Verso la fascistizzazione della scuola. Credere: a chi? Obbedire: secondo quali norme? O combattere

di Rodolfo Marchisio

Si, il dibattito sulle IN, già respinte da quasi tutti (enti associazioni, ma soprattutto CSPI e Consiglio di Stato, che ne ha sottolineato tra l’altro la mancanza di motivazioni), si sta riaprendo, anche constatato che nella versione finale non era cambiato quasi nulla, nei contenuti e nella impostazione, fatta salva qualche sfumatura e affermazioni che lo stesso MIM anche solo per tattica, aveva attenuato; sottolineando peraltro la autonomia del docente e della scuola nella costruzione e realizzazione del curricolo (?).
La polemica ideologica, arrogante e pretestuosa del MIM era partita dalla “necessità” di cancellare i danni che i marxisti-leninisti, post sessantottini e comunisti (e se li trovate mi fate un piacere) avevano fatto alla scuola. In un periodo in cui tra l’altro, sino al 1990 i ministri erano stati tutti democristiani, con poche eccezioni e il ventennio Moratti/Tremonti/Gelmini in mezzo.
Contrabbandando la lotta a questa ideologia (unico fantasmatico nemico) con una ideologia vera: quella di governo.
Non ditelo al MIM ma il più grande critico delle ideologie era un certo K. Marx, leggi “Ideologia tedesca”, che qualcosa col comunismo aveva a che fare.
Detto tutto quanto si poteva dire della prima versione (Gessetti ha raccolto in un e book 12 pareri autorevoli, le iniziative non si contano), con errori (Alessandro Magno che unifica l’Occidente, morendo nel cuore dell’Asia è solo una chicca) e violazione di norme, oltre che operazione ideologica contro un presunto nemico (“ci vuole sempre un nemico da odiare per giustificare la propria mancanza di identità”, diceva Eco) siamo alla fase delle reazioni alla applicazione di “Programmi” (MIM) che non sono programmi, ma quadro di riferimento; la legge sulla autonomia (coi suoi difetti) spesso citata e la libertà di insegnamento sono i punti confermati autorevolmente da Fiorin in un suo post.

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Della disobbedienza e altre virtù

di Mario Ambel

Fatemi capire se ho capito giusto. Italo Fiorin, in un recente e apprezzato post su fb, afferma opportunamente che molte e molti docenti si troveranno a breve di fronte al dilemma se obbedire o disobbedire alle Indicazioni 2025, dopo che saranno diventate “legge”. E poiché alle leggi si deve ubbidire, oltre tutto come dipendenti dello Stato, invita a scernere, in quel testo, ciò a cui si è effettivamente tenuti a ubbidire da quanto (ed è molto) è una illegittima forzatura strumentale.

Fin qui credo di aver capito. Da mesi propongo inutilmente di rispedire al mittente quel testo perché composto (all’origine) per due terzi da contenuti illegittimi e per un terzo da altri irricevibili da un punto di vista culturale, epistemologico e didattico.  E qualcosa del genere, oltre a correggerne la patetica ortografia, mi pare abbia detto anche il primo parere del Consiglio di Stato.

Ora credo che davvero, se fossi a scuola,  sarei posto di fronte all’alternativa fra dimettermi o chiedere di essere obbligato con ordine di servizio a insegnare Italiano e Storia sulla base delle “indicazioni” sconclusionate e reazionarie che ne infiocchettano i programmi, poiché contrarie all’etica e alle competenze professionali, che da 50 anni si fondano su ricerche, studi, sperimentazioni e norme che dicono l’esatto contrario di quel testo e contro cui queste “indicazioni” sono state dichiaratamente predisposte. Per dirne una, in Italiano si è cominciato ai primi di febbraio con regole e grammatica e lì siamo tornati, come in un delirante gioco dell’oca in cui continuiamo a cadere sulla casella sbagliata, nonostante da molto tempo la pedagogia linguistica e la linguistica teorica e applicata argomentino che sia una pessima idea.

E qui, allora, aiutatemi a capire se ho capito. Tutta questa vicenda dimostra che, allo stadio attuale delle cose, una maggioranza di governo può imporre alla scuola la sua visione del mondo, i suoi contenuti e le sue metodologie nonostante l’opposizione di insegnanti, studiosi, associazioni, sindacati e in contrasto con la storia e le norme stesse dell’istituzione che sta “governando”. E oggi il paese ha dimostrato di non essere più in grado di emanare linee di indirizzo sulla e per la scuola Continua a leggere

