Recen
sione a cura di Aluisi Tosolini
Il nuovo libro a firma del ministro Giuseppe Valditara è stato pubblicato a fine luglio. L’autore stesso lo ha presentato prima a Viareggio il 29 luglio e poi, con un intervento a propria firma, sul Corriere della sera del 31 luglio 2025 dove la pagina 28, dopo aver aperto con la notizia della approvazione della norma sul “6 in condotta”, al piede ospita l’intervento del ministro così titolato: «Il buon senso? La forza rivoluzionaria di un Paese normale Il libro di Valditara, la riflessione: l’avversario politico non diventi un nemico da abbattere e delegittimare »
L’obiettivo del volume
L’obiettivo del volume è chiarissimo dalla prima riga di testo (“Un paese normale esprime una forza tranquilla: è la forza che garantisce il benessere e la sicurezza all’interno, l’autorevolezza all’esterno” pag. 1) all’ultima pagina: “nessuna ricostruzione materiale di una nazione potrà fondarsi su solide basi senza una sua ricostruzione spirituale… senza una rivoluzione culturale che riporti la naturalità, la normalità di certi valori e di certi principi nella società, partendo dalle scuole, dalle università, per finire nei tribunali e quindi nella cultura. Serve insomma la rivoluzione del buon senso. Esiste in Italia una maggioranza morale di cittadini che crede nel futuro della nostra patria, che condivide le esigenze di serietà, di buon senso, di realismo, di una politica concepita per difendere il bene comune e gli interessi nazionali, una maggioranza morale che non ha dimenticato i grandi valori della nostra storia migliore, che sono alla base della nascita stessa della Repubblica e che nessuno Sessantotto o Settantasette, nessun rigurgito neocomunista, wokista o internazionalista potrà cancellare. E’ a questa maggioranza morale che noi dobbiamo rivolgerci, per mobilitarla a fianco di chi sta lavorando per ridare fiducia, speranza e forza alla nostra Italia” (pp 154-155).
La ri-voluzione necessaria
Ecco, il libro è in sostanza tutto qui. Squadernato con precisione e chiarezza.
C’è una rivoluzione da fare, e rivoluzione nel senso etimologico pieno del termine che, dal latino così spesso citato dall’autore (ma non in questo caso) significa re-volvēre, ovvero girarsi e tornare indietro.
E indietro verso dove? Verso il tempo – dice l’autore – lungo l’asse Atene – Roma – Gerusalemme in cui ragionevolezza e buon senso andavano di pari passo, in cui buon senso significava “capacità di giudicare con equilibrio e ragionevolezza partendo sempre dalla realtà”. Ed “è chiaro che normalità e buon senso, ragionevolezza e saggezza, non mancano fra la gente, ovvero tra i cittadini. Non sono però scontati in ambienti che influenzano il destino della comunità: la cultura i media la politica” (p.2).
La “gente” è già lì, è già nel tempo del buon senso (o del senso comune?), nel paese normale. Adesso occorre portarci anche la cultura e la politica grazie appunto ad una rivoluzione (ovvero ad una inversione di marcia). E perché occorre invertire la marcia? Perché ci sono state (e ci sono) “certe” forze politiche e culturali che hanno smarrito la strada della ragionevolezza, che sono un “ostacolo”
A chi tocca compiere questa ri-voluzione? Alle forze della attuale maggioranza, ben rappresentate nella loro varietà, dal percorso politico della stesso ministro: per tre volte senatore dal 30 maggio 2001 al 14 marzo 2013 (con Alleanza Nazionale / Il popolo della Libertà dal 2001 al 2010, poi con Futuro e libertà per l’Italia e infine dal 2010 al 2011 con Gruppo misto e Terzo polo), riavvicinatosi poi dal 2018 alla Lega di Salvini diventando capo dipartimento del Ministro Bussetti sino al 2019, ovvero alla caduta del Conte I, e infine, candidato non eletto per a Lega alle elezioni del 25 settembre 2022 e quindi nominato ministro nell’attuale governo con premier Giorgia Meloni.
Come viene argomentata la rivoluzione del buon senso?
Il testo di Valditara (come credo moltissimi tra i libri scritti dai politici nel corso della loro attività) è in sostanza un lungo comizio. Usa un linguaggio semplice, immediato. Non utilizza le note ed i riferimenti – sempre abbastanza generici – sono direttamente inseriti nel testo.
Prima di argomentare a favore delle sue tesi si impegna per i primi due capitoli a descrivere “l’immaturità democratica di una certa sinistra” e “i passi indietro della sinistra”.
