di Mario Maviglia
Per circa dieci anni ho insegnato Metodi e Strumenti per la Sperimentazione Educativa nel corso di laurea in Scienze dell’Educazione presso l’Università Cattolica di Brescia, come docente a contratto. Nel leggere la proposta di consultazione che il MIM ha promosso sulle Nuove Indicazioni 2025, con nota del 20/03/2025 n. 11544, ho provato una grande nostalgia a non essere più docente perché il questionario proposto dal Ministero sarebbe stata un’istruttiva e interessante occasione di esercitazione per i miei studenti per capire come non si costruisce un questionario finalizzato a raccogliere delle opinioni su un determinato argomento. E questo per una serie di ragioni sia di carattere tecnico che di carattere teorico, oltre che ideale.
Sul piano tecnico la consultazione avviata dal MIM si caratterizza per la scarsa conoscenza delle regole di base che regolano la formulazione delle domande e che possono essere facilmente apprese consultando un qualsiasi manuale di ricerca. Per esempio, il testo di Kenneth D. Bailey (Metodi della ricerca sociale, Il Mulino, 2006, 5 voll.), un classico in questo campo, invita a porre attenzione all’uso delle congiunzioni “o” ed “e” in quanto spesso contengono una doppia domanda (in particolare le domande contenente “e” sono esposte a questo pericolo). Nel questionario ministeriale, delle 22 domande poste, solo la 1ᵃ, 2ᵃ, 3ᵃ, 4ᵃ, 7ᵃ non sfuggono a questo errore, tutte le altre sono mal poste, almeno sotto questo aspetto tecnico.
Se questo rilievo critico può essere considerato marginale, in quanto riferito a un dettaglio tecnico, molto più grave appare la formulazione complessiva delle domande che, apparentemente, tendono a raccogliere le opinioni dei docenti su quanto proposto, ma – per come sono espresse – sono in realtà finalizzate alla sola espressione del consenso, con qualche annotazione di miglioramento. Manca, in sostanza, come di solito avviene nei questionari costruiti in modo serio e corretto, la possibilità di esprimere un’opinione opposta a quella proposta dal questionario. Delle 22 domande ministeriali, solo la 3ᵃ presenta questo requisito. Dal punto di vista tecnico domande così concepite non hanno alcun valore ai fini della rilevazione delle opinioni in quanto prefigurano già risposte comunque positive, anche se con livelli minimi di scostamento. Diverso sarebbe stato, ad esempio, se – a fronte di un’affermazione indicata dall’autore del questionario – “si propone al soggetto di esprimere la sua posizione circa tale affermazione, in riferimento a una sequenza di posizioni possibili proposte. In altri termini, si tratta di domande a scelta multipla semplice, in cui però le categorie delle risposte sono disposte secondo un ordine stabilito; ciò permette di cogliere non solo l’opinione del soggetto su una certa affermazione, ma anche la direzione e l’intensità di tale opinione” (R. Viganò, Pedagogia e sperimentazione, Vita e Pensiero, Milano, 1995, p. 251). La scala Likert, ad esempio, presenta queste caratteristiche, con una quattro, cinque o sette diverse gradazioni (es. pienamente d’accordo / d’accordo / neutrale / non d’accordo / per niente d’accordo).
Il questionario ministeriale non sembra interessato a rilevare queste diverse opinioni, ma appare preoccupato a registrare comunque un’adesione positiva da parte dei docenti.
Si può ricondurre questa scelta a due diverse ma collegate ragioni:
- Si può leggere un sottostante atteggiamento autoritario, che si estrinseca nell’indicare in modo predefinito la linea da seguire. Questo atteggiamento risulta ancor più contraddittorio in quanto una consultazione – per definizione – dovrebbe mirare a rilevare i consensi, ma anche e soprattutto i dissensi. Il non contemplare il dissenso è la negazione stessa della consultazione, nel significato che di essa si dà nel campo della ricerca. In sostanza il dato tecnico viene piegato alle esigenze politiche.
- La non previsione del dissenso, oltre quanto detto sopra, induce a pensare che gli estensori del questionario (e dunque delle Nuove Indicazioni, ça va sans dire) non siano del tutto tranquilli rispetto a quanto proposto. Il ragionamento che faccio è molto semplice: se si è pienamente convinti di ciò che si propone, perché avere paura del dissenso? Quando in modo così pervicace non viene dato spazio a voci eventualmente dissonanti, evidentemente si ha paura di veder crollare il fragile castello costruito su basi essenzialmente ideologici.
In sostanza, si tratta – per dirla in modo schietto e senza infingimenti – di una consultazione farsa che mira a raccogliere un precostituito consenso magistrale per giustificare scelte già definite apriori. E questo spiega il motivo per cui molte associazioni professionali hanno preso le distanze rispetto a tale consultazione, invitando i docenti a compilare solo la parte denominata “Suggerimenti e osservazioni/max 250 caratteri spazi compresi” (successivamente aumentati fino a 2000 caratteri). Anche questo particolare conferma il carattere di farsa della consultazione: pensare che in 250 caratteri (poi emendati) i docenti possano esprimere le loro osservazioni in modo adeguato è una presa in giro, ed anzi un insulto alla loro dignità e professionalità, in quanto subdolamente e ipocritamente si fa credere di tenere al loro parere, ma lo strumento – per come è costruito – dice ben altro.
Il questionario non è emendabile: l’impostazione complessiva è così compromessa sul piano tecnico che risponde non tanto a finalità conoscitive, ma a ragioni di marketing ideologico, con l’aggravante che si rivolge a professionisti pensati come scodinzolanti cagnolini che ubbidiscono al padrone. E non mi meraviglierei se venissero fatte pressioni sui dirigenti scolastici affinché “convincano” le scuole a partecipare alla consultazione per incrementare, sul piano quantitativo, il consenso popolare. Per questo motivo anche l’ampliamento dello spazio per le annotazioni libere (salutato con interesse da alcune associazioni) appare comunque insufficiente a conferire un minimo di dignità a una consultazione impostata in modo così maldestro.
Sotto questo profilo, appare molto più interessante e incisiva la presa di posizione di Proteo Fare Sapere di Bergamo e Brescia che ha promosso una raccolta firme presso i docenti per rigettare in toto il questionario ministeriale invitando nel contempo i docenti a inviare al Ministero, anche in forma individuale (ma meglio se in gruppo), le loro riflessioni in modo libero e argomentato, superando in questo modo l’eventuale barriera censoria dei dirigenti scolastici (in tutte le categorie professionali ci sono i “più realisti del re”). Ovviamente questi materiali non verranno mai letti dalla Commissione ministeriale o da qualche funzionario di viale Trastevere, però possono costituire un forte segnale di dissenso nei confronti di questa operazione. D’altro canto anche i risultati della consultazione ufficiale non hanno bisogno di essere letti, in quanto le risposte – come detto sopra – sono artatamente orientate verso un’adesione al volere dei proponenti.
Aneddoto finale: nel 1918 gran parte delle auto circolanti in America era Ford Modello T ma solo di colore neo per contenere i costi. Il lancio sul mercato di quel modello fu accompagnato da questa frase: “Puoi averla in qualsiasi colore desideri, purché sia nero.” Ecco, alla consultazione di Valditara si addice in modo particolare questo aneddoto. Anche rispetto al colore.
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