di Domenico Sarracino
Della “famiglia che vive nel bosco” si è giustamente molto parlato e dibattuto perché le questioni che la vicenda ha fatto emergere sono veramente rilevanti, complesse e delicate perchè ci chiamano a riflettere su temi fondativi del vivere, sui diritti-doveri di ciascuno e di tutti, delle famiglie e nel contempo della società, sulla libertà di scegliere la propria vita e, nellostesso tempo, sulle responsabilità che ricadono sulla società ed i suoi “associati”.
La questione chiama in causa quel bene irrinunciabile che è la libertà: quella di vivere secondo la propria visione della vita, il proprio modo di stare bene con sé e con gli altri e di perseguire la propria tensione alla felicità. I modi specifici in cui ciascuno intende queste cose sono tutti legittimi e sacrosanti, ma fino ad un certo punto.
Perchè – a mio avviso- va subito aggiunto che in una società organizzata la libertà, nel contempo, ha perimetri e confini, i quali consistono nel vecchio ma oggi sempre più attuale principio che essa deve fare i conti anche con quella degli altri e che deve terminare quando chiama in causa ed implica responsabilità che ricadono su altri soggetti ed istituzioni. In questi giorni abbiamo avuto modo di capire bene quanto essa sia un equilibrio delicato e difficile tra il sé e gli altri ed esposta sempre al rischio che la si possa troppo tirare ora da una parte, ora dall’altra. Dal momento in cui uomini e donne, nel lento cammino sociale, hanno realizzato che, unendosi e mettendo insieme le forze e le capacità di ciascuno, avrebbero moltiplicato potentemente le loro possibilità di vivere meglio, in quello stesso momento hanno posto un confine al loro libero determinarsi e manifestarsi.
La questione chiama in causa quel bene irrinunciabile che è la libertà: quella di vivere secondo la propria visione della vita, il proprio modo di stare bene con sé e con gli altri e di perseguire la propria tensione alla felicità. I modi specifici in cui ciascuno intende queste cose sono tutti legittimi e sacrosanti, ma fino ad un certo punto.
Perchè – a mio avviso- va subito aggiunto che in una società organizzata la libertà, nel contempo, ha perimetri e confini, i quali consistono nel vecchio ma oggi sempre più attuale principio che essa deve fare i conti anche con quella degli altri e che deve terminare quando chiama in causa ed implica responsabilità che ricadono su altri soggetti ed istituzioni. In questi giorni abbiamo avuto modo di capire bene quanto essa sia un equilibrio delicato e difficile tra il sé e gli altri ed esposta sempre al rischio che la si possa troppo tirare ora da una parte, ora dall’altra. Dal momento in cui uomini e donne, nel lento cammino sociale, hanno realizzato che, unendosi e mettendo insieme le forze e le capacità di ciascuno, avrebbero moltiplicato potentemente le loro possibilità di vivere meglio, in quello stesso momento hanno posto un confine al loro libero determinarsi e manifestarsi.
Il punto è di riuscire a trovare i nostri spazi di libertà nella società e non fuori da essa, e se questa è ingiusta o sbagliata provare a cambiarla. Poi che un adulto, che abbia maturato una sua autonomia ed indipendenza, voglia cercare e sperimentare modi di vivere che possano rendergli l’esistenza più corrispondente alle sue attese, senza che ciò abbia ricadute sugli altri, è e deve essere padrone di farlo. Ma, può farlo se ha figli piccoli o piccolissimi che dipendono in tutto da loro? Certo i figli nella prima parte della loro vita “sono dei genitori”. Da loro sono nutriti, vestiti, difesi e posti nel mondo. Ma “loro”, i genitori sono veramente tali se – mano a mano che i figli crescono e nel modo in cui li crescono – tengono presente che essi sempre più non apparterranno a loro, ma saranno vite nuove, che avranno diritto ad “allargare le mura di casa”, incontrando “gli altri”, le diversità e la pluralità ed interagendo con essi e così conquistare autonomia ed indipendenza e farsi padroni delle loro scelte.
