La rivoluzione del buon senso che desidera il Ministro

di Monica Piolanti

Il dibattito sulla scuola italiana, riacceso dal recente libro del Ministro Giuseppe Valditara, “La Rivoluzione del Buon Senso – Per un Paese normale”, Edizioni Angelo Guerini e Associati 2025, Milano, solleva questioni cruciali sul futuro dell’istruzione nel nostro Paese.
Il testo propone una svolta culturale che affonda le sue radici nella Costituzione, ma si traduce in un ritorno a un modello educativo che sembra ignorare decenni di ricerca pedagogica e psicologica.
Il Ministro, pur richiamandosi alla Costituzione e al primato della persona come principi guida, sostiene che le riforme scolastiche attuate a partire dagli anni ’70 abbiano portato a una demolizione dello studio serio della lingua italiana, con conseguenze disastrose sui rendimenti e sulla promozione sociale. Questa visione critica porta a una proposta che include il ripristino di un’impostazione didattica tradizionale, con più grammatica e sintassi, poesie a memoria e il latino alle medie. Questa prospettiva, tuttavia, appare riduttiva e in palese contraddizione con le innovazioni che hanno caratterizzato la scuola negli ultimi cinquant’anni. L’eliminazione dello studio opzionale del latino nel 1977 e la critica a un modello educativo che privilegiava lo spontaneismo espressivo in nome di una linguistica popolare non tengono conto del fatto che le moderne teorie dell’apprendimento non si basano sulla pura ripetizione e sulla memorizzazione.
Al contrario, sottolineano l’importanza di un apprendimento significativo, che parte dall’esperienza e dalla contestualizzazione, anziché da procedure puramente definitorie.
Grandi pedagogisti e psicologi, citati solo per essere criticati, hanno contribuito a un’evoluzione didattica che ha cercato di rendere la scuola più inclusiva, attenta ai talenti di ogni singolo studente e meno selettiva. Sostenere che questo abbia portato al blocco dell’ascensore sociale senza considerare le complesse dinamiche socio-economiche, rischia di semplificare eccessivamente una problematica molto più articolata. Un altro punto controverso riguarda il ripristino dell’autorità e della responsabilità individuale. Il Ministro denuncia la crisi dell’autorità e la rottura dell’alleanza tra famiglia e scuola, proponendo un approccio che si basa su una logica punitiva: “chi sbaglia paga, chi rompe paga”. Per affrontare la violenza a scuola, vengono introdotte misure come l’arresto in flagranza e il risarcimento economico da parte della scuola. Sebbene sia fondamentale ripristinare il rispetto delle regole, questa visione sembra trascurare le cause profonde del disagio giovanile.

La pedagogia della comprensione e della tolleranza, criticata nel testo, ha cercato di andare oltre la semplice sanzione, per comprendere le motivazioni che portano a comportamenti devianti. La scuola dovrebbe essere un luogo dove si educa alla responsabilità, ma anche un luogo di supporto e di ascolto, dove il dialogo tra docenti, studenti e famiglie si basa sulla fiducia reciproca e non sulla logica della punizione. Infine, il libro appare più come un manifesto di propaganda politica che come una riflessione costruttiva sul futuro dell’istruzione. Il testo contrappone una maggioranza morale di italiani dotati di buon senso e razionalità a una “certa sinistra” e a una “parte massimalista del sindacato” che si opporrebbe alle riforme. La scuola, tuttavia, non ha bisogno di battaglie ideologiche o di slogan, ma di un dibattito serio e documentato.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di garantire pari opportunità a tutti i giovani, valorizzare i talenti e promuovere una cultura del rispetto, come del resto riconosciuto anche dal Ministro stesso nell’ambito delle sue riforme. Tuttavia, la visione complessiva del suo libro rischia di essere un passo indietro, un tentativo di imporre un modello antiquato che non risponde alle complesse sfide del presente, dalle problematiche di genere alle nuove tecnologie, passando per l’integrazione degli studenti stranieri e la lotta alla dispersione scolastica. La scuola italiana merita una visione più coraggiosa, che sappia cogliere il meglio del passato, ma senza rinunciare ai progressi e alle innovazioni del presente.

 

Loading