di Maria Grazia Alemanni
ADELINA GUADAGNUCCI

ADELINA GUADAGNUCCI E L’ISTITUTO PEDRONI DI VERBANIA
Mi sono ritrovata a interessarmi di Adelina Guadagnucci nell’ambito della mia ricerca di storia locale sui “bambini di Cassino” ospitati soprattutto al Nord Italia nel 1946. In un elenco conservato dal Comune di Intra, alcuni dei bambini inviati all’Istituto Pedroni di Cresseglio provenivano infatti dai comuni del Frusinate.
E così ho scoperto la vocazione pedagogica di Adelina, giovane massese esule in Svizzera negli anni 30 al seguito dei fratelli fuoriusciti, che ritroviamo dopo la guerra sulle colline del Lago maggiore a occuparsi dell’istituto Pedroni. Artefice della creazione di un istituto dedicato agli orfani di guerra di entrambi gli schieramenti è il sindaco di Intra Luigi Zappelli, socialista rientrato in patria dopo un lungo esilio svizzero. Dedica l’istituto a Pedroni, uno dei principali animatori del movimento antifascista, segretario della sezione ginevrina della concentrazione antifascista, morto in esilio. Pedroni diceva “dovremo far convivere, mettere insieme , i figli dei fascisti con i figli degli antifascisti, capire gli uni e gli altri .” In questo sta la carica straordinariamente moderna e per certi aspetti rivoluzionaria dell’idea che ispira il sindaco Zappelli quando pensa di dar vita a un istituto laico che accolga orfani e bambini indigenti. E qui entra in scena Adelina, che lui aveva conosciuto sicuramente a Ginevra dove la ragazza aveva partecipato a un corso, organizzato da una commissione internazionale di cui faceva parte il Soccorso operaio svizzero, che doveva preparare il personale educativo che avrebbe potuto aiutare i bambini vittime della guerra una volta che fosse finita. L’esperienza svizzera fornisce ad Adelina un’apertura a metodi educativi molto avanzati, soprattutto rispetto alla tradizione scolastica italiana, condizionata dalla cultura fascista e dalla Chiesa cattolica. La ragazza, che arriva a Intra quando ha trentadue anni, accetta di gestire pressocché da sola il gruppo che inizialmente si compone di 43 bambini : si tratta di un gruppo eterogeneo che va dai 5 ai 14 anni. Ad assisterla nell’impresa ci sono una giovane aiutante e un cuoco. I bambini in un primo tempo sono ospitati presso la caserma Simonetta di Intra, che non è certo adatta a ospitare dei bambini, che oltretutto sono stati provati dagli effetti della guerra. In un secondo momento, grazie anche agli aiuti del Soccorso operaio svizzero, si trasferiranno in una villa sulla collina di Cresseglio, frazione di Arizzano.
I loro primi giochi erano guerreschi, nel cortile della caserma giocavano a combattere e a insultarsi. Ma con il dono di un pallone il gioco divenne cooperativo e Adelina seppe condurli verso una convivenza rispettosa.
Il carattere dell’Istituto è ben presto oggetto di polemiche e di critiche, come afferma Adelina nelle sue memorie : “ La nostra comunità era stata voluta da un’amministrazione di sinistra a nome di Carlo Pedroni, antifascista morto in esilio a Ginevra . Gli istituti , all’epoca , erano tutti condotti da suore . Il nostro, ripeto, fu il primo gestito a carattere laico e l’impatto è stato inevitabile. Difatti , a giudizio di gran parte del clero e dei praticanti cattolici, il nostro istituto , che sfortunatamente si trovava in una caserma , era fondato su carenze di educazione religiosa e di formazione spirituale dei nostri ospiti . un’etichetta che ci complicò non poco i rapporti con l’esterno”.
Per chiarire la situazione e sfatare le dicerie della gente del posto, un giornalista de La stella alpina nel maggio del 46 intervista Adelina e, oltre a rassicurare sul fatto che i bambini siano nutriti a sufficienza e adeguatamente curati, deve anche chiederle se è previsto un trasferimento dei bambini (si temeva che li portassero in Russia..), cosa che naturalmente viene smentita. La voce circolava così insistentemente, che molte mamme avevano chiesto ad Adelina se li avrebbero portati altrove
L’Istituto riceverà anche la visita di un “monsignore” che cercherà di convincere la direttrice a far impartire il catechismo all’interno dell’istituto stesso anziché in parrocchia come tutti gli altri. Al diniego di Adelina e di fronte all’organizzazione e alla modalità di relazione instaurate coi bambini, il religioso si rende conto del valore dell’esperienza. Non così gli abitanti della zona, che mantengono una grande diffidenza.
