L’habitus prima, durante e ora

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HABITUS
(Pièce teatrale con Aristotele e il sociologo Pierre Bourdieu)

Pièce teatrale con Aristotele(IVsec) e il sociologo Pierre Bourdieu(1980)
di Alessandra Anzini 

Scena: una terrazza sospesa sul mondo contemporaneo.
Personaggi: ARISTOTELE e PIERRE BOURDIEU che osservano sotto di loro smartphone che illuminano folle di volti chini.
 All’inizio il silenzio….poi iniziano a parlare

ARISTOTELE
«Pierre, rifletto da tempo su ciò che ho chiamato habitus : la capacità, coltivata attraverso l’educazione, di diventare persone virtuose, sagge e rispettose. È come una bussola interiore che orienta verso ciò che è giusto. Eppure, temo che molti oggi abbiano smarrito questa direzione».
BOURDIEU
«Maestro, comprendo ciò che intendi.
Per me l’habitus è l’insieme di schemi, abitudini e disposizioni che interiorizziamo quasi senza accorgercene. Provengono dal contesto sociale in cui viviamo: dalla famiglia, dal quartiere, dalle opportunità o dalle mancanze che ci circondano.
È per questo che alcuni hanno accesso a maggiori possibilità e altri ne restano esclusi».
ARISTOTELE
«Dunque entrambi riconosciamo che l’habitus permea comunque l’uomo e si costruisce nel tempo. Io lo penso come una virtù personale, tu come un prodotto anche sociale e collettivo».
BOURDIEU (indica la folla con gli smartphone)
«Guarda cosa accade oggi.
Se l’habitus passa ormai attraverso uno schermo che filtra il mondo in modo uniforme per tutti, le persone riusciranno ancora a scegliere davvero?
È come se tutti indossassero gli stessi occhiali (invisibili)…»
ARISTOTELE
«E allora che ne sarà delle nostre due idee di habitus?»
BOURDIEU
«Così rischiamo che molti vengano risucchiati dentro il proprio smartphone,che sembra un luogo di socialità, ma in realtà spesso ospita milioni di monologhi isolati. Si parla meno, si ascolta meno. E con gli occhi costantemente rivolti verso il basso, come si può sperare che le persone alzino lo sguardo e per comprendere la realtà?»
ARISTOTELE
«Io provengo dal IV secolo a.C., tu hai scritto i tuoi primi testi in un’epoca in cui molti ancora non sapevano leggere. Oggi nessuno è formalmente analfabeta, eppure sempre meno persone si confrontano in profondità con se stesse e con gli altri. Che tipo di habitus nascerà da tutto questo?»
BOURDIEU
«Forse, proprio perché oggi tutti sanno leggere, potrebbero aiutarsi a vicenda a costruire un habitus nuovo: uno che integri le nostre due prospettive e che fermi questa deriva individuale e sociale».
ARISTOTELE
«Infatti è un luogo privilegiato per ripensarlo potrebbe essere proprio la scuola».
BOURDIEU
«Già… ma che cosa è la scuola oggi?
Un tempo era nata come luogo del pensiero, del dialogo, del chiedere “perché?”. Oggi spesso appare come un ambiente dove si memorizza molto in funzione di un lavoro futuro, ma dove si coltiva troppo poco il pensiero critico».
ARISTOTELE
«È vero. È diventata veloce, tecnica, piena di compiti da “eseguire”.
Manca il tempo per pensare, comprendere, creare».
BOURDIEU
«Eppure, nel 2018, in una scuola di Roma è nato un nuovo approccio: il MIA, IL Maieutic Integrated Approach. Propone di indossare collettivamente un nuovo “habitus”, fatto di tre semplici ma profondi “indumenti”».
ARISTOTELE
«Sì, ne ho letto nel volume “Se da piccoli ci avessero detto….”
Il primo è l’ascolto attivo: ascoltare come se fosse sempre la prima volta, senza la presunzione del “so già tutto”, con la mente e il cuore aperti».
BOURDIEU
«Il secondo è il non giudizio: né verso se stessi né verso gli altri. Solo così si evita di sabotare il proprio percorso e quello di chi ci sta accanto».
ARISTOTELE
«Il terzo è la lentezza, quella del ritmo di un respiro sereno, che permette di osservare con attenzione e comprendere davvero».
BOURDIEU
«Con questi “tre indumenti” gli studenti potrebbero imparare, giorno dopo giorno, a lasciare i vecchi “vestiti” fatti di paure e automatismi, acquisire modi nuovi di conoscere il mondo e se stessi: un come che dà senso e consapevolezza al cosa, sempre in relazione con il gruppo».
ARISTOTELE
«Se IL MIA propone una scuola dove si impara, ascoltandosi, ponendo domande e pensando in autonomia, allora bambini e ragazzi potrebbero diventare abbastanza forti da vivere consapevolmente nel mondo dell’intelligenza artificiale…
Forse, Pierre, potrebbe essere proprio questo il nuovo habitus contemporaneo».

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