L’eredità di Habermas e il destino dell’educazione: la scuola come ultima sfera pubblica

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Monica Piolanti

La scomparsa di Jeürgn Habermas segna la fine del “secolo breve” della ragione comunicativa e ci pone davanti a una domanda che brucia tra i banchi di scuola: è ancora possibile capirsi? Habermas è stato l’ultimo grande ottimista della ragione, colui che ha creduto fermamente che il linguaggio non servisse solo a dare ordini o a manipolare il prossimo, ma a costruire ponti. Per chi vive nel mondo della scuola, la sua lezione non è un pezzo di storia della filosofia da inserire nel programma di quinta superiore, ma il fondamento stesso del nostro agire quotidiano. In un’epoca segnata dalla frammentazione, dobbiamo chiederci se la scuola non sia rimasta l’ultimo laboratorio in cui l’identità si costruisce non per esclusione, ma per confronto.

Il concetto cardine che Habermas ci consegna è quello di agire comunicativo. Per il filosofo di Düsseldorf, la verità non è qualcosa che uno possiede e l’altro deve subire, ma il risultato di un discorso libero da dominazioni. Portare questo concetto in classe significa ribaltare la didattica frontale e autoritaria per trasformarla in una comunità di ricerca. Se la società fuori dalle mura scolastiche è diventata un’arena di monologhi incrociati, dove la polarizzazione impedisce il riconoscimento dell’altro, la scuola deve restare lo spazio “protetto” dove si impara a dare ragioni delle proprie opinioni. Non basta avere un’idea; bisogna saperla sostenere con argomenti che l’altro possa comprendere e, eventualmente, contestare. Questa è la base della cittadinanza attiva che troppo spesso citiamo nei documenti burocratici senza caricarla di senso profondo.

Ma c’è un punto critico che emerge con forza nel dibattito contemporaneo: l’illusione di un multiculturalismo astratto e di una laicità che rischia di farsi vuoto identitario. Non possiamo ignorare questo allarme. La scuola italiana è oggi un mosaico di culture, lingue e tradizioni diverse. Il rischio è che per eccesso di “correttezza politica” si finisca per livellare le differenze in un grigiore dove nulla ha più valore. Eppure, proprio Habermas, nel suo celebre confronto con l’allora cardinale Ratzinger, riconobbe che la ragione laica, da sola, rischia di inaridirsi se non attinge alle riserve di senso delle grandi tradizioni religiose e morali. Questo è un passaggio fondamentale per ogni educatore: insegnare la laicità non significa educare al vuoto, ma alla capacità di tradurre le proprie convinzioni profonde in un linguaggio accessibile a tutti. La scuola non deve cancellare le radici degli studenti, ma insegnare loro a far fiorire quelle radici in un giardino comune.

Il filosofo ci ha messo in guardia contro la “colonizzazione del mondo della vita” da parte del sistema tecnico ed economico. Guardiamo alla nostra scuola oggi: quante volte ci sentiamo schiacciati dalla burocrazia, dai test standardizzati, dalle competenze misurate come se fossero bulloni in una fabbrica? Ecco la “tecnica” che mangia il pensiero. Habermas ci direbbe che stiamo perdendo il senso dell’educazione come formazione integrale dell’uomo (la Bildung tedesca) a favore di un addestramento funzionale al mercato. Se l’istruzione diventa solo acquisizione di abilità spendibili, stiamo tradendo la missione democratica della scuola. Il nostro compito è quello di difendere lo spazio del dialogo e della riflessione critica dalle pretese di una produttività che non sa più porsi domande sul “perché” ma solo sul “come”.

La speranza di Habermas era che la parola avesse ancora il potere di cambiare il mondo. Egli credeva in una “politica deliberativa”, dove le decisioni nascono dal basso, attraverso il confronto pubblico. La classe è la prima forma di questa sfera pubblica. Quando insegniamo a un ragazzo a rispettare il turno di parola, ad ascoltare le ragioni del compagno, a cambiare idea di fronte a un argomento migliore, stiamo facendo la più alta forma di politica possibile. Stiamo costruendo la barriera più solida contro il nichilismo e contro quel ritorno dei “tribalismi” che oggi sembrano dominare la scena globale.

In conclusione, la morte di Habermas ci lascia orfani di una guida intellettuale, ma ci restituisce una responsabilità educativa enorme. Non possiamo permettere che la scuola si arrenda all’idea che la convivenza civile sia solo un insieme di norme tecniche o che la società sia solo un conflitto di interessi tra fazioni. Dobbiamo riaffermare la forza della ragione sensibile, quella che sa tremare davanti all’ingiustizia e che sa cercare la verità insieme agli altri. La scuola deve restare il punto di riferimento che indica una direzione immutabile: quella dell’umanità che si riconosce tale nel momento in cui accetta di parlare e di ascoltare veramente. Solo così l’eredità di questo grande pensatore non sarà un monumento polveroso, ma un seme vivo nelle menti dei cittadini di domani.

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