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Continuiamo sull’onda della “Ballata popolare” di Giancarlo Cerini

di Monica Piolanti

L’intervento di Loretta Lega al Convegno di Camaldoli sulle “Nuove Indicazioni 2025” svoltosi il 10 e 11 ottobre è stato un colpo di scena necessario, un invito lucido e appassionato a fermare il pendolo delle riforme autoreferenziali che periodicamente agitano il sistema scolastico.
Emerge da esse, con forza una verità ineludibile: la scuola non si cambia per decreto o a colpi di editto ministeriale, ma solo se l’innovazione didattica e culturale riesce a diventare una “ballata popolare”, un patrimonio di idee, pratiche e motivazioni condiviso dalla comunità educante, come ci ha insegnato Giancarlo Cerini, di cui la Lega riprende il pensiero. L’idea di riforma, per avere successo, non può nascere in stanze isolate, ma deve trasformarsi in una narrazione a più mani, in cui docenti, studenti e famiglie si sentano narratori e protagonisti attivi. Il dibattito in corso sulle nuove Indicazioni, purtroppo, svela una preoccupante tendenza a confondere il punto focale, rischiando un pericoloso passo indietro sul piano pedagogico e un’incomprensione profonda della missione della scuola contemporanea.

La prima chiarezza da ristabilire con vigore riguarda il rapporto mai risolto tra conoscenze e competenze. Per troppi anni, un certo mondo accademico e una parte del corpo docente hanno alimentato il sospetto che la didattica per competenze fosse una moda passeggera destinata ad andare “a scapito” dell’acquisizione delle strumentalità e delle conoscenze fondamentali, riducendo la scuola a un problem solving decontestualizzato e superficiale. Questa lettura binaria è non solo fuorviante, ma storicamente datata.
Loretta Lega lo ribadisce chiaramente, riprendendo lo spirito del documento “Indicazioni nazionali e nuovi scenari” del 2018: le competenze di cittadinanza non sono affatto una “nuova materia” o un onere aggiuntivo da incastrare in orari già saturi. Sono, invece, l’esatto opposto: esse rappresentano il valore aggiunto e lo sfondo integratore che dà un senso unitario e funzionale ai saperi di base. La vera competenza non è l’alternativa al sapere, ma la sua attivazione in contesti complessi. Continua a leggere

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Quando “facevo” educazione sessuale a scuola

di Rodolfo Marchisio

Riassumendo:

  1. Nelle LG Ed Civica 2024 il MIM prospettava, tra le righe, la Ed. sessuale nelle scuole come contrasto alla “violenza di genere”. La 40° educazione scaricata sulle scuole a costo zero.
  2. L’Italia è uno dei pochi paesi europei a non prevedere Ed. sessuale nella scuola (considerata “diritto alla salute”- Unesco).
  3. Il governo prepara un disegno di legge sulla Ed. Sessuale nelle scuole, previo consenso dei genitori.
  4. Per contrasti interni al governo stesso si propone di non fare educazione sessuale nella fascia dell’obbligo, ma solo ai più grandi (forse). In dubbio se avvalersi di associazioni o esperti esterni. Il governo della paura.
  5. Valditara afferma e Tecnica della scuola riprende: “la Ed sessuale fa già parte dei programmi della scuola” e via delirando.

A parte il fatto che i programmi non esistono più da tempo nella scuola, il ministro non lo sa e nessuno glielo fa notare al MIM, quelli che lui elenca come “programmi” (organi riproduttivi, loro funzionamento…) fanno parte delle tematiche da sempre trattate nell’ambito di scienze (basta leggere l’indice di un libro di testo) e c’entrano poco con la educazione sessuale tesa a formare o modificare comportamenti affettivi, di relazione corretta, di empatia e sensibilità; ma anche di accoglienza dei problemi che i giovani, soprattutto dalla preadolescenza in poi si pongono o cui cercano, da soli, in gruppo, ovviamente in rete, risposte talora sbagliate e comunque mai verificate e che creano disagi personali, generazionali o comportamenti scorretti anche violenti. C’è da domandarsi se i tecnici del MIM siano allo stesso livello del ministro o lo lascino andare avanti a fare figuracce per farsi quattro risate. Continua a leggere

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Indicazioni nazionali: difendiamo la vera identità nazionale

