La paura di non farcela

di Raimondo Giunta
La precarietà è il tratto strutturale delle nuove generazioni ,originata dalle scelte degli ultimi decenni di ridurre ai minimi termini la capacità dello Stato di progettare e di dirigere le sorti della società e di fronteggiare, se necessario, le situazioni di crisi di ordine economico per garantire livelli di occupazione e coesione sociale.
Questa strategia è stata sostenuta con ricchezza di mezzi da potenti gruppi di potere interessati a depredare le risorse pubbliche investite nel mantenimento del Welfare ,innalzando il vessillo dell’antistatalismo e quello accattivante della sussidiarietà. Mito ,quest’ultimo che nasconde l’ attacco alle condizioni che fanno di una persona un cittadino,perché spesso nel cosiddetto privato/sociale non è garantita nè la libertà delle persone che utilizzano gli eventuali servizi,nè quella dei suoi operatori ,in genere assunti in modo clientelare e talvolta anche al di fuori dei criteri di competenza ,nè l’efficienza dei servizi.

L’aggressione al Welfare ha voluto fare dimenticare che le cure,l’istruzione,la pensione,l’assistenza ,fondamenta di sicurezza e di dignità personali, sono diventate disponibili alla generalità delle persone solo per la lunga stagione di importanti interventi finanziari da parte dello Stato .

In nome dell’antistatalismo e della sussidiarietà si è svenduto un patrimonio immenso di beni, di servizi e di strutture aziendali, creato con grandi sacrifici e che era stato necessario per assicurare all’Italia lo sviluppo economico che l’ha collocata tra le nazioni più industrializzate.
L’etichetta spregevole di statalismo, coniata e pronunciata per riassumervi le idee di corruzione, di spreco e di inefficienza è stata una miserabile impostura di cui si sono serviti per consegnare senza problemi ai privati non solo parti sostanziose del patrimonio pubblico,ma di fatto anche la direzione della politica economica.
Non si è restituito, come si blaterava, ai cittadini spazi di libertà, di iniziativa, di presenza nella società.

Senza i poteri di intervento dello Stato nel mondo economico non si sarebbe potuto affrontare e risolvere i problemi sorti per la ricostruzione nel dopoguerra, quelli determinati da i fenomeni massicci di urbanizzazione ,sviluppatisi in gran parte negli anni dello sviluppo economico e nemmeno dare una risposta agli aspri conflitti sociali che ne sono derivati. Nello Stato sociale il beneficio è norma.
E’ diritto.E’ dovere.E’ funzione della libertà dell’individuo e della società.Senza si diventa precari in balia delle proprie risorse personali, se si ha la fortuna e la possibilità di averle.

A sostegno di questo progetto di precarizzazione continua a intervenire la Comunità Europea-Si pensi per un momento alle procedure di infrazione aperte ogni qualvolta un governo utilizza fondi pubblici per impedire la chiusura di impianti,di aziende di rilevanza sociale;si pensi all’asprezza delle ingiunzioni per ridimensionare il peso dei sistemi pensionistici ;si pensi alle pressioni per fare dismettere parti considerevoli del patrimonio aziendale pubblico.

Tutto a vantaggio,solamente economico ,dei grandi gruppi finanziari e industriali privati.Non la sostenibilità economica,che si puo’ raggiungere in diversi modi,ma il pregiudizio ideologico della competitività e della lotta tra gli individui ,come unica regola comunitaria.

Il rimpicciolimento del Welfare, per farlo accettare nel mondo giovanile, con palese malafede è stato giustificato e accompagnato dall’ideologia dell’autonomia, dell’intraprendenza o come si dice con uno stomachevole neologismo dell’auto-imprenditorialità, professata necessariamente ,ma con stupida solerzia nelle aule scolastiche .

Parole d’ordine infelici e beffarde con cui viene di fatto patrocinato il destino di precarietà disegnato per le nuove generazioni .Oggi qua,domani là;oggi questo lavoro ,domani un altro.Come se fosse la cosa più semplice di questo mondo e alla portata di tutti e senza costi umani;come se si trattasse per tutti di una luminosa carriera di avanzamenti e non di una disperata e affannosa ricerca dell’indispensabile per tirare a campare.

Donne e uomini senza radici,senza stabilità,senza legami duraturi per farne una moltitudine di individui senza appartenenza e senza comunità d’appoggio.Questo è il disegno politico/sociale andato in porto .Muove a sdegno che se ne è parlato e se ne parli come fosse un destino di libertà,mentre è una condizione di subordinazione , di instabilità e di angoscia.Non è un bel vivere quello di stare dentro un orizzonte limitato ,povero,costretto al responso della diversità e dell’imprevedibilità di ogni giorno che viene.

E questa vita fino al giorno eventuale della pensione,se ancora verrà data.E poi ci si lamenta che non si formano nuove famiglie e che non si facciano più bambini.Solo chi di questa perenne precarietà ha assaporato l’amaro che si porta appresso puo’ comprendere la condizione umana delle nuove generazioni e irridere le fraudolenti esortazioni a ritenere immodificabile questo stato di cose ,come fosse il migliore mondo possibile.Solo chi sa vedere e comprendere quanto ci sia di drammatico,di infelice e di insopportabile nella condizione attuale dei giovani (oltre il 51,8% a rischio di povertà tra i giovani adulti 25-44 anni del sud)puo’ capire che ad un certo momento ,se ci si convince che si puo’ andare solo indietro e che la speranza di un giorno migliore non è credibile, si possa dire basta e in qualsiasi modo a questo involucro di prevaricazione e di disagi che è diventata la vita quotidiana per gran parte di loro. Se non si capisce che questo stato di cose non puo’ continuare e che viene percepito dai giovani come violenza contro di loro ,non ci si deve meravigliare se quando meno te lo aspetti divampi la violenza della rabbia e della disperazione. Liberarsi da questa condizione di precarietà per tanti potrebbe valere la pena di mettere il mondo sottosopra.

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