La critica è radicale e parte dal fatto che, secondo l’autore, una “certa” sinistra non ha fatto i conti con i proprio passato (al contrario della destra, e viene citata la svolta di Fini e alcune dichiarazioni della Meloni) e quindi diventa intollerante verso il pensiero diverso: “incapace di individuare elementi di critica razionale,… , usa l’arma tipica del pensiero totalitario: togliere alla radice credibilità alla persona che esprime idee sgradite, piuttosto che delegittimare con profondità ed efficacia argomentativa quelle stesse idee” (p. 9).
Ho riportato questa lunga citazione perché credo che essa possa – e debba – costituire la cartina tornasole ed il metro di verifica non solo per una “certa” sinistra ma anche per una “certa” destra e in fondo per lo stesso autore del testo, il ministro Valditara. Per fare qualche semplice esempio basterebbe infatti andare a rileggersi dichiarazioni di leader di una “certa” destra per capire che la critica fatta da Valditara è anche un guardarsi allo specchio. Faccio un semplice esempio, collegato all’ennesimo attacco fatto dalla Russia nei confronti del presidente della repubblica Mattarella: qualcuno si ricorda la maglietta di Salvini con su scritto Cedo due Mattarella in cambio di Putin ?. Non sembra proprio una critica razionale al presidente della repubblica.
E si potrebbe continuare all’infinito ma non è questo l’intento di questa recensione.
Una certa …
C’è una parola che torna spesso nel fraseggio del testo, ed è la parola “certa”: “certa sinistra, certo sindacalismo radicale, certi politici, certi atteggiamenti degli ambienti progressisti italiani, un certo mondo progressista, una certa intellighenzia….”
Si tratta di una strategia retorica di costruzione del proprio avversario abbastanza comoda e molto furba perché rimane nel vago (pur facendo certo molti nomi di leader e dirigenti della certa sinistra) e in fondo lascia nel lettore l’idea che ci sia un’altra sinistra che va bene e che non è quella certa sinistra che ha come obiettivo la distruzione dell’occidente. Anche se poi questa certa sinistra (quella che andrebbe bene) non si appalesa nel testo (o forse è diventata, o si è convertita, in una certa destra? Chissà.)
L‘operazione avviene utilizzando citazioni di storici, giornalisti, politici, studiosi, filosofi (i cui nomi sono utilizzati un po’ come il prezzemolo, quando non buttati lì a caso come avviene ad esempio a pagina 2 dove a fondamento del primato della concretezza e della ragione vengono citati in rapidissima successione “Aristotele, Cartesio, Sesto Elio, Celso, John Locke, Immanuel Kant, Thomas Reid, passando per Tommaso d’Aquino, senza dimenticare Piero Verri, Cesare Beccaria e Carlo Cattaneo”). Sublime poi il fatto che alcuni degli intellettuali citati vengono dall’autore iscritti al novero della sinistra (così la loro critica appare ancora più ficcante). Tra questi Luca Ricolfi (“noto politologo di sinistra” sic a pag 8 !) e Paolo Mieli (“di certo un uomo di sinistra” p.7).
Le colpe di una certa sinistra
In sintesi le colpe di questa certa sinistra si possono così riassumere
- è totalitaria
- non ha mai fatto i conti con il passato
- mira all’annientamento del nemico
- non conosce l’umiltà
- mistifica i fatti
- è massimalista
- guarda solo ai diritti (anzi, “sostiene l’iperfetazione dei diritti, la trasformazione dei desideri e dei bisogni in diritti e per converso la marginalità dei doveri” p. 28). La battaglia per i diritti era del resto “contenuta nei documenti di Lotta Continua e Democrazia proletaria ed era considerata la chiave per far saltare gli equilibri della società borghese” (p.30)
- critica il principio di autorità (p.30 ss) influenzata da “Foucault, Deleuze e Guattari che sono all’origine di tutte e contemporanee derive antiautoritarie poi sfociate nel Settantasette (ma già presenti nel Sessantotto) e da ultimo nel neo wokismo e persino nella cancel culture” (p. 31)
- criticando l’autorità delegittima i docenti, le forze dell’ordine,…
- nega la responsabilità individuale (colpa che tuttavia, dice Valditara, “ha radici anche in certe (ancora !) correnti culturali affermatesi nelle scienze sociali, nella psicologia e nella pedagogia accomunate da un indirizzo permissivista” p. 35)
- rifiuta il merito e a competizione
- non riconosce il primato della proprietà privata rispetto alla proprietà pubblica e in questo è accomunata al pensiero di “certo cattolicesimo sociale” (93). E qui Valditara si ferma perché altrimenti dovrebbe spiegare come mai non è d’accordo con la consolidata dottrina sociale della chiesa che tratta la questione in ben altro modo rispetto alla esaltazione della proprietà privata (si vedano ad esempio le Encicliche Fratelli tutti e Laudato si).
