di Simonetta Fasoli

Spiace dover dedicare ancora del tempo e spazi di pensiero alle sortite del ministro Valditara, puntuali sulle interviste rilasciate ai giornali come le piogge autunnali. In verità, credo che questa effervescenza di “esternazioni”, che funge da supporto ai provvedimenti formali (annunciati, emanati, in via di emanazione…) non meriti di essere rincorsa, come forse il ministro gradisce.
Ciò detto, i contenuti dell’intervista pubblicata ieri sul Foglio (a firma di Maurizio Crippa) sono tali che richiamano qualche rilievo e qualche considerazione. Mi soffermerò solo su alcuni dei vari argomenti trattati, quelli a mio parere degni di nota, in una panoramica che l’intervistatore sollecita e che, vista nel suo insieme, rubricherei nel genere “brevi cenni sull’universo”.
In un ordine che segue miei criteri soggettivi di selezione.
1) l’insistenza sul registro moralistico, con un richiamo alle “regole”, “a iniziare dallo studio della nostra lingua”: uno dei cavalli di battaglia delle I.N. 2025, che attraversa quel testo fin dalla Premessa, come ebbi modo di sottolineare fin dalle mie prime analisi di quel documento in Bozza.
2) corollario di questa preoccupazione che sembra il cruccio ricorrente di Valditara &C, un cenno immancabile alle radici di una supposta deriva, laddove il ministro parla dello “spontaneismo espressivo, che andava di moda ai tempi di De Mauro e Berlinguer”. Non metterebbe conto commentare, se non per chiedere al ministro, come si fa con uno studente che “spara” battute ad effetto, cosa intenda per “spontaneismo espressivo”…Detta così, sembra una cosa disdicevole: urge chiarimento. Di fronte a tanta vaghezza, non resta che invitare Valditara (ed eventuali consulenti) ad una ri-lettura di De Mauro, dei suoi studi sulla lingua degli italiani e sui fenomeni culturali che la connotano nel tempo. Così come si consiglia vivamente di andarsi a rivedere le caratteristiche dell’azione di governo del ministro Berlinguer e le riflessioni che lo hanno accompagnato per il resto della vita.
Nè l’uno nè l’altro hanno bisogno di difensori d’ufficio, caro ministro Valditara, ma neanche di un poco credibile “curatore fallimentare” quale sembra essere lei,
2) Consiglio, ancora, un supplemento di letture pedagogiche e di teoria della didattica, quando leggo la sua breve dissertazione attorno alla libertà di insegnamento: apprendo, infatti, che essa “riguarda come insegnare, non cosa insegnare”. Le dò una notizia che la sorprenderà: nell’esercizio professionale dell’insegnare, il “come” e il “cosa” sono sì concettualmente distinti ma fattualmente intersecati, nel senso che l’uno detta criteri all’altro, inscindibilemte.
Se poi, dietro questa sottile sua osservazione c’è l’intenzione di sostenere la scuola centralistica dei “contenuti” che lascia alle istituzioni scolastiche il compito residuale di applicarli nelle metodologie didattiche…eh, qui la notizia, caro ministro, è ancora più indigesta per lei: rilegga la versione definitiva delle I.N. 2025 (7 luglio) e potrà agevolmente verificare che l’apparato dettagliato delle esemplificazioni metodologiche che infarciva la prima Bozza è stato soppresso e che, soprattutto, è scomparsa dal testo la dicitura “Curricolo formale” (riservata alle I.N.) presente nella Bozza originaria, mentre si parla di “suggerimenti” e di “curricolo di istituto”. Pare che il curricolo di istituto contempli scelte riguardanti il “cosa” almeno quanto il “come”: nel quadro, certamente, dei traguardi formativi e delle competenze attese, vincolanti per le istituzioni scolastiche autonome.
3) Non posso fare a meno di sottolineare infine, il passaggio in cui l’intervista si occupa del recente parere del Consiglio di stato sulle I.N. 2025 – Schema di Regolamento (diffuso lo scorso 17 settembre). L’intervistatore, prima di riportare tra virgolette il commento del ministro, non manca di precisare “anche se va detto che l’intervento è dovuto ma è di tipo solo consultivo” (grazie, a nome di chi non lo sapesse…). Sfugge al solerte giornalista che questa circostanza nulla toglie al significato politico del pronunciamento (e della mancata erogazione dell’atto “dovuto”).
In proposito, Valditara afferma: “noi ovviamente con spirito di grande lealtà istituzionale risponderemo punto su punto” e subito dopo “ma si tratta meramente di rilievi tecnici non di contenuto, che dunque non verrà modificato”. Bene, oggi mi tocca l’ingrato compito di sollecitare il ministro ad una più attenta lettura del dispositivo formulato dal Consiglio di Stato per trarne più precise indicazioni. Chi ha letto quel testo con la dovuta attenzione, senza pregiudiziali e senza conclusioni affrettate, ha letto altro: ha trovato rilievi precisamente di contenuto.
La mia analisi dell’intervista, nelle parti che ho inteso porre in evidenza, termina qui. Molto altro si potrebbe osservare, e si osserverà, su un intervento ampio, quasi un manifesto programmatico. Se ne sentiva il bisogno.
Il giornale, cercando una sintesi accattivante come nella migliore tradizione, intitola il pezzo “Uno zaino di riforme per la scuola del merito. Parla il ministro Valditara”. Bene: riprendendo l’immagine, direi, alla luce delle osservazioni qui proposte, che si tratta di un bagaglio da rispedire al mittente. Con la raccomandazione di farne uso migliore, e in ogni caso di uscire dalla bolla mediatica, per provare a capire cosa è la scuola come istituzione della Repubblica, secondo Costituzione.
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