di Monica Piolanti
L’argomento enunciato nel titolo impone un chiarimento perché il termine “gestione” è tipico di un modello scolastico che la pedagogia da tempo ritiene superato, ma la prassi scolastica è ben lontana dall’essere in linea con esso. La “gestione”di un problema non dovrebbe essere equivalente ad una imposizione dall’alto, soprattutto quando il problema stesso è tutt’uno con la persona che il modello di scuola inclusivo sotteso a tutta la nostra legislazione scolastica ha messo al primo posto dell’attenzione pedagogica.
L’espressione “gestione della classecondo la ” è a mio giudizio impropria, perché presuppone l’uguaglianza dei membri che la compongono. Se partiamo dal presupposto che una classe non è una realtà omogenea (i soldatini a cui fa riferimento Pennac diventano un esempio ormai desueto per esprimere l’identità di una classe), ma una realtà eterogenea, costituita per natura da un insieme di persone tra loro diverse e portatrici di bisogni differenziati e strettamente “unici”, allora possiamo comprendere che, a monte del problema della gestione di quell’insieme eterogeneo che è la classe, c’é sostanzialmente un atto “rivoluzionario”, che in molti casi è difficile da accettare, ma che è un dato di fatto.
Soltanto se noi ci mettiamo nell’ottica di una pedagogia “inclusiva”, che accetta il pluralismo delle situazioni e che si sforza di gestirle armonicamente per ottenere degli esiti educativi, forse possiamo comprendere il significato nuovo a cui dobbiamo fare riferimento utilizzando il termine improprio di “gestione”, che comporta nel suo significato originario una forma di passività dell’utenza concentrando l’attenzione sull’adulto e sul suo primato nell’approccio al problema.
“ La Danza” di Henri Matisse: espressione dell’armonia dei movimenti e dell’impegno personale al conseguimento del medesimo obiettivo.
Se pensiamo all’idea di come condurre in modo efficace la vita di una classe, dovremo inevitabilmente distinguere i comportamenti tradizionali da quelli richiesti dalla nuova situazione di una scuola inclusiva, che considera il diritto di ogni alunno a ricevere non un’omogeneizzazione di comportamenti, ma una “differenziazione” dei medesimi richiesti dalla realtà “personale” di ognuno. In sostanza, potremmo dire che la gestione tradizionale di una classe vedeva al centro il primato dell’insegnante e il ruolo subordinato degli alunni, considerati come tutti uguali o resi tali dalla omogeneizzazione di un’offerta formativa, che veniva elargita negli stessi tempi e con gli stessi metodi prescindendo dalle differenze e dai bisogni di ogni utente del servizio. Solo in questo caso si giustifica il termine di “gestione omogenea”, fortunatamente oggi emarginato anche dal lessico pedagogico, che ha spostato l’attenzione sulla personalizzazione dei bisogni e pertanto sulla necessità di trattamenti individualizzati e coerenti con le aspettative dei singoli.
Questo modello pedagogico, che faceva riferimento molto spesso alle “sanzioni disciplinari” per piegare l’identità di quanti si discostavano dalle regole comportamentali comuni a tutti i soggetti, oggi non è più perseguibile; l’evoluzione della consapevolezza dei diritti di ognuno ad essere accettato per la propria identità e soddisfatto nei personali bisogni, ha prodotto almeno teoricamente il rigetto di una pedagogia che non teneva in alcun conto la diversità di ogni alunno che, al contrario, richiede un trattamento personalizzato.
Certo, il modello tradizionale di gestione della classe, superato dalla legislazione attuale, è ancora in circolazione; e sono molti gl’insegnanti che quando pensano ad una gestione efficace della classe, fanno ricorso agli strumenti disciplinari. I rimproveri orali e scritti, le “note” ritornano costanti punti di riferimento nella valutazione dei comportamenti degli alunni, con troppa disinvoltura confusi con il tradizionale voto di condotta. Nell’immaginario di troppi genitori gestire la classe equivale ancora oggi saper tenere la disciplina, vista come condizione essenziale per lo svolgimento delle lezioni, intese come sostanziale trasmissione di contenuti culturali anche agli alunni più riottosi.
In sostanza la gestione era l’equivalente di un modello impositivo ed autoritario che non concedeva spazio alla normale azione ed espressione dei punti di vista personali. Capita ancora oggi che nell’immaginario di molti docenti saper gestire la classe comporti inevitabilmente la capacità di ottenere il silenzio, l’attenzione passiva, la sottoscrizione dei “dictat” dei docenti, al posto del diretto coinvolgimento delle persone degli alunni nella volontaria accettazione dell’offerta formativa, capaci di soddisfare le personali curiosità cognitive, sottoscrivendo il proprio autonomo impegno.
