di Marco Guastavigna
La presenza massiccia dell’intelligenza artificiale e più in generale dei dispostivi digitali a scuola non è un fenomeno neutrale né un destino ineluttabile: è il terreno di una contesa politica ed ecologica fondamentale. Dietro la retorica dell’innovazione si cela – nemmeno poi molto! – l’infrastrutturazione della scuola pubblica da parte di oligopoli privati transnazionali (Big Tech), portatori di un modello fondato sull’estrattivismo dei dati, sull’ecocidio legato ai costi energetici e materiali dei grandi data center e sull’epistemicidio, ossia l’omologazione e la cancellazione delle culture pedagogiche, della pluralità linguistica e del pensiero critico locale a favore di narrazioni algoritmiche standardizzate.
La scuola democratica deve rifiutare tanto l’adesione acritica quanto la delega cieca a queste scatole nere (black box) proprietarie e opache. Occorre decolonizzare l’ecosistema digitale scolastico, superando la logica del controllo privatistico e della sorveglianza per costruire una zona di sviluppo digitale collettiva e mutualistica.
Una proposta alternativa deve operare su linee di azione chiare ed emancipanti:
Dispositivi conviviali, aperti e non brevettabili. La scuola deve dotarsi di ambienti e dispositivi concepiti sul modello degli strumenti conviviali (nel senso di Illich), trasparenti, ispezionabili, modificabili e orientati all’autonomia delle persone e delle comunità, non all’asservimento dell’utente. Vanno sostenuti e adottati esclusivamente software libero, modelli aperti (open weights) ed ecosistemi non brevettabili, liberati dalla morsa del copyright proprietario e dalla rendita monopolistica. Continua a leggere
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di Marco Fake Guastavigna