- il 68 e i 77 hanno portato all’egualitarismo radicale (che ha radici nel pensiero protocomunista) che non ha nulla a che fare con “l’autentica uguaglianza che anzi suggerisce che le differenze che possono essere una ricchezza e anzi sono il fondamento del pluralismo, in ultima analisi sono il presupposto della democrazie e come tali vanno valorizzate” (p.44). Che è come dire che la sinistra è antidemocratica.
- è ostile al libero mercato e propone ricette economiche vecchie e illiberali (quali ad esempio “le patrimoniali, l’imposizione fiscale con forte progressività, l’attacco alla proprietà privata…” (p.44)
- promuove la decrescita felice (“la frontiera più avanzata delle posizioni di contrasto al libero mercato… filone di pensiero vagamento millenarista …accolto pure da una certa politica italiana” p. 46)
- “ha sposato le posizioni wokiste d’oltre oceano che si concentrano su antirazzismo, lotta al capitalismo, lotta al patriarcato” (p.47 ss). Al riguardo l’autore sostiene – dopo una sommaria ricostruzione storico-culturale di 15 righe – che “dunque il razzismo è estraneo alle radici culturali dell’Occidente” ed anzi “la schiavitù dei neri in America fu resa possibile da una tratta che vedeva la complicità di tribù e principi africani con il contributo decisivo di mercanti arabi” (p. 49).
- Sostiene le tematiche DEI (Diversity, Equity and Inclusion) ma “per fortuna (negli Usa) sembra che questa ubriacatura stia finendo e dunque la sinistra italiana, che guarda con simpatia a tali orientamenti, si trova in ritardo e fuori fase storica” (p. 56)
- è intersezionale che per Valditara è la “versione postmoderna della lotta di classe porta a difendere i diritti dei singoli o di singole minoranze soltanto nella misura in ci vi sia la sovrapposizione di forme di marginalità per uno scontro con il Potere che porti ad una concezione alternativa di società” (p.63).
Insomma: la sinistra (una certa, ovvio) è pessima e Valditara in 65 pagine a corpo e interlinea ampi ne ha tracciato l’identikit quasi macchiettistico, senza troppi approfondimenti ed utilizzando spesso casi che lo riguardano da vicino (ovvero polemiche varie derivanti da sue dichiarazioni o atti) “ma che sono solo l’esempio di un modus operandi scorretto e strumentale che ha preso di mira diversi esponenti del Governo” (p. 26).
Una svolta culturale
Tratteggiato nel modo sopra descritto l’identikit della sinistra diventa poi facile e immediato procedere alla descrizione della “svolta culturale necessaria e che deve partire dalle scuole, dalla formazione dei giovani e che sappia mobilitare quella maggioranza morale di italiani che ha saggezza, buon senso, razionalità, equilibrio capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, presupposti necessari per attuare questa vera e propria rivoluzione” (p.67).
Basta, infatti, fare la ri-voluzione: girarsi e tornare indietro.
Insomma, il bene contro il male. Così tutto è più semplice e facile.
I pilastri culturali da cui partire sono la Costituzione e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Il percorso prende avvio dall’analisi della Costituzione e dei dibattiti che ne furono all’origine. Dibattiti e discussioni che vengono, a mio parere, riassunti in schizzi molto schematici.
Vengono così riproposti gli elementi chiave che sono anche alla base delle nuove Linee Guida per l’educazione civica (2024) che sono molto citate nel testo.
Si parte dal primato della persona (anche nella riforma della scuola cui si oppone una sinistra nostalgica), dalla naturalità della famiglia (“la famiglia monogamica che corrisponde alle civiltà avanzate dell’Occidente” p. 70), dall‘interesse pubblico (che prevale sull’interesse del singolo e quindi giustifica, ad esempio, una politica di contrasto dell’immigrazione che mette tra parantesi la libertà dello straniero e il godimento di garanzie procedurali – p. 74) e si arriva alla responsabilità individuale (riprendendo qui il ragionamento sulla necessità di ripristinare il concetto di autorità, anche a scuola).
