quello della costruzione e della trasformazione delle teorie, ma quello dell’apprendimento.
A scuola si passa dalla ricerca del vero della ricerca scientifica all’impegno di fare apprendere. “La scuola impone al sapere una mutilazione, una distorsione e una dogmatizzazione, ma in un’ottica più ampia che potremmo chiamare antropologica; il sapere può costituirsi come tale solo all’interno della forma sociale della scrittura di cui la scuola è un tassello determinante”(B. Rey). La logica sequenziale del testo diventa quella dell’insegnamento, al quale viene imposta un’organizzazione gerarchica degli argomenti (capitoli, paragrafi etc) .

Il bisogno di trasmissione incide sul sapere insegnato frammentando una disciplina in unità compatibili col tempo degli studi (anni, trimestri/quadrimestri, settimane etc). C’è un adattamento ai tempi, ai gruppi di alunni, al loro livello, al contratto didattico in vigore, agli imperativi della valutazione. Questo fatto non è buono, nè cattivo: è soltanto necessario.
La traduzione disciplinare del sapere non è uno snaturamento, è la sua trasformazione se si vuole trasmetterlo. (Ph. Perrenoud).

“Lungi dal costituire la semplice volgarizzazione di un sapere di partenza, lontano anche dall’essere il prodotto povero di un sapere “scientifico” o utile,  sempre inattingibile, IL SAPERE INSEGNATO deve essere considerato come una creazione collettiva altamente originale, spesso secolare dell’istituzione scolastica in funzione del suo compito primario, che è quello di insegnare, di trasmettere dei saperi e dei saper fare per preparare dei soggetti adatti alla società”(B. Scheuwly).

Sui saperi scolastici si può sviluppare  un insegnamento di qualità con un lavoro di riflessione  che ne riscopra e ne utilizzi i concetti fondatori e ancora viventi,  con pratiche di sperimentazione e di osservazione,  con formulazione di ipotesi,  col confronto e con le verifiche con la realtà. Ragione per cui è una semplice, gratuita e indimostrabile affermazione quella che vuole per forza dogmatico l’insegnamento per singole discipline.  La trasmissione dei saperi per essere efficace non può essere affidata alla casualità, ma deve seguire regole di pertinenza, di adeguatezza, di rigore e di sistematicità. Si ha scuola quando l’apprendere e l’insegnare diventano attività razionalmente codificate e sono organizzati sul fondamento epistemico di ogni particolare sapere.  Le discipline sono le forme istituzionali del sapere, attraverso le quali le conoscenze diventano disponibili. Sono gli strumenti creati per rendere le conoscenze adatte all’apprendimento scolastico. Fatto di cui spesso ci si dimentica per inseguire metodologie innovative, che possono vanificare questa funzione.

Ma che cos’è allora una disciplina?  Ogni disciplina è un insieme di concetti che contiene le conoscenze di un particolare campo d’esperienza. Ha una propria storia, una propria letteratura, propri principi distintivi, schemi concettuali, metodi di ricerca, un proprio linguaggio simbolico. Consente l’intelligibilità e il senso dei fatti e delle esperienze cui fa capo. “Ogni disciplina scolastica è una costruzione intorno ad una incessante ricerca della verità, di cui si conosce il carattere sempre provvisorio”(M. Develay).
Ogni disciplina è un sistema di conoscenze dichiarative (fattuali e concettuali) e di conoscenze procedurali (cognitive, logiche, metodologiche).
“Una disciplina tende naturalmente all’autonomia con la delimitazione delle sue frontiere, il linguaggio che essa si dà, le tecniche che è portato a elaborare o a utilizzare ed eventualmente con le teorie che le sono proprie. (. . . ) Le discipline concernono la sociologia della conoscenza”(E. Morin).

Le discipline scolastiche, con i loro schemi, rapporti e distinzioni, considerate nella loro genealogia storica ed epistemologica aiutano a sviluppare la comprensione della realtà e ad assimilare nuove conoscenze. Con le discipline scolastiche si aiutano le nuove generazioni a riflettere sui propri vissuti, sulle proprie esperienze e sulla propria cultura personale; a confrontarsi criticamente con i problemi della società, con i modelli sociali di comportamento, con le tendenze culturali; a dare forma razionale ai propri convincimenti e alle proprie conoscenze della realtà. Con le discipline e i saperi scolastici si danno strumenti intellettuali per dare un senso alla propria storia, per interagire con gli altri, per trovare ragioni di vita.

Le discipline educano:
1) con i contenuti;
2) col tipo di approccio alla realtà (artistico, storico, tecnologico, filosofico etc);
3) con il tipo di logica che privilegiano,
4) con i metodi e le tecniche con cui ricercano e accostano il proprio oggetto;
5) col linguaggio tipico con cui intessono la trama del loro discorso.

“L’apprendimento disciplinare finora è stato lo strumento privilegiato di rilettura e rivisitazione scientifica e antropologica della realtà e ha permesso di passare da una cultura esperita e frammentata ad una cultura intellettualmente ricostruita e sistematizzata e personalmente padroneggiata(C. Nanni).  Attraverso le discipline si è potuto conservare e trasmettere il patrimonio conoscitivo e culturale che l’uomo ha creato nell’incessante ricerca di comprensione del proprio mondo .

Le discipline scolastiche sono strumenti di semplificazione e nello stesso tempo strumenti di interpretazione e di organizzazione dell’esperienza umana. E allora visto e considerato che sono servite e ancora servono perché calunniarle? Perchè tentare di imporre l’interdisciplinarità?  L’interdisciplinarità non puo’ essere messa in atto casualmente, senza predisposizione di mezzi,  temi, tempi e senza la convinta collaborazione dei docenti.
Non può essere praticata su ogni argomento e con approssimazione.  L’interdisciplinarità non è un guazzabuglio di più discipline convocate a prescindere e forzatamente intorno ad un argomento o a tutti gli argomenti di tutte le materie. E’ il metodo a volte unico con cui un contenuto, un problema, una situazione vengono affrontati da discipline apparentate dal loro patrimonio conoscitivo, dai loro procedimenti, dalla loro prossimità epistemologica. L’interdisciplinarità non è un luogo di bizzarrie e di trovate; non è la dissoluzione delle discipline in una generica brodaglia interdisciplinare; si tradirebbe il significato più autentico di questa impostazione, che ha una valenza formativa rispettabile.

L’interdisciplinarità non puo’ essere usata come una clava per delegittimare i curricoli scolastici esistenti e le discipline, che non sono nate casualmente e che ancora devono svolgere il proprio mestiere.  Siamo eredi di una storia in cui molti sono stati i tentativi di unificazione del sapere e nessuno dei quali è andato a buon fine; la molteplicità dei saperi e dei linguaggi è per certi aspetti irreversibile.  Quando ce ne sono le condizioni il tentativo va fatto ed è quello che puo’ fornire elementi di comprensione e di valutazione critica della realtà.
La tensione verso l’unità del sapere fa vedere quali sono le zone di frontiera tra le varie discipline e il loro grado di parentela e ci ricorda come la chiusura dogmatica dentro uno specifico sapere non crea cultura, non dà intelligenza delle cose.