Dal vecchio Bignami alla Intelligenza artificiale

Sfigolature – di Marco Guastavigna

Abbiamo attraversato una stagione primaverile e una estiva caratterizzate da un fermento intellettuale autentico, intenso e del tutto inedito. I nostri illustri accademici sono giunti a conclusioni sorprendenti: ad esempio, hanno dedotto che l’inattività cognitiva conduce inevitabilmente alla perdita di… facoltà cognitive!

IMG_256 Ripensando alla mia infanzia, rammento la diffusione di opere come «Conoscere», «Universo» e altre enciclopedie simili. Si trattava spesso di pubblicazioni a fascicoli, soluzioni economicamente più sostenibili, che distribuivano l’intera opera su un arco temporale piuttosto esteso. A quei tempi, gli insegnanti ci ammonivano costantemente a non limitarci a copiare da questi dispositivi culturali popolarissimi, poiché la mera trascrizione manuale su un foglio veniva considerata priva di valore formativo, anche se faticosa.

IMG_256 Qualche anno più tardi, sebbene già esistenti sul mercato, conobbi i «Bignamini». Certamente ricorderete questi volumetti, una collana che trovava in sé stessa la propria legittimazione e il proprio valore. Erano composti principalmente da riassunti disciplinari e sintesi di grandi opere, come i Promessi Sposi e altri classici. In quel contesto, la questione dell’affidabilità dei contenuti non veniva nemmeno sollevata: la notorietà del marchio editoriale e l’ampia diffusione ne garantivano la credibilità. Era frequente trovarli tra i libri usati, poiché gli studenti, dopo averli utilizzati per superare qualche esame, li rivendevano per rimetterli in circolazione .

Inciso: cosa ci rivela questa dinamica? Sostanzialmente, dimostra che un sistema scolastico basato sulla competizione, sulla gerarchia valutativa e sulla centralità del voto – ovvero sulla valutazione sommativa costante – finisce per scoraggiare l’apprendimento autentico.  IMG_256 In un ambiente simile, chi lo abita subendolo tende ad adottare strategie volte a minimizzare lo sforzo e l’impegno cognitivo, cercando di ridurre le difficoltà con comportamenti che, se non proprio astuti, sono certamente volti al risparmio di energie personali.

Ricordo che, quando ero giovane, le interrogazioni programmate rappresentavano una vera conquista. Anni dopo, notavo lo stupore dei miei studenti quando comunicavo loro in anticipo i temi principali del colloquio; non comprendevano che si trattasse di un metodo per ripassare i concetti chiave, abituati com’erano alla logica della verifica a sorpresa. Esiste dunque una palese incoerenza tra l’invito a non essere meri riproduttori passivi di materiali altrui – stimolando invece una rielaborazione originale e attiva – e un sistema valutativo che sembra andare nella direzione opposta.

783286603_998982783149978_1133518636089008773_n In questo scenario, sopravvivono ancora pratiche come il dettato, che prescinde da qualsiasi riflessione epistemologica o di contenuto.

E, proprio a proposito di epistemologia, c’è chi ha notato come la fluidità di linguaggio e l’abilità comunicativa siano – pensate! – spesso utilizzate per mascherare l’assenza di riscontri o di garanzie. Si tratta di un fenomeno ricorrente nella storia dell’uomo: la capacità narrativa e il coinvolgimento espositivo prevalgono spesso sul contenuto valoriale e concettuale. Lo osserviamo nella politica, ma anche in settori come il calcio, che ha addirittura sviluppato un linguaggio mediatico specifico per alimentare un business mastodontico, allontanandosi sempre più dalla concezione originaria dello sport come partecipazione e competizione sana, per trasformarsi in una struttura che crea gerarchie ed esclusioni.

Gli esempi potrebbero essere infiniti, ed è evidente che, attualmente, questa tendenza è predominante.