E ancora:
- non ci sono solo diritti ma anche doveri
- il lavoro è importante (e qui si parte persino dalla Regola di San Benedetto)
- la libertà come tratto caratteristico dell’Occidente
- i talenti (e il correlato merito)
- la proprietà privata
- la libera iniziativa economica privata
- la libertà di opinione
- la libertà dalla paura.
- e poi l’identità (sempre al singolare) da cui si arriva alla nazione e alla patria come valore costituzionale.
E qui si cita l’art. 52 e il sacro dovere della difesa della patria (che ovviamente sarà solo militare e non certo anche nonviolenta). Al riguardo si leggono anche frasi di questo tipo: “d’altro canto se la pace è il nostro obiettivo, il pacifismo è il nemico della pace perché favorisce le altrui politiche bellicose e aggressive disarmando e quindi rendendo più deboli le difese” (p. 122). Il tutto, ovviamente, senza uno straccio di ragionamento o di argomentazione. Come se il connettivo logico “d’altro canto” fosse il nuovo cardine del sillogismo post aristotelico.
Il tutto, ovviamente, continuando la polemica con una certa sinistra: “oggi i valori identitari e l’idea di patria sono messi all’indice anche dal wokismo, che è l’erede contemporaneo dell’internazionalismo comunista” (p. 123).
E poi i confini e, da pp 130 in avanti una difesa delle Indicazioni nazionali per il primo ciclo (Indicazioni che a pag. sono sbrigativamente definite “nuovi programmi scolastici” (p.57), così come una dirigente scolastica è definita a pag 53 “preside”, scelte queste non certo casuali da parte di chi fa il ministro dell’istruzione) che va sotto il titolo di “A scuola di Occidente”.
Qui si sostiene che “l’attacco alla nostra identità passava soprattutto per uno stravolgimento del ruolo culturale della storia” (p. 132) e che il ritorno del latino (opzionale) realizza quando sosteneva Gramsci, ovvero che il latino insegna a studiare.
E ancora pagine specifiche sull’immigrazione (dove si segnala che l’automazione e l’intelligenza artificiale ci libereranno dalla necessità di avere braccianti agricoli immigrati poco qualificati e poveri) e sulla necessità di una immigrazione qualificata che sarà resa possibile anche dal Piano Mattei per l’Africa e dalle nuove iniziative del MIM in Egitto ed Etiopia (per ora, poi chissà).
E per chiudere: l’Europa. Ma non quella delle sinistre che “con il loro internazionalismo e il loro globalismo hanno distrutto il nostro passato, ci hanno costretto a vergognarci di chi siamo stati” (p. 146). Occorre un’Europa libera dai “lacci e lacciuoli” e capace ritrovare nuove radici comuni e comuni politiche nell’ambito della difesa, dell’energia, della finanza e della sicurezza dei dati.
Per chiudere
Prima di chiudere mi permetto solo sei piccole note a margine e poi un commento finale.
- note a margine
- Gessetti colorati ha già espresso ampie, articolate, pacate e argomentate critiche all’impostazione delle nuove indicazioni nazionali e quel testo rimando, ed in particolare alle riflessioni di Antonio Brusa che proprio sulla storia si concentrano (link).
- Sul tema dell’Occidente ho già scritto commentando le Linee guida sull’insegnamento di educazione civica del settembre 2024 e rimando a quelle riflessioni cui aggiungerei solo l’invito ad un approfondimento (ovvero ad una analisi meno superficiale a volo d’uccello) magari partendo dalla lettura del testo scritto da una latinista e antichista di Oxford (Josephine Quinn) che si intitola Occidente. Un racconto lungo 4000 anni (Feltrinelli 2024).
- Della Costituzione, si è detto, vengono ampiamente citati non solo gli articoli 1.2.3 ma anche l’articolo 52 (Patria e sacro dovere) e 54 (Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge). Si evita invece accuratamente di citare l’articolo 53, che sarebbe stato decisamente utile quando si ragiona di doveri dei cittadini e responsabilità degli stessi nei confronti della Patria. Per semplicità riporto qui l’art. 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Forse non viene mai citato perché sembra scritto da una certa sinistra
- “Insomma, la cittadinanza si merita, non si regala”. Così Valdidara a pag 143 a conclusione della parte sull’Occidente e sull’immigrazione. La cittadinanza deve essere vista come il compimento di un percorso di condivisione di diritti e doveri, così come di valori fondanti la comunità. E quindi richiede “un giudizio”. Risulta così chiaro che per Valditara la logica interculturale (che non è un cosmopolita melting pot) deve essere sostituita dal “principio dell’integrazione attraverso l’assimilazione” (p. 154). Il mitico Occidente è il termine di arrivo e non può certo essere messo in discussione. Punto.
