di Aluisi Tosolini
In una recente – e molto interessante – intervista a Il Giornale (20 aprile 2025) il ministro Valditara risponde a Fabrizio De Feo sul tema dell’occidente e della sua definizione. L’occasione è il riferimento fatto dalla Presidente del Consiglio Meloni nel corso dell’incontro con il Presidente Trump alla necessità di rendere grande di nuovo l’occidente.
Le risposte di Valditara, nella loro esplicita chiarezza, rendono possibile ricostruire la concatenazione di ragionamenti che stanno alla base della dichiarata grandezza dell’occidente e della necessità di renderlo di nuovo grande.
I passaggi del ragionamento di Valditara
Questo il percorso che mi pare compiere il ministro:
- Definire un occidente ideale inserendo nella definizione una serie di valori e prassi su cui è difficile non essere concordi: “innanzitutto un sistema di valori fondati sull’idea di democrazia, sulle libertà individuali, sullo stato di diritto, sulla laicità dello Stato”. Poi Valditara aggiunge anche “Buona fede, humanitas, equità”.
- Definire universali i valori di questo occidente.
- Rendere indefiniti i confini di questo occidente ideale visto che si tratta non tanto di “una collocazione geografica, quanto di una comunità di nazioni che si riconoscono negli stessi valori che sono valori universali”. Detta così chiunque può far parte dell’Occidente e moltissimi già ne fanno parte essendo ricollegati alle radici stesse dell’occidente (vedi punto 4). Mi chiedo tuttavia, come una sorta di prova del 9, dove stia ad esempio di casa Putin in questo ragionamento.
- Esplicitare la genealogia di questo occidente ideale lungo la linea storica costituita da Atene, Gerusalemme, Roma.
- Espungere dalla storia dell’occidente tutto ciò che non si accorda con la definizione dell’occidente ideale sopra descritto indicandolo come estraneo all’occidente stesso (ad esempio Hitler, le dittature, i totalitarismi).
- Utilizzare il concetto di occidente così ricavato per metterlo alla base della nuova visione della scuola per almeno due aspetti
- “rimettere al centro la storia dell’Occidente”: gli altri popoli e le altre culture appaiono al mondo e sono resi visibili e nominabili solo a partire dal loro incontro con l’occidente (l’oriente con Alessandro Magno, la Cina con Marco Polo, gli aztechi con Cristoforo Colombo, ecc.)
- definire il rapporto con le culture altre presenti nelle scuole italiane (integrazione degli stranieri).
Tre considerazioni per approfondire
Il percorso concettuale di Valditara si presta a moltissime riflessioni (e contestazioni). Qui mi fermo tre sole considerazioni, quasi metodologiche, per poi chiudere sul tema dell’integrazione.
- Occidente, un racconto lungo 4000 anni
Per avviare la discussione consiglio di leggere il recente studio di Josephine Quinn, professoressa di storia antica ad Oxford, che ha scritto “Occidente. Un racconto lungo 4000 anni” (Feltrinelli 2024). Una lettura decisamente interessante che mina alle radici le tesi sostenute da Valditara spiegando anche che il tentativo di studiare – e comprendere – le società antiche come entità isolate è obsoleto e sbagliato. Per la Quinn sono i contatti e le connessioni a guidare il cambiamento, dunque non sono i popoli a fare la storia, ma le persone. Guarda caso proprio quelle persone/individui che Valditara pone (con la loro libertà) alla base del concetto stesso di occidente. Vengono prima le persone e poi gli stati, sostiene Valditara (e il concetto si ripete anche in molti passi delle Nuove Indicazioni 2025 e delle linee guida per l’Educazione Civica di settembre 2024). Ma questo vale anche per le civiltà: vengono prima le persone e poi le civiltà, e quindi anche per l’occidente come civiltà indicato da Valditara. Per una ampia recensione del volume della Quinn si veda la recensione di Alessandro Scassellati su Officina dei Saperi.
Dove collocare il Fascismo?
Rispetto al punto 5 sopra descritto sarebbe interessante aver notizia, visto anche che si avvicina il 25 aprile, in che parte del ragionamento viene inserito il fascismo. Fa parte dell’occidente? E’ estraneo all’occidente? Mussolini e seguaci furono rappresentanti dell’occidente o deviazioni dell’occidente? Camerati che sbagliarono? Restiamo in curiosa attesa. Si tratta di una domanda cruciale: il fascismo è (stato) parte dell’occidente oppure no?