Di fronte all’intelligenza artificiale, poi, si sostiene spesso la necessità di un comportamento etico: chi la utilizza dovrebbe dichiararlo apertamente. Tuttavia, spesso non viene specificato né come né su quali basi debba avvenire tale dichiarazione, poiché chi sostiene queste tesi sovente non possiede una reale comprensione della complessità tecnica di questi dispositivi. Di conseguenza, il ragionamento si riduce a un approccio superficiale e rozzo, limitato all’uso di apparati come ChatGPT.

In breve, ci viene detto che l’impiego dell’IA va sempre esplicitato. Ma riflettiamo su quando siamo passati dall’idea medievale di un sapere collettivo e anonimo a quella moderna di una conoscenza frutto di specifiche autorialità. Quest’ultima visione considera l’opera di ingegno come qualcosa da retribuire, al punto da generare una rendita di posizione prima inesistente. Tra le conseguenze, è nato l’obbligo assoluto della citazione, intesa come il riconoscimento esplicito del riutilizzo di un sapere altrui, attribuito a singoli individui piuttosto che a gruppi. IMG_256

Questo, però, è un tema che i nostri intellettuali tendono a ignorare. Preferiscono pubblicare libri protetti da copyright, magari imponendo l’acquisto ai propri studenti di saggi che celebrano la conoscenza come bene comune e criticano l’appropriazione dei dati da parte dei giganti digitali.

IMG_256 I nostri amici omettono di citare un aspetto basilare: anche le loro opere sotto copyright rappresentano una forma di mercificazione del sapere collettivo.

Non si discute mai abbastanza dell’industria culturale, libraria o cinematografica che sia, sotto questo profilo. Ad esempio, si dimentica che in Italia, fino al 1941, la fotografia era considerata mera produzione tecnica e non espressione artistica, restando esclusa dalla tutela del diritto d’autore.IMG_256 Gli intellettuali non mettono mai in discussione i meccanismi che li riguardano direttamente, come la pratica dei “libri compilatori”, realizzati assemblando materiali altrui. Questo sistema sta entrando in crisi poiché l’intelligenza artificiale permette oggi una produzione rapida e “usa e getta” di contenuti, anche in altre lingue, nel rispetto dei contratti di acquisizione digitale.

In questo scenario, i traduttori professionisti si difendono sostenendo che una macchina non potrà mai tradurre come un essere umano. Se ciò può essere vero per la letteratura e i testi espressivi, è molto più difficile da sostenere nell’ambito della saggistica o dei testi tecnici (come i brevetti o i foglietti illustrativi dei farmaci), dove la corrispondenza dei contenuti deve essere assoluta e univoca tra le diverse lingue.

IMG_256 Eppure, molti preferiscono ignorare tutto questo. Il timore di perdere la propria “rendita di posizione” o la centralità del proprio mestiere è forte. L’idea che la citazione di una fonte possa essere sostituita da un accesso più diretto e agevole al sapere viene vista, inevitabilmente, come una minaccia controproducente per lo status quo. Per quale motivo esortare a consultare direttamente le fonti, magari traducendole?

Si preferisce gettare polvere negli occhi. In modo indiretto, emerge così un’altra pratica deplorevole: appropriarsi di concetti che spesso non sono altro che semplici espedienti per ottenere visibilità, fare chiasso e dominare il dibattito pubblico, recintandolo con la pretesa di un’originalità intellettuale individuale.

Non si fermano qui: continuano a discuterne per mesi, trasformando tali idee nel proprio brand o contenuto distintivo. Poiché la cultura è ormai diventata sia merce sia spettacolo, e la concorrenza spinge ognuno a occupare ogni spazio concettuale vuoto, queste figure vengono costantemente invitate da case editrici e centri di formazione a diffondere il proprio “verbo”.

Poi, inevitabilmente, tutto si dissolve e viene rimpiazzato da nuove tendenze. Basti pensare al primo volume sulla «pedagogia algoritmica», pieno di citazioni e strafalcioni colossali, di cui nessuno sembra più accorgersi o preoccuparsi.