Fortunatamente la pedagogia contemporanea, rispettando il primato della persona degli alunni e le loro naturali ed intime esigenze, ha dimostrato che non si tratta d’imporre una volontà estranea alle esigenze degli alunni per poterne valorizzare le potenzialità attraverso una sostanziale sottomissione a regole non condivise. Se vogliamo riconoscere la dignità delle persone degli alunni nelle differenti varietà di atteggiamenti, curiosità, tendenze e nel pieno rispetto delle potenzialità, gestire una classe dovrà significare prendere atto dei differenti modi di apprendere, dei diversi stili cognitivi e relazionali, promuovendone gli sviluppi nel riconoscimento del diritto di ognuno ad essere stimolato e orientato nella propria crescita personale.
Si tratta di un’autentica “rivoluzione”, basata su una diversa idea della funzione della scuola, che non ha più il compito di piegare le volontà degli alunni alle esigenze di un insegnante autoritario, ma il compito di consentire ad ognuno, nel dialogo costruttivo con tutti i membri della classe, di soddisfare le naturali curiosità cognitive favorendo la presa di coscienza e la responsabilizzazione di ognuno, dal momento che la scuola è una comunità che educa e non il luogo dell’esercizio di un’autorità che prescinde dal rispetto dei diritti degli alunni.
Se ci chiediamo perché ancora oggi molti insegnanti non riescono a dimenticare il fascino della gestione tradizionale di una classe fino a misurarsi con vere e proprie “crisi” che scoppiano nel momento in cui si prende coscienza della diversità delle richieste e non si riesce a trovare una modalità che sappia declinare le varie esigenze con un atteggiamento adeguato che sia sostanzialmente sottoscritto dai comportamenti degli alunni, troveremo che alla base del problema manca il consenso degli stessi, la capacità seduttiva e motivazionale dell’adulto, che non è riuscito a far percepire la qualità di un’offerta formativa che chiama in causa l’impegno di ognuno nel fare la propria parte per risolvere il problema.
Gestire una classe sostanzialmente significa gestire un consenso, chiamare gli alunni a condividere e a sottoscrivere il rispetto per ogni persona, perché in una comunità la diversità ed il dissenso sono elementi che devono essere accettati da tutti; e ciò può accadere soltanto quando la comunità educativa elimina il principio d’autorità tradizionalmente inteso per sostituirlo con quel principio d’autorevolezza che solo può derivare da una gestione collettiva e da un consenso partecipato di tutti i membri della comunità stessa. Perciò a monte di una gestione efficace della classe ci sta un “docente riflessivo”, una persona che non ignora i principi della condivisione e della solidarietà, che si attiva per far prevalere una logica della partecipazione condivisa alla risoluzione dei problemi di una didattica che sia veramente efficace e garantisca alla diversità quel rispetto che gli è dovuto in una società democratica.
Quando, nel febbraio del 2013, ebbe luogo a Viterbo un Convegno dal titolo “ Tenere la classe. La responsabilità degli adulti”, l’obiettivo degli organizzatori era quello di dare visibilità al complesso delle strategie e delle buone pratiche che avrebbero potuto dare una risposta ad un problema che veniva alla ribalta in maniera sempre più significativa. Nel Convegno i partecipanti si suddivisero in gruppi di lavoro allo scopo di approfondire le seguenti tematiche:
1.Come costruire “insieme” una classe;
2.Come costruire “ambienti di apprendimento motivanti”, mediante il supporto di tecnologie digitali;
3.Come coinvolgere le famiglie, per una corretta gestione della vita della classe;
4.Insegnanti e Dirigenti, come gruppo professionale adulto;
5.Varietà di casi, nella normalità di gestione della classe.
Mi pare che l’articolazione del dibattito di quel Convegno metta a fuoco le principali problematiche relative ad una “buona” gestione della vita di classe. Se si vuole che quella gestione produca effetti positivi, a mio avviso è inevitabile che la vita di classe sia costruita “insieme” da tutti coloro che sono chiamati a cooperare per il conseguimento degli obiettivi. In questo senso la parola d’ordine è “costruire insieme”, perché la qualità del prodotto risulti essere il frutto di uno sforzo dialogico e collaborativo.
Purtroppo una classe, così come essa è eterogenea per quanto riguarda i suoi componenti e gli allievi, lo è anche per quanto riguarda i docenti che in essa operano.
Dalla mia esperienza, emerge che la condivisione e la progettazione troppo spesso risultino essere delle “imprese”, poiché non sempre i team funzionano e i punti di vista devono essere costantemente coniugati, molte volte con notevoli disagi da parte di chi dovrebbe operare il successo formativo. Non sempre la classe costituisce un ambiente di apprendimento motivante, perché le routine hanno preso il sopravvento e gli standard hanno imposto ina modellistica che appiattisce l’originalità degli alunni e annulla il senso delle differenze, che pure sussiste fra gli allievi. Come si sa, la motivazione è il più delle volte di natura individualizzata, anche perché gl’insegnanti spesso non riescono ad adottare quelle didattiche cooperative, che potrebbero fare la differenza e intervenire per omologare la partecipazione degli alunni alle proposte didattiche.