Certo non erano preparati a capire il senso dei metodi educativi che vi si praticavano, soprattutto in quanto erano ispirati agli ideali di democrazia e di libertà di fatto inediti sino a quel momento nella società italiana.
Ma cosa distingueva la pratica pedagogica dell’Istituto Pedroni da quella delle istituzioni scolastiche e religiose?
Innanzitutto la fiducia nei bambini e nella possibilità di cambiamento: se un bambino aveva la tendenza a scappare Adelina lasciava le porte aperte e lo conduceva a fare il giro del paese; se aveva compiuto dei furti gli affidava la gestione di una cassa comune.
In nessuna comunità o istituto per bambini, all’epoca, e neppure per molti anni a seguire, era prevista una riunione settimanale in cui essi potessero prendere la parola ed esprimersi. Invece al Pedroni era un momento fondamentale della costruzione del cittadino di domani.
Adelina inoltre non dava mai ordini, ma fondava l’educazione sull’esempio.
Negli anni successivi al 1946 al Pedroni si interessò la pediatra e neuropsichiatra infantile Marcella Balconi, che vi inviò bambini e ragazzi con problemi famigliari, stabilendo così un’intensa collaborazione con Adelina.
Questa meritevole esperienza non sarebbe stata possibile senza il ruolo determinante del Soccorso operaio svizzero e delle sue innumerevoli iniziative a favore dell’infanzia segnata dalla povertà e dalla guerra. Grazie al finanziamento e all’aiuto concreto voluto in particolare dalla sua fondatrice, Regina Kaegi, l’istituto potè proseguire per un decennio la sua attività. E fu a Ginevra che Adelina si specializzò in direzione pedagogica e amministrativa di case di bambini.
Il governo svizzero, grazie all’influenza del Partito Socialista, aveva dato vita a partire dal 1944 al Dono svizzero per soccorrere le popolazioni provate dal conflitto. Il Dono aveva tra le sue emanazioni la SEPEG ( Semaine Internationale d’Etude pour l’Enfance de la Guerre) La SEPEG era molto attiva anche in Italia e propugnava l’istituzione di centri medico pedagogici. Un altro organismo importante la FICE , la Federazione internazionale delle comunità educative, organizzava insieme alla SEPEG corsi internazionali di formazione degli educatori. L’attivismo della Svizzera in campo educativo e psicologico ebbe una funzione importantissima in quel difficile dopoguerra coinvolgendo sia personalità femminili che vi erano espatriate, come Adelina Guadagnucci e Gabriella Mayer ( compagna di Silone durante l’esilio) , sia , come abbiamo visto, figure come quella di Marcella Balconi che aveva approfondito la sua formazione di neuropsichiatra in quel paese.
Il ruolo delle donne, al di là del paese di appartenenza, come avanguardie del possibile cambiamento, fu cruciale. A partire da un personaggio come Regina Kaegi, storica fondatrice del Soccorso Operaio svizzero , sino a Margherita Zoebeli, dapprima assistente dei bambini salvati dalla guerra civile spagnola, poi attiva nel portare aiuto ai partigiani dell’Ossola in fuga dopo l’avanzata nazifascista del ’44 e infine straordinaria educatrice e dirigente del Centro educativo italo- svizzero di Rimini.
MARGHERITA ZOEBELI E IL CEIS DI RIMINI

Ed è nella Rimini bombardata dagli alleati che nel maggio del 1946 giunge – tra l’altro in coincidenza con la nascita dell’Istituto Pedroni a Intra – Margherita Zoebeli, quasi coetanea di Adelina. Dopo l’esperienza spagnola si era diplomata docente della scuola dell’obbligo all’Università di Zurigo, dove si era specializzata in pedagogia differenziale curativa e aveva frequentato l’Haute Ecole du Travail Social.
Su di lei avevano avuto particolare influenza le teorie pedagogiche di Dewey e la psicologia adleriana. Durante un soggiorno in Francia aveva conosciuto Célestin Freinet da cui aveva appreso la pratica educativa della stampa. Con questo bagaglio culturale era giunta a Rimini, forte anche delle esperienze di assistenza ai figli dei lavoratori impoveriti dalla crisi e ai figli degli antifascisti e antinazisti riparati in Svizzera.