- Omissioni e amnesie. Il testo, per come è concepito, contiene anche diverse omissioni, amnesie, riferimenti errati. Ne cito solo due che mi paiono eclatanti. A pag. 88 Valditara, all’interno del ragionamento su lavoro talenti e merito individuale, se la prende con il reddito di cittadinanza. Ovviamente non può addebitare l’istituzione del reddito di cittadinanza a una certa sinistra ma evita accuratamente di ricorda che la legge 26/2010 si deve al Governo Conte I di cui facevano parte, guarda caso, sia il Movimento 5 stelle che la Lega di Salvini, il partito di Valditara. Così l’autore se la cava con un pilatesto “Siamo arrivati in tempi più recenti a concedere il reddito dicittadinanza… “ dove il siamo difficilmente si può far risalire anche al suo partito.
Il secondo esempio lo si trova a pag. 24 dove il ministro sostiene che “per la prima volta nell’area sud e isole la dispersione implicita, cioè quella che misura le competenze acquisite è scesa nel 2024 sotto il 10%, al 9,21 per la precisione; era al 13,63 nel 2023”. I dati (la dura realtà) non concordano con l’ottimismo del ministro e dicono invece (vedi la slide n. 14 della presentazione Invalsi dei dati 2025 , presentazione effettuata alla presenza del Ministro) che “nel 2025 si registra un leggero aumento della dispersione scolastica implicita rispetto al 2024 ma il trend di medio periodo resta in calo, in particolare nel Mezzogiorno”. I numeri, per il sud e le isole, parlano di una risalita al 12,5% nel 2025 (dal 9,21 del 2024). Certo, forse il libro era già chiuso in stampa (ma conoscendo come funziona oggi la produzione di un libro stento a crederlo) quando il 9 luglio è stata fatta la presentazione Invalsi, ma il caso è abbastanza significativo.
- Nel testo Valditara usa, a sostegno delle sue tesi sul buon senso, molti riferimenti tratti dalla Bibbia. Lo fa, a mio modesto parere, con un certo riduzionismo che non fa per nulla i conti con la radicalità del messaggio evangelico che può ben essere riassunta nella seguenti parole di San Paolo (1 Corinzi 1, 20-25): 20 Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? 21 Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22 E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23 noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 24 ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. 25 Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Cercare di ridurre il cristianesimo (che è messaggio universale ricolto a tutti i tempi e a tutte le culture) ad un elemento dell’Occidente costituisce una forzatura (ben presente in moltissimi passaggi e messaggi della Lega) che porta a negare lo stesso cristianesimo obbligandolo a torsioni coloniali in cui la religione era vista come ancella della civilizzazione. Ma il cristianesimo non è riducibile all’occidente !
In sintesi il testo di Valditara è chiarissimo nel suo intento: è un programma di governo (si affrontano infatti tutti i temi – anche se io non tutti li ho toccati in questa recensione – che una forza politica affronta durante una campagna elettorale) ed è il programma di una rivoluzione culturale. SI rivolge alla maggioranza morale dei cittadini che – scrive Valditara – “è già su questa lunghezza d’onda e chiede solo di essere mobilitata”.
Di certo i partiti di destra (quelli che promuovono questa rivoluzione del buon senso) offrono una articolata risposta/proposta alla “gente” e alle sue “paure”. Che sia “buon senso” o “senso comune” è altra cosa (alla Guzzanti si potrebbe dire: ha la risposta, ma è sbagliata).
Che temi cruciali per il futuro dell’Italia (cambiamento climatico, pace e conflitti internazionali, fine del multilateralismo e potente reintroduzione della politica della forza geoeconomica….,) siano sostanzialmente assenti o accennati solo per frasi fatte poco importa. Sono temi complessi, faticosi da trattare, richiedono approfondimenti che alla “gente” cui si rivolge il testo interessano fino lì.
La domanda vera che ci si deve porre, al termine della lettura delle 155 pagine del libro, è a mio parere la seguente: esiste un’altra risposta ai temi posti da Valditara?
E, se esiste, è capace di parlare davvero alla “gente”?
Su questo si gioca l’egemonia culturale e politica per i prossimi anni. Una sfida che riguarda sia la destra che la sinistra. E la mitica “gente”.
Giuseppe Valdidara, La rivoluzione del buon senso. Per un paese normale, Guerini e associati, Milano 2025, pp. X, 160, 19 euro
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