Una rete relazionale allargata: la base sicura per i nuovi bimbi

STARE NELLA RELAZIONE PER IMPARARE E PER INSEGNARE

di Monica Barisone 

Durante una rara riunione familiare, davvero allargata, si è palesata la percezione di una particolare armonia tra i bambini presenti, alcuni dei quali appena conosciutisi. Dopo essersi studiati un pochino, sotto lo sguardo benevolo di genitori, zii e nonni, il senso di continuità familiare, la visione inequivocabile della vita che procede, e il rispecchiarsi in queste sensazioni da parte dei bambini, ha aumentato in qualche modo il loro senso di sicurezza, un po’ come se avessero ampliato la loro base sicura.

Ed ecco infatti che i due bambini hanno iniziato a relazionarsi anche con parenti non noti, con zie appena conosciute, scorrazzando per la sala, sotto la loro vigilanza o dando loro la manina negli spostamenti più rischiosi, con gran stupore generale.

Nulla di strano, in realtà, in questo, ma non si può non notare che si tratti di fenomeni sempre più rari, quasi mitici. Le occasioni di incontro in concomitanza dei cosiddetti momenti di soglia o anche riti di passaggio più tradizionali, prevalentemente di tipo religioso nella cultura occidentale, si sono infatti ridotti. Ne sono stati introdotti alcuni, nuovi per noi, come i baby shower, i gender reveal o i diciottesimi, si tratta comunque di eventi piuttosto sporadici rispetto al passato.

Mi chiedo, in realtà, se questa rarità possa contribuire a rendere un po’ meno estesa e meno fitta la rete relazionale capace di garantire presenza, sostegno e risposte ai bisogni dei bambini, con l’effetto di un possibile incremento del rischio di insicurezza in situazioni di stress.

Indubbiamente ciò che conta è la presenza di più punti di ancoraggio nel flusso della quotidianità per lo sviluppo di legami sicuri (Bowlby), più figure di riferimento come supporto all’esplorazione ed alla crescita del bambino. Assistiamo di recente infatti alla rivalutazione delle figure dei nonni, del loro ruolo affettivo in una relazione di reciprocità, dove ci si rafforza a vicenda.

Ciò su cui mi sto interrogando invece è quanto anche gli incontri familiari molto allargati (oltre la decina di persone) abbiano un valore aggiuntivo, di orientamento nel mondo, di integrazione dell’individuo nel gruppo e nel contesto sociale.

I riti di passaggio svolgevano in effetti diverse funzioni: aiutare ad elaborare il cambiamento, facilitare l’integrazione sociale, garantire l’appartenenza a gruppi e ceti ma anche sostenere l’elaborazione del lutto, connettere la vita umana alle fasi della natura. E ancora in senso più ampio, come sottolineava Arnold van Gennep (1909), i riti erano strumenti necessari per connettere le cerimonie umane ai passaggi cosmici influenzando la ciclicità della vita.

Mi domando anche se la diffusa sensazione di mancanza che sentiamo oggi, ci parli di questo. La percezione di mancanza affettiva che molti soffrono ma di cui parlano soprattutto i giovani e i bambini, ha forse un collegamento con il ridursi delle esperienze sociali allargate, familiari e no? Il rischio di scivolamento in relazioni di dipendenza affettiva può avere qualche correlazione con la perdita di rituali sociali, di spazi e tempi dedicati appunto ai cosiddetti riti di passaggio?

Conosciamo sicuramente l’importanza della rete familiare e sociale come fattore favorente e/o protettivo; lo si è rilevato infinite volte nella ricerca dei fattori di resilienza, per esempio, nei casi di maltrattamento e abuso, incuria, abbandono, ma anche efficace conquista delle tappe evolutive, nei processi di individuazione, definizione del sé nonché autostima, sicurezza emotiva, sviluppo della creatività e della capacità di problem solving.

A questo sapere scientifico non corrisponde però un sapere diffuso tra i giovani; è come se ci fosse stata un’interruzione nella trasmissione della memoria storica familiare e sociale. Presi dall’urgenza della mobilità, dell’uscita dagli spazi di sicurezza, di confort, per sfidare i propri limiti nell’esplorazione del mondo e delle esperienze, ci si è forse diradati, dispersi in ‘un mondo città, all’interno del quale circolano e si scambiano categorie di prodotti di tutti i tipi’ ma soprattutto in cui ‘la semplicità di entrata e uscita è il primo imperativo’ (M.Augè 2009).

Siamo un po’ tutti turisti tra aeroporti, stazioni, caselli e svincoli autostradali, individui soli, in movimento tra e in non luoghi, alla fine tutti uguali. Turbati dalla percezione del non futuro, dal non essere certi di riuscire ad invecchiare, come mi raccontava nei giorni scorsi una trentenne, l’unica speranza sembra stare nel vivere l’oggi, innanzitutto come individui con bisogni da soddisfare, poi forse, talvolta, come gruppi in eventi organizzati, per non sentirsi appunto soli e dispersi ma ancora in grado di scambiare, fare cose insieme, condividere emozioni.

Trovare il tempo per stare in famiglia sembra allora difficilissimo, da rubare ai mille spostamenti a breve, medio o lungo raggio. Tra parentesi, chissà cosa sortiranno, in questo senso, i possibili razionamenti di carburante a cui sembriamo andare incontro!

Quando poi finalmente, quasi accidentalmente, ci si ritrova in tanti nello stesso luogo per qualche ora, accade per opera di qualche sparuto romantico o plus dotato family organizer. Capita allora di essere sopraffatti da gioia e stupore, di passare il tempo a toccare i presenti, guardare e registrare i cambiamenti che sono avvenuti, aggiornare le narrazioni di vita, spingersi sino a proiezioni future.

E dopo i saluti, a breve, si sente comparire, inesorabile, la malinconica sensazione di mancanza. Inizia allora la sequenza di notifiche di messaggi che rappresentano lo struggente tentativo di fermare la bellezza del momento, lo scambio di foto. Resta il rimpianto del fatto che non sia durato abbastanza, che non ci si sia potuti dire o manifestare quanto bene ci si voglia, o non si sia osato chiedere come si stia in salute o in affetti.

Insomma, un gran magone generale.

La ritualità, la ciclicità forse un po’ ci salvava da questo disagio; sapere che presto ci sarebbe stato qualche altro evento da segnare sul calendario, in agenda, per cui prepararsi, allestire la festa e i costumi, per stare insieme e respirarci, sentirci, sentire di non essere soli, ci aiutava, attraverso i ricordi, ad attraversare i momenti difficili.

Non posso che fare il tifo allora per quei giovani che, anche in mezzo a mille difficoltà, nei nostri giorni, stanno progettando di legalizzare le proprie unioni, accrescere il nucleo, intraprendere imprese a gestione familiare o amicale, radunare parentele disperse, credere ancora e sperare che la vita possa procedere, evolvere ed essere futuro. Spero che possano contaminarsi tra loro e ingaggiarsi nell’orientare il mondo, com’è successo anche in passato, nella ricerca di un bene comune.

 

 

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