di Pietro Calascibetta
Le Nuove Indicazioni Nazionali (NIN) per il primo ciclo sono state predisposte ufficialmente per aggiornare le Indicazioni del 2012, ma in realtà, per dichiarazione esplicita dello stesso Ministro e del Governo, per adeguarle ad un “nuovo scenario” che si basa su un diverso paradigma culturale e pedagogico a cui la maggioranza di governo aderisce e che definisce con orgoglio e senza mezzi termini “alternativo” a quello precedente
Per questo motivo credo che i singoli provvedimenti del Ministro in questa legislatura comprese le NIN non vadano visti slegati l’uno dall’altro come semplici interventi regolatori per il buon funzionamento, ma come tessere di un puzzle normativo che una volta composto dovrà creare nelle intenzioni del Governo l’immagine di quel sistema formativo “alternativo” di cui si sentono promotori.
Questo “nuovo e alternativo” scenario su cui punta la Destra non è semplicemente un punto di vista diverso all’interno di una stessa visione del mondo come ormai abbiamo capito tutti, ma qualcosa di più profondo perché si propone come alternativa salvifica e trasformativa che immagina un futuro per i cittadini e per la società civile radicalmente diverso perché ancorato a principi e a valori “alternativi”.
Se le cose stanno così bisogna andare oltre all’indignazione e alla protesta e chiedersi e comprendere bene quale sia l’origine e la collocazione ideologica di questo pensiero “alternativo” di cui il Ministro e la maggioranza si vanta .
Dire che è un pensiero conservatore, autoritario o addirittura fascista è troppo vago e non dice nulla di concreto che possa coinvolgere la gente senza cadere in polemiche divisive per addetti ai lavori a cui molti non vogliono partecipare.
Da dove proviene dunque tale pensiero e quali sono i suoi reali contorni? Questo pensiero tocca solo la scuola o tutta la società? E’ un problema dei docenti o di tutti?
Se sono i conservatori americani e il Trump-pensiero ad attrarre l’attuale maggioranza e se le scelte politiche del Governo americano rappresentano di fatto un modello a cui ispirarsi .
Vale la pena allora di vedere più da vicino di che si tratta, quale identità culturale esprime questo pensiero confrontandola con la nostra identità che per fortuna non è ancora persa.
Lo scopo di questo contributo è proporre una strategia diversa da quella che istintivamente verrebbe di praticare.

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Il conflitto sulle Nuove Indicazioni e sulle Linee Guida

Nel sito del CESP è disponibile il volume che raccoglie gli atti del Convegno dal medesimo titolo svoltosi venerdì 10 ottobre 2025, ore 8.30-17.30 a Bologna presso l’ITIS Aldini Valeriani.
L’organizzazione è stata curata dalla sede Cesp di Bologna con la collaborazione delle sedi Cesp di: Arezzo, Cagliari, Catania, Grosseto, Lucca, Modena, Padova, Palermo, Ravenna, Reggio Emilia, Siracusa, Terni, Torino, Varese.
I testi costituiscono la base delle relazioni tenute al convegno.
Ognuno di essi è emerso da gruppi di lavoro che hanno coinvolto oltre cinquanta insegnanti e attivist* del Cesp delle numerose sedi citate; l’autrice o autore indicati per ogni testo sono gli estensori che hanno sintetizzato le idee emerse nei gruppi di lavoro.

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Indicazioni nazionali: le tre ossessioni

di Italo Fiorin

Il Consiglio di Stato ha rimandato al mittente le ‘nuove’ Indicazioni nazionali, considerandole, per ora, non valutabili. Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzioni, nel suo obbligatorio parere, ha suggerito necessarie modifiche; un largo movimento non identificabile con una parte politica, costituito dalle associazioni disciplinari, professionali, da istituzioni culturali, da dirigenti, insegnanti, pedagogisti, accademici ha avanzato critiche, denunciato la mancanza di dialogo, l’assenza di pluralismo, le forzature che sono state operate attraverso pseudo consultazioni avviate da questa impalpabile Commissione ‘Perla’, o Commissione ‘Galli della Loggia’ ( se si vuol essere più precisi), e la risposta del ministro del ‘buon senso’: tiriamo dritto.
E’ evidente che siamo di fronte non a una riscrittura di un testo pur autorevole, come dovrebbe essere quello delle Indicazioni, ma al tentativo di riscrittura della cultura pedagogica del nostro Paese. La nuova narrazione muove da tre grandi ossessioni:
1. L’ossessione Occidentale’
2. L’ossessione Identitaria
3. L’ossessione Autoritaria

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Le parole hanno un peso. Replica al Ministro Valditara in difesa della pedagogia democratica

di Maria Renata Zanchin

“Ri”partire, Sig. Ministro? Domanda retorica, a premessa di queste brevi righe per confutare l’uso di alcuni termini nella sua intervista pubblicata in questo giornale (Uno zaino di riforme per la scuola del merito. Parla il ministro Valditara, Intervista di Maurizio Crippa su Il Foglio del 29 settembre 2025). Sono parole troppo importanti per la vita e la storia della scuola ed è l’ennesima volta in cui, a margine della pubblicazione di documenti normativi, lei le utilizza per rivolgere accuse a una non meglio definita impostazione di pedagogia democratica.

In questo modo si svilisce, agli occhi di chi non ha le conoscenze sufficienti per poter dubitare, quanto si è costruito a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, da gruppi di ricerca, scuole, università, sindacati, partiti politici progressisti che si sono spesi per una pedagogia democratica come stimolo per una società democratica e giusta. È vero che le loro idee e le loro pratiche non sempre si sono diffuse e estese agli altri nel migliore dei modi, ma questo accade perché la complessità del vivere si è via via incrementata e perché l’azione umana non è mai perfetta, richiedendo tra l’altro, nei progetti complessi, tempi lunghi.