A questo orizzonte rimanda la vicenda che tanto ci sta interpellando in questi giorni e che fortunatamente sembra che vada ricomponendosi attraverso un confronto ed una ricerca tesi all’incontro e, soprattutto, a garantire al meglio la vita dei tre bambini. Ma non possiamo non apprezzare il fatto che questo caso sia stato l’occasione per riflettere su questioni tanto importanti – mettendo ad accucciarsi in un angolo quanti anche in questa occasione, assetati di populistiche speculazioni del tutto fuori luogo – hanno cercato lo scandalo o il colpevole prima di cercare di capire. Il caso, dunque è concluso o sta per essere chiuso.
E noi? Chiudiamo porte e finestre e torniamo ai nostri orticelli? O con questa vicenda è suonata una campana, e una, mille domande che vanno “oltre” si sono rivelate in modo più netto? Insomma, credo che siamo un po’ tutti interpellati dai fermenti profondi che emergono da quella “famiglia nel bosco” e che ci inducono a ripensare alle nostre vite, alle nostre società, al nostro rapporto con la natura, l’ambiente, il lavoro, l’universo dei viventi. Che ci inducono ad alzare gli occhi dai dettagli di un tran tran in cui rischiamo di perderci e a guardare questa nostra vita che scivola sempre più dalle nostre mani: altamente artificializzata, sempre più atomizzata, sempre più sbilanciata verso l’incognita dell’oltre umano che poche mani preparano nell’inconsapevolezza dei tanti. Gli indubbi successi del nuovo mondo, inimmaginabili appena qualche decennio fa, non ci possono abbagliare a tal punto da non vedere il vasto disagio che li accompagna; e che sono i mali crescenti della solitudine, della depressione, dell’anomia e delle tante altre forme di chiusura alla vita che si vanno manifestando come nuove epidemie dell’animo. E che riguardano vecchi e giovani, donne e uomini, e troppo spesso tanti giovani e giovanissimi.
No, non voglio demonizzare la tecnologia e le sue conquiste, non mi sfuggono per niente i vantaggi straordinari che sono capaci di offrire in certi ambiti, ma dobbiamo riuscire a controllare questo potentissimo mondo nuovo e non esserne controllati.
Non dimentichiamo che le nostre giornate sono sempre di 24 ore e che in esse dobbiamo trovare il tempo anche di alzare gli occhi dal cellulare e dal computer, di ridere e sorridere, di godere di prati, boschi montagne e mare, di arte e bellezze, di amori ed incanti e di condividerli con gli altri viventi, umani e non. Forse la lezione più stimolante che ci deve venire da quel bosco nei pressi di Chieti ci dice che non possiamo, non dobbiamo andare avanti alla cieca; che abbiamo bisogno di un’evoluzione che non ci travolga, che ci dia il tempo di renderci conto di quello che ci accade intorno e di scegliere la vita che vogliamo, per ri-trovarci e ricongiungere noi e il nostro prossimo, le città e le campagne, i genitori con i figli, il lavoro con il piacere di farlo. Ecco, dal fondo di quel bosco non ci sono domande che valgono per quella sola famigliola, ma un po’ per tutti noi. Credo che sia giusto pensarci un po’.
Non dimentichiamo che le nostre giornate sono sempre di 24 ore e che in esse dobbiamo trovare il tempo anche di alzare gli occhi dal cellulare e dal computer, di ridere e sorridere, di godere di prati, boschi montagne e mare, di arte e bellezze, di amori ed incanti e di condividerli con gli altri viventi, umani e non. Forse la lezione più stimolante che ci deve venire da quel bosco nei pressi di Chieti ci dice che non possiamo, non dobbiamo andare avanti alla cieca; che abbiamo bisogno di un’evoluzione che non ci travolga, che ci dia il tempo di renderci conto di quello che ci accade intorno e di scegliere la vita che vogliamo, per ri-trovarci e ricongiungere noi e il nostro prossimo, le città e le campagne, i genitori con i figli, il lavoro con il piacere di farlo. Ecco, dal fondo di quel bosco non ci sono domande che valgono per quella sola famigliola, ma un po’ per tutti noi. Credo che sia giusto pensarci un po’.
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