Rivisitare Foucault nella scuola di oggi

Piervincenzo Di Terlizzi
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Il merito del libro

Nel suo libro Che fare della scuola? Un dialogo impossibile tra Morin e Foucault  Dario Ianes mette a confronto due modi di guardare la scuola e li tiene insieme. Morin chiede alla scuola dove vuole andare. Foucault la costringe a guardare che cosa fa mentre ci prova. La formula della postfazione riassume bene il progetto: criticare senza rinunciare a costruire, costruire senza smettere di criticare.

Il secondo merito è restituire un Foucault meno scontato. Nel libro Foucault non è solo il critico della disciplina e del controllo. È anche il filosofo della cura di sé, delle lezioni del 1981-82 (L’ermeneutica del soggetto). Ianes dichiara che il dialogo nasce proprio da quella lettura. È lì che trova il ponte tra la «testa ben fatta» di Morin e il lavoro di sé su sé.

Spunti utilizzabili subito

Inclusione: chi sta al centro? (pp. 25-26, 74-75)

Il passaggio più forte del libro è l’idea che l’inclusione rischi di restare una concessione: «i normali includono gli anormali». Nella postfazione Ianes rivolge la domanda a sé stesso e al proprio campo: quanto le nostre pratiche inclusive valorizzano le differenze, e quanto ancora le correggono e le rendono meno visibili? È una domanda da portare così com’è in un GLI o in un collegio. Il dato della ricerca Erickson rende la discussione concreta: il 27% dei docenti si dice favorevole a classi o scuole speciali, contro il 17% di due anni prima (p. 74).

La critica che diventa progetto (pp. 49-50)

Il rischio segnalato è che una protesta si trasformi in una giornata a tema, in un cartellone, in un esercizio di educazione civica, perdendo il suo potenziale. È un criterio utile per rileggere la progettazione d’istituto. Ci si può chiedere quali progetti aprano davvero domande e quali servano soprattutto a rassicurare.

Il proprio valore non coincide col voto (p. 53)

Il libro propone di aiutare gli studenti a uscire dalla logica per cui il proprio valore coincide con il voto, con il giudizio sul corpo o con la prestazione. È un tema spendibile nell’orientamento, nel benessere a scuola e nella valutazione formativa.

Partire da un problema aperto (pp. 42-44)

L’esempio dello smartphone parte da che cosa accade nel mio cervello quando uso il telefono. Da lì si arriva alla biochimica, al diritto, all’economia, agli stili genitoriali. È un modello di interdisciplinarità motivata che si presta bene a UDA e a moduli di educazione civica.

Piccoli dispositivi didattici

Il libro ne suggerisce diversi, tutti a costo zero:

  • il muro delle previsioni clamorosamente smentite (p. 51);
  • gli «altarini» degli errori e delle idee preconcette (pp. 38-39);
  • la galleria delle differenze (p. 47);
  • l’esercizio di cercare, o inventare, azioni che producono effetti contrari alle intenzioni, cioè l’ecologia dell’azione (pp. 52-53).

Pratiche di cura di sé (pp. 62-64)

Sono pratiche concrete:

  • allenare lo sguardo e la memoria;
  • la scrittura come strumento per capire;
  • l’esame della giornata, a fine mattinata in chiave retrospettiva o al mattino in chiave prospettica;
  • l’ascolto reciproco senza giudizio;
  • le competenze di collaborazione e di soluzione dei conflitti, fino al saper chiedere scusa.

La formazione dei docenti (pp. 77-78)

Due osservazioni preziose. La prima: anche i docenti devono allenarsi ad «allentare le briglie» e a reggere l’ansia di perdere il controllo. La seconda viene dalla testimonianza di un’insegnante che evita il mondo emotivo degli studenti per paura di aprire un «vaso di Pandora». Entrambe indicano bisogni formativi reali e raramente nominati.

Gli spazi educano (pp. 81-82)

Bellezza, cura e accoglienza degli ambienti sono condizioni pedagogiche, non un ornamento.

Piste da approfondire: curiosità per nuovi sviluppi

E se il dialogo continuasse sull’esame?

In Sorvegliare e punire c’è un paragrafo dedicato all’esame come «cerimonia» che fa di ogni studente un caso documentato. Sarebbe la naturale prosecuzione del libro. Si potrebbe applicare a registro elettronico, prove standardizzate, PEI e PDP, e-portfolio.

Una curiosità filologica

La lunga citazione sulla «micropenalità» (pp. 70-71) contiene, nella seconda parte, un brano che Foucault riprende da La Salle e dalla sua Conduite des écoles chrétiennes. Se il riscontro sull’edizione Einaudi lo conferma, quella voce ci porta alle radici settecentesche della pedagogia disciplinare. È uno spunto per una storia della punizione scolastica fino alla recente riforma del voto in condotta.

Hadot e Foucault: due modi di leggere la cura di sé

Pierre Hadot discusse con Foucault proprio su questo. Per Hadot gli esercizi antichi miravano a un sé universale, non a un’estetica dell’esistenza. Per un classicista è un dibattito affascinante. Aiuta anche a distinguere l’esame di coscienza stoico dalla confessione cristiana, che Foucault analizzò a lungo.

L’«indocilità»

Ianes la nomina tra i frutti della cura di sé (p. 60). Un’eco di questa idea si trova nella conferenza Che cos’è la critica? (1978), dove la critica è «l’arte di non essere eccessivamente governati». Ne potrebbe nascere una riflessione sulla parresia, il coraggio di dire il vero, nella scuola.

Differenze naturali o storiche?

La distinzione tra differenze e diversità (pp. 46-47) apre una domanda. Nella Volontà di sapere Foucault mostra come le categorie stesse con cui classifichiamo le persone abbiano una storia. Applicata alla scuola, la domanda diventa: come sono nate le categorie dell’inclusione (BES, DSA, certificazioni) e che effetti producono?

Cura di sé e apprendimento permanente

Ianes immagina «curricoli iperverticali lifelong» (p. 80). C’è un confronto interessante con il Foucault di Nascita della biopolitica e la sua figura dell’«imprenditore di sé». Come evitare che il lavoro su di sé diventi un’altra prestazione da certificare?

Il secondo dialogo possibile

Il libro lascia sullo sfondo il punto in cui Morin e Foucault divergono di più. Da un lato l’antropo-etica e l’umanesimo planetario di Morin, dall’altro il Foucault che nelle Parole e le cose parlava dell’uomo come «invenzione recente». Un seguito del dialogo potrebbe partire da qui.

Una sorpresa di genealogia italiana

Le «vestali della classe media» citate dal Foucault del dialogo (p. 21) richiamano la sociologia dell’educazione italiana degli anni Sessanta: Barbagli e Dei. È un invito a rileggere la stagione della «generazione don Milani», che il libro evoca (p. 17), in dialogo con la critica francese di quegli anni.

 

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