I “bambini nel bosco”, tema delicato e complesso

 


di Cinzia Mion
 
Sono stanca di sentire cavolate a proposito del comportamento dei genitori della cosiddetta “casa nel bosco” che stanno piegando alla loro bellissima ideologia della natura l’educazione dei figli ignorando però, immagino in buona fede, le più semplici considerazioni psicopedagogiche che riguardano l’argomento.
Non sono in buona fede però coloro che cavalcano la notizia strumentalizzandola in un modo rozzo e insopportabile, criticando la decisione delle assistenti sociali di allontanare temporaneamente e parzialmente i bambini da questa famiglia, in attesa di un aggiustamento concordato e consapevole. L’ allontanamento pare comunque parziale perché sembra, dalle notizie della stampa, che la madre abbia accesso quotidianamente ai bambini, rassicurandoli così rispetto al timore dell’abbandono.

Per essere chiari e sintetici fin dall’inizio diremo subito che chi si interessa seriamente dei problemi della prima infanzia sa benissimo che un neonato, appena dopo lo svezzamento, cresce molto meglio al nido che affidato ai nonni, per problemi che riguardano proprio la crescita con i pari, la co-costruzione della conoscenza, l’interazione comunicativa tra educatrici e bambini del nido e docenti della scuola dell’infanzia, sviluppo della prosocialità e della empatia.

I BAMBINI 0-6 (Riferimenti normativi)

Da “Nuovi scenari”
Art.1:”Alle bambine e ai bambini , dalla nascita fino ai sei anni, per sviluppare potenzialità di relazione, autonomia, creatività e apprendimento, in un adeguato contesto affettivo, ludico e cognitivo, sono garantite pari opportunità di educazione e di istruzione, di cura, di relazione e di gioco, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali.
Dalle Linee pedagogiche 0-6.

Il bambino non è solo un piccolo che sta crescendo, destinatario di interventi e cure, ma è un soggetto di diritto che, all’interno della famiglia, della società e delle istituzioni educative, deve poter esercitare le prime forme di cittadinanza attiva. Dare valore e sostenere una rete di servizi educativi e scuole dell’infanzia per tutti, capaci di innovarsi, di rispondere a nuovi bisogni, di essere luoghi di benessere, di promozione di equità, di inclusione, di integrazione culturale e sociale, di conciliazione rappresenta un contributo importante all’attuazione degli articoli 2, 3 e 31 della Costituzione2.

POVERTA’ EDUCATIVA

Tutti i riferimenti legislativi precedenti sono funzionali ad evitare la cosiddetta “povertà educativa” molto più subdola di quella economica. La povertà educativa minorile non è solo povertà educativa ma impossibilità di accesso a beni, servizi e opportunità necessari alla crescita.
La povertà educativa, insidiosa quanto e più di quella economica, priva bambini della possibilità di apprendere e sperimentare, scoprendo le proprie capacità, sviluppando le proprie competenze, coltivando i propri talenti e allargando le proprie aspirazioni. La povertà educativa spesso diventa anche povertà etica intesa come mancanza di cura ricevuta in questo ambito e di resistenza alle derive sociali..
PERMESSI ESPLICITI ED IMPLICITI. . ..
Fra alcuni permessi impliciti, oltre a tutti quelli espliciti deducibili anche dalle norme psicopedagogicamente intese, ce n’è uno appunto “implicito” che può trasmettere l’insegnante o l’educatrice del nido, fondamentale per la crescita sociale dei soggetti, è quello di “star vicino agli altri e di far parte”.Noi sappiamo oggi, dalla neuroscienze che ci hanno fatto conoscere la funzione del neuroni- specchio, che siamo tutti programmati per l’intersoggettività. Ma non è scontato che ne teniamo sempre conto. Questa scoperta fra l’altro legittima ancora di più l’affermazione wigotskiana che l’apprendimento è un processo fondamentalmente “interattivo”, che avviene all’interno della classe o sezione intese come vere e proprie “comunità.
Ci accorgiamo della sua importanza quando ne veniamo privati o ne priviamo i bambini. Come fanno i bambini ad imparare a gestire i rapporti interpersonali se non stanno insieme, all’interno di un gioco libero, dove non c’è l’adulto a fare il supervisore, imparando così anche a litigare, per poi fare pace? Va valorizzata perciò, dicevamo , la frequentazione del nido e poi della scuola dell’infanzia, dove gli scambi con i bimbi più piccoli possono permettere di socializzare attraverso il contatto con gli altri, la vicinanza, l’attaccamento fisico, gli scambi percettivi sensoriali, il gioco comune, l’imitazione spontanea. Se dovessero invece crescere solo con i genitori, in uno spazio sì naturale ma isolato completamente dalla comunità sociale, saranno costretti inoltre a vivere intensamente solo “l’attaccamento “ e non la “separazione”, così importante per la crescita autonoma dei bambini e la loro apertura al mondo.
Mi fermo qui per ovvie ragioni sperando di aver fatto un minimo di chiarezza….nei confronti di chi ovviamente è in grado di superare le barriere ideologiche e le lotte politiche anche sulla pelle dei bambini pur di colpire qualcuno…
All’improvviso mi sorge un dubbio: chi si comporta così non è che soffre di carenze infantili di precoci scambi relazionali con i pari ???

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