Il modello “progressista” della scuola ha fallito: Perla, Valditara e altri non hanno dubbi

di Mario Ambel

Purtroppo anche in queste giornate già segnate dal dolore per quanto accade in Palestina e dalla rabbia per la rete di complicità che l’alimentano, non mancano le sofferenze provocate dallo stato dell’arte del dibattito sulla scuola e dalla consapevolezza di ciò che ci attende a settembre.
Allora, secondo “La Stampa”, che dev’essere stata colta da un impeto di invidia per il “Corriere”, che da decenni ha l’imprimatur delle spiegazioni del perché la scuola è un fallimento, le cose stanno così. Due autorevoli esponenti della cultura – verrebbe da dire “progressista”, se la parola avesse ancora un qualche senso riconoscibile – aprono il “dibattito” confermando che la scuola è in crisi profonda.

Massimo Cacciari prende le mosse da una affermazione di ampio respiro, ricordando come lo Stato, la Res publica, abbia il compito di formare nelle nuove generazioni non solo il lavoratore, ma soprattutto il cittadino (e si potrebbe aggiungere la persona, rimandando all’art.3 della Costituzione, dove i concetti compaiono tutti e tre in mirabile equilibrio di prospettive). Ma ha rinunciato a farlo. Si è ingolfata in procedure burocratiche, universalismi generici, regole ministeriali restrittive che hanno imbrigliato i docenti, un “astratto metodologismo” che opprime la competenza disciplinare.
Anche il fosco scenario descritto da Cacciari sembra un poco ingolfarsi fra molteplici fattori, ma il tutto appare provocato dalla insensata finalità di porre la scuola “al servizio” del sistema economico-produttivo. (Finalità che molti si premurano spesso di sconfessare, in nome di vecchi e nuovi umanesimi, o imperativi etici, salvo perseguirla in modo sistematico e pervasivo.)
Insomma, la scuola è vittima e fattrice di un caos senza senso, che ha tra le sue gravi conseguenze quella di non aver più garantito al paese una classe dirigente di alto profilo. (Cosa sulla quale non si fa fatica a convenire, visti i pensieri e le opere dominanti – non solo in Italia – e i risultati che producono).

Il secondo commentatore, Gianni Oliva, oltre a essere uno storico riconosciuto, è stato uomo di scuola e anche apprezzato amministratore locale. Ha quindi vissuto la scuola dal di dentro e dovrebbe avere le idee chiare su come sono andate le cose. Ebbene ci spiega che la colpa della crisi (sulla cui consistenza non nutre dubbi) è soprattutto delle due grandi stagioni politiche che il paese ha vissuto in questi ultimi 50 anni e che non hanno saputo realizzare le loro incompiute riforme per rispondere alla denuncia-accusa di don Milani; la Prima Repubblica (quella, per ricordarlo ai più giovani, che per la scuola ha rappresentato un faticoso compromesso fra le culture che scrissero la Costituzione certamente caratterizzato, per la scuola, da luci, negli ‘70’ e ’80, e ombre, a seguire, e sul cui fallimento complessivo sarei più cauto) e il Berlusconismo delle “tre I, impresa, internet e inglese” (e qui dissento sulla inefficacia perché, anche grazie al concorso bipartisan di una opposizione sempre più ondivaga e debole in fatto di scuola, la scuola del XXI secolo non è molto lontana da quel trittico spesso vissuto nel peggiore dei modi possibili, a scapito di altre prospettive-guida, ad esempio cooperazione, cultura e multilinguismo, in senso lato).
Ma tra le righe del suo ragionamento sembra trasparire inaspettatamente qualche nostalgia per vecchie pratiche della scuola seria del tempo che fu, persino l’esame di Stato con l’interrogazione orale su tutte le materie, per restare a un tema di attualità!
Insomma, fortuna che abbiamo chi sta ponendo rimedio a questo disastro!

Nel terzo intervento Loredana Perla, infatti, ci rivela il senso del suo operato al servizio della nazione: il “modello progressista” ha fallito, va archiviato e si tratta di invertire finalmente la direzione da far prendere alla scuola. Sul fallimento della scuola “progressista” ci sarebbe molto da dire e molto abbiamo detto in questi mesi, a partire dal rammentare che qualunque cosa voglia significare il “modello progressista” di certo la maggioranza della scuola italiana non ha molto a che fare con le idee e le proposte di coloro che in questi mesi hanno osteggiato e criticato le sue “indicazioni” e l’operato del Ministro, ovvero “un certo mondo progressista”. (In realtà si è trattato di un consistente insieme di coloro che di scuola e di educazione o istruzione si occupano a vario titolo e in molti contesti, anche se prenderne atto non fa parte della visione che Loredana Perla ha della democrazia).
Ma il merito del contributo della prof.ssa Perla sta soprattutto nel dirci, seppure con una argomentazione a tratti fumosa e con citazioni ardite della cui aderenza al pensiero dei citati non siamo certi (ma dopo il Bloch di Galli Della Loggia e il Gramsci di Giuli siamo svezzati anche per la Arendt di Perla), che la scuola italiana sta per intraprendere la strada opposta a quella del “progressismo”.
Del resto, che le sue “Indicazioni” e molte parole e opere del Ministro si muovano nella direzione di un conservatorismo regressivo e spesso nostalgico con tratti di preoccupante nazionalismo contemporaneo e sempreverde antiegualitarismo, non alieni da tratti di neoliberismo tecnocratico, a dispetto delle reiterate affermazioni di rilancio di un nuovo umanesimo dal sapore antico, l’abbiamo capito e denunciato da tempo.