«Western nationalism»
Può essere utile, per collocare il pensiero di Valditara, ricostruire il significato della dizione «nazionalismo occidentale», espressione che è stata usata da Giorgia Meloni nel corso della sua recente conversazione con Trump. Ci facciamo aiutare da Mario Ricciardi (filosofo dell’Università di Milano e direttore sino a poco fa della rivista Il Mulino) che ne ha ricostruito sul Manifesto (19.04.2025) il significato partendo dalla affermazione di Robert Tait, corrispondente del Guardian da Washington, secondo cui la presidente del consiglio italiana l’avrebbe introdotta precisando che si tratta di un’espressione nuova, della cui appropriatezza ha detto di non essere certa.
In realtà, non è stata la prima volta che Meloni ha usato, in inglese, la formula «western nationalism». Ne aveva infatti parlato anche nell’ottobre scorso al think tank conservatore Atlantic Council.
La paternità dell’espressione è di Anthony J. Constantini, autore di un articolo pubblicato sul sito Politico il 4 settembre del 2023 con il titolo «Meloni’s Western Nationalism» (il nazionalismo occidentale di Meloni).
In sostanza, – scrive Ricciardi – secondo Costantini l’innovazione introdotta da Meloni sarebbe di aver superato il nazionalismo «classico», per così dire, che vede le nazioni come potenzialmente in conflitto, per sostituirlo con una variante «occidentale», che farebbe riferimento a una «civiltà» e non a un’identità nazionale. E infatti, parlando con Trump, ha aggiunto: «Parlo principalmente di Occidente, ma non mi riferisco allo spazio geografico. Parlo di civiltà (civilization), e voglio renderla più forte». Come si vede si tratta della stessa linea di pensiero cui fa riferimento Valditara.
Continua Ricciardi: “Meloni è senza dubbio molto ambiziosa, e coltiva la speranza, se non di prenderne la guida, certamente di avere un ruolo centrale nella trasformazione dell’Unione europea in una civiltà che assume un ruolo non solo culturale ma geopolitico”.
La conclusione di Ricciardi è netta: “Vero che il «nazionalismo occidentale» è diverso da quello classico” ma ”la civiltà occidentale da restaurare e proteggere dalla minaccia degli «altri» è un tema del suprematismo bianco sin dai tempi della guerra civile americana, e forse non è un caso che proprio da oltre oceano arrivi il suggerimento raccolto da Meloni”.
Integrazione, inclusione, interazione, intercultura
Da ultimo voglio soffermarmi sul passaggio dell’intervista in cui Valditara si difende dall’accusa di “rendere più difficile l’integrazione degli stranieri”.
Questa la risposta:
«Al contrario. L’integrazione è possibile solo se chi arriva sa quali sono i valori, la storia, l’identità di chi lo accoglie. Se incontra il vuoto, finirà con l’imporre i suoi valori. Come puoi rendere qualcun altro tuo concittadino se non sai chi sei? Noi dobbiamo integrare non semplicemente includere. Includere significa giustapporre, è il melting pot, dove ognuno rimane ciò che è, integrare significa far vivere insieme, nella condivisione dei valori che fondano una comunità’.
Qui il problema mi pare proprio di definizione, di uso dei concetti.
Il ministro contrappone inclusione a integrazione, facendo non poca confusione.
La Treccani definisce così integrazione: “inserirsi, entrare a far parte stabilmente di un gruppo, di una struttura, di una società o comunità, assimilandosi e fondendosi con chi già ne faceva parte”.
Gli stranieri, in sostanza, diventano concittadini solo se si assimilano alla cultura della comunità che li accoglie (che, immagino, sia l’occidente di cui si narra). Solo se escono da sé, rinunciano alla propria cultura, per diventare tutt’uno con la cultura che li integra.
Non è pensabile – per Valditara – una dimensione interculturale in cui assieme si costruisce una nuova comunità (communis, fatta da tutti, in tutti si sentono a casa). Per Valditara la comunità è solo quella di origine, non anche quella di destino. Per questo lo sguardo è volto al passato e non può che richiedere integrazione come assimilazione.
Se si guarda invece alla comunità di destino, a ciò che saremo e sapremo costruire assieme, si guarda al futuro, alla scommessa di imparare a vivere assieme costruendo una casa comune delle differenze.
E’ lo sguardo, la prospettiva interculturale, che pare proprio non interessare a Valditara e a chi vede nell’occidente il mito fondativo. Alfa e Omega.
Ne prendiamo atto. Ma è davvero questa la società che vogliamo?
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