Ci sarebbe un sistema per motivare gli alunni, ma questo per mille ragioni non sempre viene sfruttato dai docenti. Mi riferisco al ricorso nella classe ad una didattica tecnologica, che impegna gli alunni in un lavoro personalizzato dopo che l’insegnante è riuscito a spiegare le ragioni in termini accessibili a tutti attraverso un ricorso ad un’offerta formativa che fa leva sui bisogni e sulle potenzialità e fondamentalmente ricorre ad un lavoro cooperativo più che individuale.
Motivati dalla forma ludica delle attività, i bambini individualmente o in gruppo sono capaci d’impegno, conseguendo esiti positivi anche attraverso lo sfruttamento dell’imitazione dei coetanei.
Ma quando gl’insegnanti vogliono essere certi di tenere la classe in modo da raggiungere gli obiettivi più elevati nel loro lavoro, devono essere sicuri di poter contare anche sul coinvolgimento delle famiglie, sapere che possono avvalersi del loro consenso nella gestione delle attività.
Quando gli alunni si rendono conto che c’è una sostanziale sinergia fra il modo di pensare dei genitori e il modo di agire degli insegnanti si crea un clima positivo e sereno privo di incognite e tutto proiettato al sicuro raggiungimento dei risultati.
Quando insegnanti e genitori concordano sul valore dell’offerta formativa e sulle modalità di supportare gli alunni in modo che siano facilitati nel conseguimento dei più alti risultati scolastici, in questi casi la classe diventa più facilmente gestibile, proprio perchè gli alunni stessi comprendono che i loro comportamenti devono essere rendicontati agli adulti di riferimento.
Ma perché tutto questo si verifichi è necessario che siano eliminate le conflittualità fra i punti di vista dei Dirigenti e quelli degli insegnanti.
Occorre far combaciare in una logica di professionalità i ruoli dei docenti e dei Dirigenti.
Quando, ad esempio, un insegnante nell’esercizio del suo lavoro quotidiano non riesce a gestire la vivacità di qualche allievo ed istintivamente ricorre al metodo sanzionatorio (le note) o si libera dell’alunno che disturba “inviandolo in Direzione” rivela tutta la fragilità di un sistema, che non ha cercato le sinergie fra gli adulti e nemmeno il consenso delle famiglie, che non possono essere ritenute estranee ai comportamenti degli allievi e alle scelte degli insegnanti, ma devono concorrere, dal canto loro, alla risoluzione di un problema.
In sostanza “tenere la classe” non può significare altro che prendersi “cura” delle difficoltà di un dialogo che stenta ad imporsi quando i punti di vista sono divergenti e manca la volontà di affrontare e risolvere insieme responsabilmente il problema dell’autocontrollo.
Certo la vita della classe, specie quando si connota per la pluralità dei casi e dei punti di vista di alunni e adulti, può diventare di difficile gestione.
Ma se noi partiamo dal presupposto che la classe è una comunità di persone, che ciascuna persona ha propri modi per reagire ai problemi e che le reazioni non possono mai in comunità essere di natura viscerale, ma sempre il risultato di una composizione degli opposti che necessita della mediazione di un leader educativo, se pensiamo a tutto questo allora troveremo i termini giusti per comporre i conflitti e trovare le forme collaborative più adeguate ai casi. Non è senza ragione che la pedagogia più recente, come si evince anche dalle Indicazioni Nazionali del 2012, abbia insistito sulla natura sociale della risoluzione dei problemi; i metodi cooperativi e collaborativi abbiano preso il sopravvento rispetto a quelli individuali della scuola tradizionale che ancora oggi, per gestire una classe troppo dinamica e vivace, è costretta a reprimere la spontaneità degli allievi anziché stimolare le forme di autocontrollo nei momenti più impegnativi della vita scolastica. La mia esperienza mi porta a credere che nulla nella classe si possa ottenere senza il consenso degli alunni, imponendo dall’esterno delle regole che non siano il frutto di una maturata convinzione dei bambini, convinzione che scaturisce sempre da un invito a riflettere sulle modalità più opportune per portare a soluzione i problemi. I bambini non debbono essere considerati, come dice Pennac, come un esercito di soldatini obbedienti ad un comando esterno poiché dovranno diventare crescendo dei membri attivi di una comunità democratica che punta sulla partecipazione diretta e sul dialogo per la risoluzione di tutti i problemi che la molteplice esperienza verrà proponendo nel corso della crescita individuale e sociale.
In un articolo della “Rivista dell’Istruzione” (n.4 del 2017) è apparsa una proposta piuttosto suggestiva che invita a considerare la classe come una “Polis”allo scopo di far conseguire ad ogni alunno una “cittadinanza consapevole”.
La classe come comunità di persone che interagiscono per il conseguimento degli obiettivi formativi, la classe come luogo dell’esercizio delle regole della vita comunitaria, è un modello che tutti gl’insegnanti dovrebbero prendere come punto di riferimento perché in questo modo i suoi membri potrebbero crescere attraverso il dialogo e la partecipazione anche come cittadini, superando in tal modo le tensioni e i conflitti spesso generati da una logica autoritaria unicamente sensibile al modello di una società che oggi è solo un ricordo del passato.
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