Piuttosto sarebbe interessante sapere se “La Stampa”, Cacciari e Oliva convengono con le soluzioni proposte da questo governo alla crisi della scuola su cui tutti concordano.
Chi, invece, la scuola, in questi 50 anni l’ha fatta, giorno per giorno, cercando di realizzarla nella direzione indicata dall’art.3 della Costituzione (in primis e a orientare anche la lettura dei 4, 33 e 34), ha la sensazione che le cose stiano molto diversamente da quanto si legge in questi tre contributi e soprattutto dalle prospettive che se ne ricavano.
Ad esempio stia nella incapacità di tutti (Stato, sistema scolastico, famiglie, società civile nel suo insieme) di trovare un senso condiviso e delle aspettative praticabili ai concetti di persona, cittadino, lavoratore (e non occupato) e soprattutto al loro equilibrio e di affidare alla scuola il compito e gli strumenti adeguati per realizzarlo. Così come il sistema scolastico è stato troppo debole e remissivo nell’elaborarne e difenderne uno capace di perseguire per tutte/i e ciascuna/o sviluppo umano ed equità sociale, partecipazione democratica, utili premesse per un inserimento consapevole nel tempo successivo alla formazione scolastica.
Con qualche radicale differenza fra chi ne dibatte. Perché, per esempio, tra formazione della classe dirigente e superamento delle povertà educative e crescita più egualitaria dei livelli diffusi di acculturazione, molti tra i critici di questo governo hanno più a cuore la seconda e la terza di queste finalità. E soprattutto pensano che la prima sia perseguibile, dopo i 18 anni, solo se le prime due sono garantite prima e poi rinforzate anche dopo.
A partire dagli anni Settanta le direzioni in cui definire le variabili e il mandato che la società, tramite lo Stato, affida alla scuola, sono andate sempre più complicandosi e oggi siamo a una svolta molto delicata di questo viaggio. Perché, a proposito di crisi della democrazia che “comanda ma non governa”, come lamenta Perla, siamo di fronte a un governo che pretende di imporre alla scuola le idee e le pratiche di una minoranza del paese che “governa” in virtù di una serie di configurazioni proprie, appunto, della attuale crisi della democrazia.
E che estende le sue prerogative ben al di là di quanto le compete, senza che si riescano ad attivare gli organismi di controllo per impedirlo.
Ma a soccorrerci (o a deprimerci del tutto), come hanno segnalato alcune amiche sulle loro pagine fb, è arrivato in edicola anche un saggio del Ministro Valditara. “La rivoluzione del buon senso” (è questo il titolo), proclamata per sconfiggere la cultura woke, le sue esasperazioni e combattere “l’egualitarismo radicale”, si prefigge quanto mai nobili fini, in nome ovviamente “del merito” e a partire dalla ferma convinzione che “La sinistra dimentica il valore e la qualità del lavoro per l’egualitarismo”. Siamo all’accusa più grave per le culture di più o meno variegata derivazione marxista. Come dire che la destra dimentica il valore e la qualità delle varietà umane per la discriminazione dei ruoli sociali. Ma questo pericolo non ce l’ha: gli è ben presente e vivo, anche quando parla di inclusione, anzi, soprattutto quando parla di inclusione delle diversità.
Dicevano le indicazioni invise al e cancellate dal Ministro Valditara: “Adottare interventi adeguati nei riguardi delle diversità, per fare in modo che non diventino disuguaglianze.” Pare che anche il suo libro si occupi di questo tema: Buona lettura!
A noi (appartenenti a quel prevenuto “certo mondo progressista”) è bastata la lettura delle “indicazioni nazionali” o di alcune pregresse circolari o “linee guida” ministeriali, per capire come questo governo intende farvi fronte, ma se a qualcuno interessano ulteriori conferme, provveda.
Il battage per venderne più copie possibili è già iniziato e travolgerà la serenità della nostra estate, già messa a dura prova dagli eventi internazionali e dalle reazioni nazionali.
Siamo in fervida attesa che i maggiori quotidiani aprano un ricco dibattito fra i maitre a penser nazionali su questa nuova elaborazione dell’attuale classe dirigente del nostro paese.

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