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Spontaneismo istituzionale

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpg

di Mario Ambel

Ha fatto scalpore l’ultima levata di capo del Ministro del Merito in tema di regole e grammatica, con l’immancabile attacco ai più significativi ministri di centrosinistra, accusati addirittura di essere fautori di una sorta di pedagogia dello spontaneismo espressivo. Altri hanno già risposto: su fb e qui, su “Gessetti colorati”, Silvana Loiero, Nerina Vretenar e Simonetta Fasoli; Marco Guastavigna ha opportunamente proposto l’analisi e le documentate confutazioni elaborate da Perplexity.
Verrebbe persino da dire: “Troppa grazia per un Ministro che invoca correttezza e rigore grammaticale con un testo di Indicazioni nazionali pieno strafalcioni ortografici e morfosintattici, oltre che di toppe giuridiche e concettuali, che gli ha dovuto far notare il Consiglio di Stato”.
Ma, purtroppo, è il Ministro e quindi si è dovuto contestargli che né De Mauro, né Berlinguer si sono mai sognati di provare simpatia per qualsiasi forma di spontaneismo, men che meno di promuoverne l’applicazione durante i loro dicasteri.

Ma lo spontaneismo educativo è una cosa seria, soprattutto se applicato ai fatti o atti linguistici, e quindi sono stato tentato di chiedere lumi a un depositario del sapere diffuso. Ne ho quindi parlato con Gemini, versione free, dal cellulare, potendomelo permettere, non essendo in classe senza incorrere in reprimende o sanzioni.

Ebbene, per prenderla alla larga e non insospettire il mio interlocutore artificiale, ma assai più “umano” di molti, gli ho chiesto:

IO. Che cosa si può rispondere a chi pensa che la pedagogia dello spontaneismo espressivo ha indebolito l’insegnamento di grammatica e sintassi?
GEMINI È una critica ricorrente, ma si può rispondere in diversi modi, evidenziando come la presunta “debolezza” possa in realtà essere vista come un cambio di prospettiva nell’apprendimento linguistico.
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De Mauro, la scuola e la grammatica. Oltre lo slogan dello spontaneismo

di Silvana Loiero

Nell’intervista al Foglio del 29 settembre il ministro Valditara ripete la solita accusa: ai tempi di De Mauro e Berlinguer avrebbe dominato uno “spontaneismo espressivo” che ha indebolito grammatica e sintassi. È una distorsione facile da smentire: basta aprire i libri del linguista. Chi parla così, semplicemente, non ha letto De Mauro.

De Mauro, infatti, non ha mai detto “mandiamo via la grammatica” dalla scuola. Ha spiegato che “grammatica” indica due piani diversi. Il primo piano riguarda l’italiano che tutti mettiamo in atto quando parliamo e scriviamo, la regolarità della lingua che i parlanti praticano senza accorgersene: è la grammatica vissuta o implicita. Il secondo piano si riferisce allo studio esplicito di quelle strutture, con regole, termini, descrizioni e confronti: è la grammatica riflessa o esplicita. Confondere i due piani porta fuori strada: riconoscere l’uso vivo della lingua non significa affatto rinunciare alla riflessione; significa fare grammatica intelligente, a partire da ciò che gli studenti già sanno fare con la lingua.

De Mauro racconta che all’inizio degli anni Settanta cominciarono a circolare nelle scuole manuali di grammatica che si presentavano come nuovi e aggiornati, ma che in realtà erano poco più che rifritture dei vecchi libri. Erano grammatiche di ispirazione strutturalista, generativista o semanticista, destinate direttamente agli alunni, con l’illusione che bastasse introdurre termini specialistici per fare un salto di qualità. Così si arrivava a spiegare a un bambino di sei anni che cos’è un “monema” o un predicato a tre argomenti, come se la precocità terminologica fosse garanzia di apprendimento.
Il linguista ricorda che, a lui e ad altri studiosi, quelle grammatiche sembrarono una cattiva risposta al vero problema, che era quello di far crescere la formazione degli insegnanti e di migliorare le pratiche quotidiane di educazione linguistica. Scrive infatti: «Quelle grammatiche apparentemente à la page dimenticavano la discontinuità che c’è tra grammatica implicita o, come diceva Giuseppe Lombardo Radice, vissuta, e grammatica esplicita o riflessa. Raffaele Simone e La Nuova Italia, con molto coraggio, concepirono e pubblicarono nel 1974 quel Libro di italiano che rendeva esplicite le nostre idee, rivolgendosi agli alunni, ma parlando anche, e bene, agli insegnanti» (De Mauro 1998). Continua a leggere

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