IMG_256 Questa dinamica può essere orizzontale, riferendosi a opere recenti, o verticale, scavando nel passato per creare connessioni tra framework cognitivi e capacità operative, specialmente nell’ambito dell’intelligenza artificiale. È un riciclo continuo volto a produrre merce che garantisca visibilità e profitti. L’effetto è devastante, anche perché gli intellettuali che fungono da “vassalli” del pensiero tecno-liberale legittimano approcci che scaricano sugli utenti responsabilità che dovrebbero spettare alle piattaforme sin dalla loro progettazione (by design).

Rendendo statico ciò che per natura è in continua evoluzione a causa della costante sottrazione di sapere collettivo, si permette ai ranghi inferiori della gerarchia intellettuale di proporre manuali dai titoli roboanti: “La guida definitiva a ChatGPT”, “L’intelligenza artificiale per la tua vita”, e così via. Si pongono come pietre miliari, tentando di cristallizzare non tanto la conoscenza, quanto la figura dei «sapienti» — ovvero chi si illude di essere competente dopo aver letto un po’ di dispense, ovvero l’equivalente moderno dei fascicoli tecnici o scientifici che si trovavano in edicola anni fa, che pretendevano di esaurire l’intero scibile su un argomento.In questo scenario, gli intellettuali nostrani, gli accademici e soprattutto coloro che fingono militanza pur restando nel mondo accademico, giustificano e alimentano questa produzione frenetica di opere, che, alla fine, presentano tutte i medesimi difetti.

L’editoria senza scrupoli tende spesso a reiterarsi, proponendo i medesimi argomenti sotto diverse etichette o firme differenti. Il costo delle pubblicazioni è talvolta esorbitante, rappresentando una vera e propria barriera culturale insostenibile per il comune cittadino. Di conseguenza, l’acquisto finisce per essere appannaggio quasi esclusivo delle biblioteche universitarie, limitando l’accesso a chi possiede uno status accademico. Sebbene gli studenti godano di alcuni privilegi, il sistema attuale appare frammentato e vittima di logiche neoliberali predominanti. Ci troviamo di fronte a un declino, all’ennesima sconfitta di quei principi che dovrebbero invece essere universali dal punto di vista del riconoscimento assoluto e pluriversali da quello della reciprocità equa.

Ripetiamo il mantra secolare: è fondamentale adottare un approccio critico, verificare, supervisionare e analizzare i testi in profondità, magari avvalendosi di sistemi tecnologici di assistenza non sostitutiva, per sintetizzare più opere e metterne alla prova l’efficacia. In caso di complessità, è utile partire da riassunti analitici per poi ricomporre il quadro generale.

Sin dall’avvento della stampa, la lettura ha però richiesto un impegno cognitivo che necessita di confronto costante con gli altri e mutuo soccorso intellettuale. Non bisogna mai fidarsi ciecamente di un contenuto solo per la fluidità con cui viene presentato; è essenziale indagare le intenzioni, gli interessi e il background culturale dell’autore. Per uno studente, è lecito interrogarsi sulla coerenza tra i contenuti didattici offerti — spesso finanziati da risorse pubbliche — e le modalità, talvolta impositive, con cui viene richiesto l’acquisto di materiale stampato correlato a quelle stesse lezioni. È una situazione critica.

Spesso, per altro, si compie l’errore di opporre le tecnologie digitali ai supporti culturali classici, dimenticando che anche il libro è, a tutti gli effetti, un dispositivo tecnologico. Tutti gli apparati – tutti! – operano entro scenari economici definiti da costi, tariffe e tirature calibrate su stime di vendita minima.

IMG_256 Questo atteggiamento ottuso dipende dal fatto che il libro-merce è stato naturalizzato, diventando una presenza ovvia e quasi invisibile nel nostro quotidiano. Tuttavia, è imperativo smettere di considerare i volumi in modo distaccato, per vederli come prodotti inseriti in una precisa filiera economica — fatta di investimenti, catene di produzione e distribuzione — che ne determina inevitabilmente la diffusione e l’accessibilità nel mercato. E quindi capirne la funzione complessiva di apparato socio-tecnico competitivo al proprio interno e in concorrenza con altri su un piano più generale.

Loading