di Andrea Pozzetta (*)
Che cosa può raccontare un’immagine fotografica? Molteplici sono gli aspetti e le riflessioni su cui possiamo soffermarci quando analizziamo criticamente una fotografia: il soggetto e l’ambiente riprodotto, l’eventuale presenza di una didascalia, il supporto materiale, l’identità del fotografo, della committenza, il contesto storico in cui il documento è stato realizzato, l’ente conservatore, il criterio di catalogazione… Sono tutti aspetti che divengono essenziali, soprattutto quando intendiamo considerare e analizzare una fotografia come fonte storica, come strumento, cioè, per interpretare e interrogare il passato.
Alcune considerazioni a partire da due iniziative della Casa della Resistenza di Verbania
Proprio la tematica dell’analisi critica della fonte fotografica è stata al centro, nel corso dell’autunno 2025, di alcune iniziative organizzate dalla Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce, rivolte in particolare all’aggiornamento professionale degli insegnanti. La proposta formativa è sorta dalla convinzione che l’analisi critica delle fonti fotografiche abbia una grande valenza didattica e che attorno ad essa sia possibile generare pratiche e riflessioni per sviluppare in classe il pensiero critico e una lettura maggiormente consapevole delle immagini, di cui oggi siamo sommersi, sia online che offline.
Il convegno internazionale Sguardi e racconti. Narrare e rappresentare la storia delle resistenze attraverso la fotografia e il successivo incontro Storia e memoria della Resistenza in classe hanno così tentato di gettare le basi per il consolidamento di una comunità di apprendimento professionale sulla didattica della storia a partire da una riflessione sull’utilizzo e sulla corretta interpretazione delle fotografie della Resistenza. Dagli interventi dei numerosi relatori, dai materiali da loro messi a disposizione, dai dibattiti e dalle discussioni collettive sono emerse numerose riflessioni sull’uso didattico delle immagini fotografiche: un utilizzo che, di fronte alle sfide e alle opportunità della digitalizzazione (e di fronte all’esplosione del fenomeno dei fake), deve essere sempre più consapevole e informato ai rischi che essa comporta.
Come è stato osservato durante gli incontri formativi, la ricerca storica si avvale delle fotografie (e in generale delle fonti iconografiche) da minor tempo rispetto alle fonti scritte. A lungo, infatti, le immagini sono state utilizzate esclusivamente come strumenti di corredo, come materiale utile ad arricchire apparati aggiuntivi rispetto ai testi, con una funzione quasi esclusivamente decorativa. Ancora oggi, poi, le immagini sono spesso impiegate per “alleggerire” una narrazione e come generica illustrazione, anziché come strumento di interpretazione del passato, da interrogare e da contestualizzare. Esempio di questo utilizzo distorto sono i manuali scolastici di storia: quasi tutti ricchissimi, oltre ogni misura, di immagini; immagini prive, però, di fonti, indicazioni di provenienza, dati di contestualizzazione.
D’altra parte, numerose relazioni presentate durante il convegno internazionale di ottobre hanno fatto emergere quanto una fotografia (soprattutto prodotta in un contesto di guerra) possa essere una fonte ambigua e problematica. È diffusa, ad esempio, la percezione per cui una fotografia sia di per sé una testimonianza del “vero” o espressione pura di autenticità. Si tratta di un’impressione da sfatare che sorge, forse, da un altro luogo comune che vedrebbe la fotografia come prodotto meccanico e impersonale. Tutto ciò deve essere riconsiderato. Fondamentale, infatti, è sempre stata la soggettività del fotografo che, attraverso la macchina e dietro di essa, trasmette una visione del mondo, una cultura, una richiesta da parte di un committente. Un fotografo, spesso, sceglie che cosa riprodurre e che cosa non riprodurre, quando riprodurlo, dove, come. La fotografia è perciò espressione di un punto di vista, è una fonte parziale, tutt’altro che oggettiva. Come poi la storiografia sulla Resistenza ha dimostrato, un’immagine fotografica può essere frutto di ricostruzioni, di messe in scena. Di più: una fotografia può essere manipolata, decontestualizzata, strumentalizzata per usi politici e propagandistici. L’odierno dominio delle immagini sui mass media ci espone totalmente a questo quotidiano rischio di usi, abusi e strumentalizzazioni.
Tutto ciò significa che esistono fotografie “vere” e fotografie “false”? Come è emerso dagli incontri didattici, in realtà, non esistono fotografie false, poiché di per sé un’immagine fotografica non è mai falsa. Possono esistere, piuttosto, ricostruzioni, manipolazioni e decontestualizzazioni, le quali ci possono comunque dire moltissimo sul contesto in cui sono state create, dei messaggi che hanno voluto trasmettere, della cultura del fotografo o del committente. Anche la propaganda comunica qualcosa e persino un’immagine fortemente manipolata mantiene un fondamentale e insostituibile carattere documentale. Ciò che è necessario, dunque, è individuare quando un’immagine ha subito manipolazioni o quando si presta a facili strumentalizzazioni. L’utilizzo didattico delle fotografie, insomma, deve sempre partire dalla considerazione che queste sono fonti ambigue, che necessitano di competenze e di capacità di analisi critica per essere interrogate in modo adeguato.
Tutte queste riflessioni di ordine metodologico sono state affrontate a partire dal caso delle fotografie delle resistenze e, in particolare, della Resistenza italiana. Sono state analizzate, così, le diverse tipologie di produttori di immagini (i partigiani, gli Alleati, i nazifascisti) e di fotografi (professionisti o occasionali), le diverse fasi in cui i fotografi hanno operato (i momenti iniziali della Resistenza, l’insurrezione, la liberazione), i diversi obiettivi che essi si sono posti. Sono stati presentati, poi, alcuni giacimenti archivistici, come il patrimonio fotografico conservato negli istituti storici della Resistenza. Ne è emersa una realtà sfaccettata, con numerose e diversificate rappresentazioni, in cui si sono anche inserite logiche di mercato e di uso pubblico. Parallelamente, sono stati presentati anche esempi di buone pratiche per un utilizzo didattico di questo materiale, tra ricerche e realizzazioni di progetti che hanno connesso scuole e cittadinanza locale. È stato inoltre presentato il nuovo portale online della Casa della Resistenza (https://archivi.casadellaresistenza.it) attraverso cui è possibile consultare parte del patrimonio documentale digitalizzato, con fonti fotografiche che raccontano la storia del movimento partigiano sul territorio del Verbano Cusio Ossola, nonché banche dati, percorsi tra le fonti, bibliografie e risorse.
È emerso come lo studio critico delle fonti fotografiche e la comparazione tra diverse fotografie possano offrire grandi opportunità, poiché attraverso le buone pratiche di analisi delle fonti iconografiche è possibile raggiungere alcuni fondamentali obiettivi didattici: favorire la lettura consapevole delle immagini, innanzitutto; imparare a cercare informazioni sul contesto in cui le immagini sono state create e a lavorare su di esso; ragionare sugli eventuali o potenziali usi, manipolazioni, decontestualizzazioni. Si tratta, in sostanza, di concentrarsi non solo sullo scatto fotografico in sé, ma sul significato, sul contesto, su tutto quello che c’è attorno ad esso.
(*) referente scientifico della Casa della Resistenza di Verbania
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