Il Soccorso operaio svizzero, su sollecitazione del sindaco socialista di Rimini, vi aveva inviato Margherita, insieme all’architetto Schwartz, già progettista della “scuola città Pestalozzi “di Firenze , per costruire un villaggio che , partendo da una scuola materna, comprendesse anche altre strutture utili a tutta la popolazione colpita dalla guerra. Inizialmente doveva ospitare bambini dai tre ai sei anni: e si cominciò in effetti con 20 bambini, ma si arrivò poi ad accoglierne 150 e a costruire anche una scuola elementare.
La struttura del villaggio era pensata per una comunità di bambini liberi, curiosi e disposti a imparare dall’osservazione e dalla pratica, ma era anche il luogo in cui vivevano. Dalla Svizzera erano arrivate baracche da montare, complete dell’arredamento essenziale; erano disposte attorno a un cortile, i vialetti non erano asfaltati , le classi non avevano cattedra e i bambini lavoravano in gruppi.
Ci sono alcuni elementi comuni alle due istituzioni educative: l’ideale della formazione dei cittadini di una società democratica, e quindi il coinvolgimento dei bambini nella vita della comunità educativa attraverso la cooperazione, il ruolo non direttivo degli educatori e l’apprendimento attraverso l’esperienza. Anche l’amore e quindi il rispetto per la natura facevano parte del progetto sia ambientale che educativo, nel caso del Ceis con una scelta operata in fase di costruzione. Certo l’impostazione del Ceis era più strutturata, grazie a un lavoro d’equipe sostenuto sia dai genitori che da figure “ancillari” rispetto ai maestri, ovvero tutti coloro che, a vario titolo, operavano nel villaggio, come cuoche o tuttofare. Un’altra particolarità del Ceis era poi la presenza di cani e gatti che in alcuni casi avevano accesso anche alle aule.
Una caratteristica innovativa, che il Ceis mantiene, visto che è tuttora attivo, a differenza dell’Istituto Pedroni, che ha avuto altre funzioni al termine dell’esperienza educativa di Adelina e che non esiste più, è la particolare attenzione ai bambini con disabilità o difficoltà intellettive e ai minori stranieri, all’epoca rifiutati dalla scuola pubblica.
Il Ceis inoltre era divenuto , grazie all’opera infaticabile di Margherita, (che tra l’altro viveva nel villaggio), il principale snodo dell’innovazione pedagogica in Italia. Tra il 1947 e il 1948 il Centro riminese è la sede delle Semaines internationales d’étude pour l’enfance victime de la guerre (SEPEG) , come abbiamo visto frutto dell’impegno del Dono svizzero, e anticiperà la nascita dei Centri Medico Psicopedagogici ( il primo, in parallelo con quello creato a Novara da Marcella Balconi, nascerà proprio al Ceis nel 1948 ); Margherita è poi tra i fondatori, nel 1951, dell’Movimento di Cooperazione Educativa, ispirato alle idee di Freinet; a Rimini negli anni successivi giungono personaggi come Codignola, Piaget e Pierre Naville e negli anni Sessanta vi farà visita anche De Bartolomeis, che prenderà esempio dal Ceis per immaginare il suo “Sistema dei laboratori”. Un aspetto essenziale della nuova pedagogia che si andava delineando era proprio la necessità di riformare gli insegnanti, piegati dal fascismo, il cui ruolo nella nuova società era considerato fondamentale.
Non meno importante sarà la collaborazione con Adriano Olivetti, che finanzierà l’ampliamento della “casina” del Ceis destinata agli orfani, e che chiamerà a Ivrea Adelina a tenere dei corsi per le insegnanti delle scuole materne finanziate dallo stesso Olivetti, all’epoca vicino agli ambienti socialisti svizzeri, distintosi come partecipante attivo alla nuova educazione
Così si esprimeva l’architetto Schwartz: ”Forse ci sarà dato di raggiungere una modestissima tappa dei nostri scopi politici; educare uomini indipendenti e sicuri di se stessi, capaci di rifiutare ogni forma di concezione del mondo esteriore che tenda a intervenire in modo autoritario”.
Non sappiamo fino a che punto la scommessa su cui si fondavano quegli esperimenti pedagogici sia stata vinta allora, ma di certo sappiamo che la loro carica utopica è quanto mai necessaria, soprattutto nel tempo presente.
![]()